VITA DI DICK, SCRITTORE DI FANTASCIENZA PARANOICO

VITA DI DICK, SCRITTORE DI FANTASCIENZA PARANOICO

“A uno scrittore di fantascienza non è consentito credere a quello che racconta, altrimenti pensate un po’ che confusione”, Philip Dick.

Philip Kendred Dick è autore de “La svastica sul sole”, “Un oscuro scrutare”, “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” (da cui il film-capolavoro di Ridley Scott, “Blade Runner”) e molti altri titoli (quarantaquattro sono i romanzi e oltre un centinaio i racconti) che hanno fatto di lui una figura centrale del nostro tempo, capace di dare voce a una realtà il cui senso viene percepito in costante erosione, spostamento e falsificazione.

Tutti noi viviamo dei deja vù, momenti di scollamento totale e astensione dalla realtà.
Dick sosteneva che quei momenti erano “la prova tangibile” che la nostra vita, in realtà, sarebbe programmata. Come se fosse criptata su un nastro che ogni tanto (quel momento di deja vù, appunto) si inceppa, lasciandoci per qualche secondo in balìa del nulla.
Se ci pensate è il tema portante di Matrix.

“Molti sostengono di ricordare una vita passata, ma io sostengo di ricordare un’altra, diversissima, vita presente”, disse durante un discorso pronunciato a Metz nel 1977, lui che, come pochissimi altri, riuscì a tramutare le proprie ossessioni e nevrosi in un universo letterario sicuramente complesso ma affascinante.

L’ossessione e le manie persecutorie saranno parte integrante della vita di Philip Dick, come ossessiva fu la sua ricerca dei confini della coscienza e di una realtà in costante sfaldamento. Era sospettoso, aveva un’innata diffidenza verso tutti e verso tutto (“dietro ogni faccia familiare può nascondersi un gelido mostro”), fino a sorvegliare mogli, vicini e amici. Negli ultimi anni visse in totale paranoia, convinto che la sua vita (come quella di tutti) fosse al centro di un complotto governativo mondiale.
Come se tutti vivessimo in ambienti finti, ricostruiti ad hoc per chissà quali scopi (se ci pensate bene fu, poi, il tema di un altro suo romanzo che divenne il cardine del film “The Truman Show”).

Molti dei nostri problemi li causa la famiglia e i responsabili sono spesso i genitori. Lo dimostra la vita di questo genio incompreso della fantascienza, tra un padre assente, Edgar (funzionario federale presso il Ministero dell’Agricoltura), che lo lasciò quando aveva cinque anni divorziando da sua madre, Dorothy, una donna che assomigliava a Greta Garbo, femminista e pacifista, grande amante della cultura e delle idee d’avanguardia, lettrice bulimica che divideva il mondo “tra quelli che si dedicano a un’attività creativa e quelli che non lo fanno”.

“L’infanzia del piccolo Philip”, scrive il suo biografo-romanziere Emmanuel Carrère,“assomigliava a quella del Luzin di Nabokov o a quella di Glenn Gould, suo contemporaneo e per certi versi suo cugino spirituale: bambini grassocci e imbronciati, che hanno tutte le carte in regola per diventare campioni di scacchi o pianisti prodigio. Aveva un gioco preferito: nascondersi tra gli scatoloni e restarci per ore in silenzio, perché lì si sentiva al riparo”.
Questa tesi non fa che accentuare il senso di straniamento e irrealtà che già ti aspetti da una storia del genere, da una vita del genere. Nell’analisi di Carrère tutto ruota attorno da una parte alla smania di Dick di non essere considerato “solo” un big della fantascienza ma un genio mainstream, e dall’altra alla sua forse patologica e forse profetica incapacità di aderire completamente al tessuto del reale.

Probabilmente Carrère esagera qua e là nel descrivere minutamente percorsi psicologici e umani che può solo immaginare o al massimo ragionevolmente dedurre, ma va detto che così facendo ci consente di intraprendere un viaggio affascinante e spaventoso al tempo stesso che, altrimenti, non avremmo nemmeno sognato.

Insomma. Non so se si è capito, ma sto leggendo la biografia su Philip Dick di Emmanuel Carrère: “Io sono vivo, voi siete morti” (Edizioni Adelphi).
350 pagine (finora ne ho lette una cinquantina) messe insieme dopo un attento e lungo lavoro su tutto il materiale che l’autore ha lasciato alla sua morte, avvenuta nel 1982 a Santa Ana, in California. Tra documenti, interviste e scritti di ogni genere, compresi i racconti delle sue esperienze trascendentali e visionarie, gli appunti e i diari inediti.
Un libro-monumento, questo di Carrère, con un solo grande protagonista (Philip Dick), una di quelle biografie scritta con lo stile tipico dell’autore francese che abbiamo imparato a conoscere solo negli ultimi anni grazie al suo bestseller mondiale “Limonov, un’altra biografia uscita venti anni dopo questa”, ed è particolarmente interessante trovare, leggendolo, analogie e differenze stilistiche o di pensiero tra i due, sia sul matrimonio (“una periferia dell’esistenza”) sia sulla fede religiosa.
Questo libro l’ho iniziato un po’ in sordina, ma proseguendo nella lettura mi ritrovo ad appassionarmici sempre di più.

 

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