5 È IL NUMERO PERFETTO, PARERI FAVOREVOLI E CONTRARI

5 È IL NUMERO PERFETTO, PARERI FAVOREVOLI E CONTRARI

Presentato il 28 agosto alla Mostra del Cinema di Venezia e il giorno dopo uscito nelle sale di mezza Italia, ha intrapreso il suo cammino sul grande schermo 5 è il numero perfetto, il film tratto dal romanzo a fumetti (o graphic novel, come ormai si usa dire) di Igor Tuveri, in arte Igort, che ha anche diretto la versione cinematografica.

5 È IL NUMERO PERFETTO, PARERI FAVOREVOLI E CONTRARI

Igort, autore del fumetto e regista del film

 

Non è il primo film tratto da un fumetto italiano. All’epoca dei “fumetti neri” si sono visti un paio di Kriminal, un Satanik, un Mister X, un Diabolik “d’autore” diretto da Mario Bava (e un altro sta arrivando a opera dei Manetti Brothers). Persino un Isabella, tratto dal primo tascabile dichiaratamente sexy italiano. Persino le Sturmtruppen di Bonvi approdarono al cinema (in un film dimenticabile, ma di successo contrariamente a quello dedicato a Tex) e Corto Maltese ha avuto la sua versione animata. Senza dimenticare l’operazione Monolith nata già multimediale e il recente film ispirato ai fumetti di Zerocalcare. Né è la prima volta che un fumettista si mette dietro la macchina da presa: Gipi ha diretto più d’un film, da “L’ultimo terrestre” a “Smettere di fumare fumando”, a “Il ragazzo più felice del mondo”. Credo sia però la prima volta che un autore si improvvisa regista della propria opera libraria.

 

Davvero il 5 è il numero perfetto?

In ogni caso, in attesa di conoscere il responso delle biglietterie che certificheranno l’accoglienza più o meno calorosa da parte del pubblico, possiamo farci un’idea del giudizio della critica. Ho pescato random in rete le prime recensioni del film.
Eccone un sunto in ordine casuale.

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Cinematographe

Per la sua prima volta da regista Igort sceglie una partizione molto vicina al linguaggio del fumetto. In particolare al suo modo di dar vita alle pagine di carta. Non è solo il ritmo del genere noir a definire l’anima di questo film, ma anche le scelte grafiche, le inquadrature multiple, le sequenze spezzate in montaggio come fossero tavole da disegno da girare con la precisione di una matita. Si nota soprattutto una cadenza della narrazione che alterna il lirismo di tavole mute, con scene di silenzio ricche di eloquenza, alle sparatorie messe in scena come coreografie. Una scelta lontana dall’odierno iperrealismo cinematografico, e più vicine, appunto, alla dimensione onirica e iconografica che troviamo più spesso tra le pagine di un fumetto … C’è tanto di buono in questo film, ma a volte si sente un po’ troppo il peso onnipresente del linguaggio disegnato a discapito di quello più dinamicamente cinematografico. L’opera prima dell’autore cagliaritano, cresciuto artisticamente a Bologna tra le pagine di Linus, Alter e Frigidaire, risulta estremamente coraggiosa per questa scelta, ma al tempo stesso ne fa il suo limite. Eppure ce ne fossero, di bei confini come questo. Prestare il fianco per il nobile travaso di un’arte, il fumetto, che caparbiamente stringe a sé i suoi dettami pur sul grande schermo – a sua volta fascinoso corruttore di linguaggi e media da sempre – risulta in ultima analisi come la misura della durezza, e quindi del valore, d’una pietra preziosa, che seppur grezza in alcune sue sfaccettature, regala piacere alla visione.

