IL VERO DIABOLIK SI CHIAMAVA DIABOLICH

IL VERO DIABOLIK SI CHIAMAVA DIABOLICH

Prima del Diabolik a fumetti c’era un Diabolich in carne e ossa, che uccideva e sfidava direttamente la polizia. Aveva colpito solo a Torino, ma di lui parlavano i giornali di tutto il mondo. Oggi nessuno lo ricorda più, anche se sfruttando il suo nome (quando Diabolich era ancora temuto) Angela Giussani è riuscita a creare un grande successo editoriale.

Ma per iniziare, vi piacerebbe vedere le copertine di Diabolik disegnate da Alessandro Biffignandi, l’illustratore dei mitici tascabili della Edifumetto? Va be’, la Jaguar dipinta di rosso è un piccolo sacrificio sopportabile.
biffignandi-diabolikOppure preferite la classica Eva sofisticata e freddina?
1394449821988eva-kant-5-1O magari vorreste ammirare i fumetti di Diabolik realizzati da Milo Manara? Qui sotto c’è un Manara ancora giovane, ma già con le idee chiare a giudicare dal lato B di Eva Braun… volevo dire il filosofo, Kant.Abbiamo anche un Manara più maturo nello stile, ma deludente nella scelta castigata. Però, finalmente una signora Kant con lo sguardo seducente! Verrebbe anche da pensare che sotto la gonna non abbia niente.stampa-manaraPotrebbe succedere che Manara disegni davvero Diabolik, magari in un numero speciale, dato che è amico di Mario Gomboli (l’attuale editore del re del delitto) sin da quando lavoravano insieme su Genius, alla fine degli anni sessanta. Personaggio che, tra l’altro, era un clone di Diabolik. Come si può vedere qui sotto, e ancora meglio nell’articolo “Il punto debole di Manara”.

Nei primissimi anni sessanta, Angela Giussani, dopo avere aiutato per anni il marito Gino Sansoni nella conduzione della sua casa editrice, decide di mettersi in proprio fondando l’Astorina. Con lei collabora la sorella Luciana.

Dopo alcuni tentativi editoriali infelici, come l’albo con le strisce del pugile americano Big Ben Bolt di Eliot Caplin (fratello di Al Capp) e John Cullen Murphy, ad Angela viene una certa idea mentre viaggia sulle Ferrovie Nord.

Le Ferrovie Nord hanno come centro Saronno, in provincia di Varese a circa 20 km di Milano: io abito ai confini di questa città da quando avevo un anno e mezzo.

Durante la Seconda guerra mondiale le Nord hanno fornito un’ampia aneddotica. Rossana Rossanda, l’intellettuale cofondatrice del quotidiano “Il Manifesto”, fu fatta scendere dal treno dai soldati tedeschi poco prima della stazione di Saronno. All’ultimo momento fece in tempo a nascondere sotto il sedile un pacco di volantini della Resistenza, e anche se qualche passeggero la vide non parlò. Silvio Berlusconi, di Saronno come il padre anche se nato casualmente in un ospedale di Milano, racconta che sua madre, mentre era in viaggio sul treno, aveva impedito ai tedeschi di portare via una ragazza ebrea. Federico Pedrocchi, curatore di Topolino e grandissimo sceneggiatore (da “Saturno contro al Terra” a “Virus”), è stato ucciso dalla mitragliatrice di un aereo inglese che sorvolava le Nord. Quest’ultima è un’ipotesi mia, perché so solo che è stato colpito su un treno in provincia di Varese: potrebbe essere successo sulle Ferrovie dello Stato (le Nord erano private).

Angela Giussani aveva dei parenti a Saronno, lo so perché lo aveva detto a mio fratello Gabriele quando disegnava Diabolik. In uno dei suoi viaggi in treno per andarli a trovare, Angela aveva notato alcune persone leggere romanzi polizieschi. Da qui le venne l’idea di lanciare un tascabile di fumetti gialli. Quello che non quadra è che lei raccontava di avere visto leggere Fantomas. I romanzi di Fantomas hanno circa 400 pagine: troppe per ispirare un tascabile smilzo.

