ZABRISKIE POINT, MARK COME MARCUSE

ZABRISKIE POINT, MARK COME MARCUSE

Zabriskie Point è una delle principali attrazioni della Death Valley, il deserto californiano al confine con il Nevada. Nel film omonimo del 1970, Michelangelo Antonioni vi gira una famosa scena d’amore di gruppo. L’amore nella valle della morte. Dove non c’è quasi niente, salvo funerei presagi. Il film inizia con una interminabile riunione politica studentesca (siamo ai tempi della contestazione).

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I volti dei ragazzi appaiono e scompaiono in un susseguirsi di a fuoco e di sfocati. A forza di contestare, Mark, il protagonista, arriva a contestare anche la contestazione. Giusto per andare contro, sempre e comunque. Alla ricerca disperata della libertà totale.

Il deserto dei sentimenti

La civiltà invade ogni spazio naturale, arrivando persino a costruire ville nel deserto. La civiltà viene rappresentata con una carrellata infinita di cartelloni pubblicitari, così tanti da nascondere persino il cielo.
Il film riprende le tematiche di “Eros e civiltà”, il saggio di Herbert Marcuse che fece da manifesto al ’68. La soffocante, pervasiva, presenza della società e la disperata ricerca di una via di fuga.

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Cercando una maglia rotta nella rete che ci stringe, Mark (nome che forse non ricorda a caso Marcuse) ruba un aereo e vola. La vita, il gioco, il piacere sono attività fini a se stesse perché non hanno altro scopo. Un’America che forse è riassunto e sintesi della visione capitalista del mondo. Luogo dove gli oggetti di consumo sembrano diventare più importanti delle persone. Luogo dove pare dominare l’istinto di morte, quasi un’unica gigantesca Death Valley. Zabriskie Point, un arido punto del deserto dei sentimenti dal quale Mark decide di fuggire.

L’illusione della fuga

Fuggire volando più in alto che si può. Godere in questo modo di una diversa prospettiva. Inventarsi un corteggiamento tra un areoplano e una macchina. Un amplesso che gronda di vita anche nella valle della morte.

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Sesso di gruppo nel deserto

La musica di Dark Star. La chitarra di Jerry Garcia che mugola di piacere. Sarà questa la risposta? Antonioni dice no, non nascono fiori nel deserto. L’aereo prima o poi deve scendere per l’incontro con la morte. La morte dei sogni e delle illusioni, insieme a quelle dei sentimenti.

La bellezza della distruzione

La potenza di Zabriskie Point è soprattutto nel finale, uno dei più famosi della storia del cinema. Un apocalisse di suoni e colori. Uno slow motion allucinante, ripreso contemporaneamente da non meno di una dozzina di punti di vista.

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Un’esplosione interminabile che sembra portare con sé l’intera “società dei consumi”. Una visione agghiacciante che sembra quasi una profezia biblica. Davanti alla quale non si può rimanere indifferenti. Probabilmente le più belle immagini di distruzione mai apparse su uno schermo. Un mondo di oggetti proiettati in aria al ritmo di Careful with that axe, Eugene dei Pink Floyd.

E poi, finalmente, il silenzio.

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