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Best Movie

Un cinecomic puro, come in Italia se ne fanno pochissimi, sostenuto da uno sguardo potente – lo sguardo di un’artista – e dalla grande interpretazione di Toni Servillo … Potrebbe sembrare una logica da catalogo, non fosse per la malta creativa che tiene insieme questo universo di riferimenti e che in definitiva corrisponde allo “sguardo” di chi mette in scena … Di cos’è fatto quindi – e ulteriormente – questo sguardo? In questo caso parrebbe il risultato della contaminazione tra lo stile grafico di Igort (quello dell’opera a fumetti, a suo tempo dirompente) e i modelli citati, espresso però – ed è qui lo scarto – con la sensibilità del teatro partenopeo, un contegno e un parlato che vestono le vite e le mitologie di quartiere – le catene di aneddoti – di un’ironia a tratti sognante e a tratti dolorosa … Se la storia, questa storia, racconta di un guappo che torna ad ammazzare e diventa un cane sciolto per vendicare la morte del figlio, lo svolgimento va preso meno sul serio della questione stilistica: la narrazione continuamente sfugge alle pretese della sinossi e si riforma nei tagli di luce, nel trucco degli attori, nelle dinamiche delle sparatorie, nell’evidenza dei costumi. Il noir si fa così metafisico e sfuggente, freddo e declamato, richiede una sospensione dell’incredulità che è una scommessa del cuore, più facile per chi ama le fonti di ispirazione. A un cinecomic si dovrebbe chiedere esattamente questo.

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Daruma View

5 è il numero perfetto non è certamente un grande film e svanirà presto dalla memoria di chi, come noi, era presente in sala e anche dalla mente di tutti coloro che in questi giorni o prossimamente lo vedranno sul grande schermo. Resta comunque un’opera dall’inizio veramente folgorante, scandito dall’inconfondibile timbro vocale d’un Servillo che, essendo originario del napoletano (esattamente, la sua città natia è Afragola), sa rendere perfettamente le inflessioni e le intonazioni dialettali del personaggio da lui incarnato, anzi, spesso vi gioca forzatamente di caricato gusto e, non poche volte, durante i cento minuti di durata della pellicola, fa sì che il suo manierismo interpretativo divori il character da lui personificato. Una simbiotica mimesi attoriale, con tanto di calzante naso iper-adunco posticcio, così carismatica ed esuberante da vampirizzare il film stesso, rendendolo un film servilliano figlio, appunto, più del suo attore-monstre, per certi versi oramai autoriale, considerando il suo coerentissimo excursus filmografico, che del suo vero autore stesso, ovvero Igort. Il cui tardivo esordio alla regia però, va detto e sinceramente riconosciuto, in particolare nella prima mezz’ora, coi due stupendi capitoli Lacrime napulitane e La settimana enigmatica, centra appieno il bersaglio poiché Igort sa riprodurre con fedele purismo pittoresco e straordinariamente figurativo il suo stesso celebrato fumetto, vivificandolo e immergendolo in melanconiche, squallide notti violentemente torpide della Napoli più povera, una Napoli zingaresca popolata da un’umanità volgarmente simpaticissima e irresistibile … Perché non guardare 5 è il numero Perfetto: purtroppo, a lungo andare il film perde il suo fascino sanamente naïf sin a precipitare in un finale assai frettoloso e anemico, privo di pathos. E non giovano neppure gli esagerati split screen che compaiono ad libitum da metà pellicola in poi.

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Il Foglio, Mariarosa Mancuso

Perché in 5 è il numero perfetto Toni Servillo ha un vistoso naso finto che di profilo lo fa somigliare a Dick Tracy? Quando poi, a dispetto del nasone che gli modifica la fisionomia e dovrebbe fare personaggio, parla come Toni Servillo, cammina come Toni Servillo, ha tutti i birignao e i vezzi recitativi che Toni Servillo si trascina da un film all’altro? … Diviso in capitoli (“Lacrime Napulitane”, “La settimana enigmatica”), il film racconta un incidente sul lavoro capitato al figlio, che era uscito con la Bianchina – identica a quella del ragionier Fantozzi, perfetta macchina da fumetto – e non ritorna più. Le pistole sono trattate meglio delle donne, come il genere poliziottesco impone. Il vecchio gangster non ci risparmia il discorsetto sul mondo diventato una monnezza, e conta così il numero perfetto: “due gambe due braccia, una mente per far cinque”. Spettacolare resa dei conti con affaccio su Napoli e su una gigantesca insegna Campari.