La risposta l’ho avuta indirettamente da Tiziano Sclavi, il creatore di Dylan Dog. Sclavi ha donato molti dei suoi libri alla biblioteca di Venegono Superiore, raggiungibile peraltro con le Ferrovie Nord. Tra questi volumi, riconoscibili per l’ex libris stampato con il suo nome, ho visto alcuni romanzi di Fantomas pubblicati dalla Mondadori all’inizio degli anni sessanta: sono edizioni condensate di circa 150 pagine. Ecco, la Giussani deve avere visto uno di quei libri sul treno… Invece non è possibile neppure questo, perché la serie della Mondadori inizia nel 1963, mentre Diabolik è del 1962. Quindi Angela Giussani si è confusa: si sarà ispirata a Fantomas per averlo letto anni prima, mentre sulle Nord aveva visto i famosi Gialli Mondadori.

Tra l’altro, la casa editrice Astorina ha sempre avuto i propri uffici vicino alla stazione milanese delle Ferrovie Nord, da dove ogni giorno defluiscono i pendolari dalle province di Varese, Como e Novara. Tra i quali, dai tempi delle scuole superiori, c’è anche il sottoscritto.

Il disegnatore del primo numero di Diabolik non si sa chi sia, anche se gli è stato affibbiato il nome di Zarcone. Nelle enciclopedie dovrebbe esserci scritto “Diabolik creato da Angela Giussani e Zarcone (?)”, omettendo Luciana Giussani che non ha scritto né disegnato l’albo, anche se assisteva la sorella in redazione. Invece, tutti i testi ripetono pappagallescamente la fuorviante scritta che c’è all’inizio dell’albo.

Anche il disegnatore della copertina del primo romanzo di Fantomas, uscito nel lontano 1911, è sconosciuto. Aveva lasciato un’illustrazione nella redazione della casa editrice Fayard senza dire il proprio nome e non è più tornato per farsela pagare quando, con l’aggiunta di un coltello insanguinato e di una mascherina, era stata usata come copertina del primo romanzo del personaggio scritto da Pierre Souvestre e Marcel Allain. Io ho una teoria: entrambi i disegnatori sono lo stesso individuo… il Demonio! Ahw! Ahw! 

A seguito del grande successo, nel 1968 Diabolik ha avuto una versione cinematografica. Fiacco ma non orribile, il film era stato prodotto da Dino De Laurentiis con la regia di Mario Bava. Questa è la locandina per il mercato di lingua inglese.

Non molti sanno che il nome di Diabolik è ispirato a un criminale vero. Si chiamava Diabolich, con la ci e l’acca al posto della kappa. Il quale, a sua volta, si era ispirato a un Diabolic letterario, con la ci e basta. Una storia interessante che voglio raccontare nei particolari andando a ritroso nel tempo.

Mario Giliberti è un giovane di 27 anni che viene da Lucera, in provincia di Foggia. Come tanti meridionali è emigrato per fare l’operaio alla Fiat di Torino. Vive nel retrobottega del negozio dello zio calzolaio, ormai chiuso da tempo. La sera del 15 febbraio 1958, il giorno dopo San Valentino, la festa degli innamorati, Mario riceve un ospite nel suo piccolo appartamento. Sembra conoscerlo bene, perché rimane in pigiama e gli offre un caffè. Le due tazzine sporche restano sul tavolo. C’è una tale confidenza che Mario si sdraia a letto. Si potrebbe pensare, quindi, che sia un incontro amoroso. La luce viene spenta, e pure questo particolare sembra confermare l’ipotesi. Invece sarà un incontro di tutt’altro genere, perché lo sconosciuto afferra un trincetto da calzolaio, ossia una lama affilata di una decina di centimetri, che trova sul posto e inizia a colpire Mario a scatti irrefrenabili, una, due, tre, diciotto volte. La vittima cerca di divincolarsi, ma ben presto si accascia. Lo sconosciuto accende la luce, senza accorgersi di lasciare le proprie impronte insanguinate sull’interruttore, e osserva Mario che non è ancora morto: la sua agonia per dissanguamento durerà diverse ore. Abbiamo definito “sconosciuto” l’aggressore perché, secondo le successive ipotesi degli inquirenti, si tratterebbe di un uomo: se fosse stato una donna, dopo la prima coltellata la vittima avrebbe forse potuto sopraffarla. A questo punto l’assassino comincia a esplorare la stanza. Più che al denaro, sembra interessato a oggetti senza apparente valore. Per esempio, prende un taccuino e, prima di intascarlo, strappa un foglio per scriverci: “Riuscirete a trovare l’assino?”. Anche se nell’agitazione sbaglia a scrivere l’ultima parola, la sfida lanciata agli inquirenti è inedita per un delinquente. In strada è ancora buio, lo sconosciuto se ne va lasciandosi alle spalle il numero civico 20 di via Fontanesi.