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Cineforum, Katia Dell’Eva

Si ha l’impressione di veder scorrere sullo schermo un graphic novel, più che di veder proiettare un film. Forse  non avrebbe potuto essere altrimenti. La macchina da presa, più che le leggi del cinema (pur Igort avendo ben in mente un certo numero di generi), segue quelle del fumetto, in un lungo e lento srotolarsi di un disegno dopo l’altro … I richiami al fumetto sono in realtà ovunque nel film: le prive di presenze umane (la sola scena con degli estranei in campo è quella della processione, che però il protagonista attraversa come in sogno); la caratterizzazione dei personaggi attraverso tratti fisici definiti (la gobba, il naso aquilino); la scelta cromatica irrealista e contrastata tra luci e ombre; la stessa divisione del racconto in cinque capitoli, ciascuno dei quali seguito da una breve scena dai toni anti-realistici (la settimana enigmistica, la barchetta di carta); o ancora la separazione dello schermo in tre riquadri, al pari di una striscia.

 

Movieplayer, Giuseppe Grossi

5 è il numero perfetto è un azzardo bello e buono, il coraggioso tentativo di tradurre sul grande schermo uno dei fumetti italiani più raffinati e apprezzati degli ultimi anni. Perché, assieme a Zerocalcare e Gipi, Igort è uno degli autori che ha avuto il merito di trovare nuove vie alla nona arte, sdoganando il fumetto anche in libreria grazie a una ritrovata dignità letteraria. Il fatto che sia stato lo stesso Igort a dirigere il tutto vale come garanzia, la sensazione rassicurante di essere in buone mani … Laddove la scrittura mantiene intatto il sapore acre di una storia impregnata di rancore, pentimento e malinconia, la messa in scena non riesce a tradurre il sapiente equilibrio tra realismo e visionario col quale il fumetto aveva stupito i suoi lettori. Igort fa una scelta ben precisa: si arrende, perché abbandona ogni tentativo di ricostruzione dei sogni, degli incubi e delle allegorie, preferendo affidarli soltanto alla parola e mai all’immagine. Una scelta comprensibile, che rende questo cinecomic un buon adattamento col freno a mano tirato, quasi reverenziale nei confronti del suo illustre predecessore, vicino al linguaggio del fumetto soltanto quando Igort, ogni tanto, suddivide lo schermo in piccole vignette per esaltare i dettagli. Un vero peccato, poi, aver rinunciato anche a un montaggio sonoro più curato, perché il ritmo del fumetto, cadenzato da spari di pistola, battiti di pioggia e borbottii di caffettiere, offriva ispirazioni succulente.

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Mymovies, Giancarlo Zappoli

Si vede l’anima dell’artista eclettico che, tavola dopo tavola, ha dovuto ambientare le proprie storie con tutta la libertà che offre il disegno. Questo non è però stato di ostacolo alla ricerca delle location ma, sembrerebbe, di stimolo all’individuazione delle vie, dei palazzi, delle scale in cui collocare le vicende. Si potrebbe gestire un intero semestre universitario sul rapporto tra cinema e architettura con questo film in cui le sorprese (che non mancano) potrebbero anche non esserci sul piano della sceneggiatura. Perché a sorprendere sono, una dopo l’altra, le scene in cui anche il minimo dettaglio assume un senso. Non succede spesso nel cinema (italiano e non). Quando accade va reso onore al merito.

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Everyeye, Luca Ceccotti

Igort indugia con talento introspettivo sulla complessa anima di Peppino, che sembra inoltre essere rispecchiata nel suo dolore dal dipinto napoletano cinematografico, sempre cupo, piovoso, con luci sbiadite e baluginanti che sembrano voler indicare quel poco di speranza rimasto nel cuore del protagonista, mentre si addentra in questo suo ultimo e pericoloso incarico. Nel suo grande impatto estetico, comunque, il film sfrutta e cita un po’ spudoratamente trovate del cinema di John Woo, di Quentin Tarantino e anche di Takeshi Kitano, questo soprattutto nella suddivisione in capitoli e nella struttura delle sparatorie, dove è forse un pizzico abusato l’utilizzo del rallenty, nonostante movimenti di macchina e trovate sceniche più che valide … un cinecomic noir dal taglio partenopeo e di forte valenza autoriale, che infatti riesce a farsi notare. Con tutti i suoi difetti legati a una narrazione fin troppo confusionaria e a una storia che perde spesso di mordente, è anche grazie a film di questa fattura e con queste intenzioni di genere che il cinema popolare italiano continua a sopravvivere al di fuori della commedia. Le imperfezioni sono poi comprese nel coraggio di omaggiare e sperimentare, ma lasciatelo comunque dire: se sbagliassero tutti come sbaglia Igort al suo esordio registico, a quest’ora avremmo una quantità importante di produzioni nostrane di cui tessere qualche lode.

 

Filmtv, Alan Smithee

Il fumettista Igort non poteva che rivelarsi il personaggio più adatto per trasporre al cinema una sorta di risposta italiana al Sin City di Rodriguez e Frank Miller. Ma ce n’era davvero bisogno? E non sarebbe stato meglio o più opportuno incasellare una struttura formalmente suggestiva ed impeccabile solo a livello scenografico, al servizio di una storia un po’ più concreta ed originale? La risposta, per quel che mi riguarda, ha una soluzione inequivocabile e il film, al di là della bellezza formale (splendidi i manifesti pubblicitari della Cirio o dell’Amaro Antonetto), si sbriciola in un inutile manierismo, ove a farne le spese ne risentono pure i tre illustri protagonisti, a partire da Toni Servillo e Carlo Buccirosso, meno efficaci e più macchinosi del solito, e una Valeria Golino utile solo a fini figurativi.

 

Filmtv, Maghella

Lo stile fumettistico rimane intatto nella narrazione cinematografica, ogni episodio ha una sorta di copertina che si guarda sullo schermo invece che sfogliarla. Igort sceglie ambientazioni napoletane ben precise, girando gli esterni nei bui vicoli che appaiono come delle vene pulsanti di un sangue malato da anni, dove la luce arriva solo dai poster pubblicitari dell’epoca o dai lampioni che illuminano lo stretto indispensabile, con la precisione del tratto di una matita colorata. Eppure la scena più delicata del duello risolutivo avviene alla piena luce del giorno, come nei più celebri scontri western. Il finale è di quelli amari, dimentichi che il protagonista è un portatore di morte, lo desideriamo in pace a poter metabolizzare il suo lutto. La coscienza sporca rende Peppino infelice, sarà ben contento perciò di pagare a caro prezzo la serenità per gli anni che gli rimangono da vivere. La filosofia del 5 come numero perfetto, indicando sé stessi come unico modo per avere l’indipendenza e non dover dar conto a nessuno non paga Peppino, non lo conserva dal dolore per la perdita del figlio, le sue membra non erano in quel caso le gambe e le braccia, ma la moglie e il figlio. Peppino troverà sé stesso solamente quando avrà pareggiato con i conti di una vita, che solo alla fine, si renderà conto essere stata basata su codici d’onore fasulli ed inutili.

 

Per finire, gli omaggi augurali che due fumettisti hanno dedicato a Igort e al film.
Nell’ordine, Gianluca Cestaro

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… e Stefano Babini.

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