La mattina del 25 febbraio vengono imbucate due lettere identiche all’indirizzo del commissariato di polizia e del quotidiano cittadino, “La Stampa”. Sono sicuramente missive scritte dall’assassino perché, dopo dieci giorni, nessuno ha ancora scoperto il cadavere di Mario Giliberti. Solo quel pomeriggio, infatti, alcuni parenti, preoccupati perché il giovane non si fa più vedere al lavoro, telefonano al custode dell’edificio in via Fontanesi chiedendogli di entrare in casa per controllare. Il piccolo appartamento appare abbastanza in ordine, l’assassino ha anche cercato di ripulire il pavimento. Quando il custode trova il cadavere insanguinato di Mario, con il corpo coperto da un cappotto e il volto da un lenzuolo, viene colto da malore. I criminologi sostengono che i cadaveri vengono ricoperti dopo il delitto solo dalle assassine, quasi mai dagli uomini. Ma andiamo avanti. Le lettere anonime arrivano a destinazione solo alcune ore dopo la macabra scoperta. Nella parte iniziale presentano un gioco enigmistico, nel quale si indica il luogo del delitto attraverso un telestico, cioè un componimento in rima dove le ultime lettere formano una frase. Poi, nella parte finale, viene motivato l’omicidio di Giliberti: “Un tempo eravamo molto amici e portavamo la divisa in comune, poi lui mi tradì come un cane. Adesso stava bene e la mia vendetta l’ha raggiunto. Spero che scopriate il cadavere prima che diventi marcio”. Firmato: “Diabolich”. Un delitto clamoroso per il modo in cui è stato rivendicato, tanto che ne parlano diffusamente anche i giornali di New York e di Parigi solitamente poco o nulla interessati alla cronaca nera italiana: “Diabolic assassin fantôme”; assassino fantasma, lo definisce nel titolo “France Soir”. Nel portafoglio di Mario Giliberti, gli inquirenti hanno trovato una foto con dedica, “in ricordo ai tempi felici”, che lo ritrae insieme a un commilitone durante il servizio militare. Che sia lui l’assassino? Il giovane della foto aveva forse con Giliberti una relazione omosessuale, o una “relazione particolare”, come si dice negli anni cinquanta? Nella stessa foto compaiono anche due ragazze: quindi, in realtà, sembrerebbero due coppiette assolutamente “normali”. Del resto, Giliberti aveva una fidanzata a Lodi, mentre a Torino frequentava diverse donne. Tra le quali una bionda trentenne, prosperosa e ben piantata, vista più volte entrare in casa sua, ma destinata a rimanere ignota. Una barista di via Fontanesi viene interrogata più volte dalla polizia, senza essere ufficialmente indagata. Fatto piuttosto strano, Giliberti aveva in banca molti più soldi di quanto ci si potrebbe aspettare da un modesto operaio. Forse praticava l’usura e qualche cliente aveva deciso di farlo fuori per non saldare i debiti? In effetti la praticava: un debitore racconta che, una volta, Giliberti lo aveva accolto in pigiama. Non potendo restituirgli i soldi subito, lui gli aveva fatto capire che avrebbe potuto concedere una dilazione in cambio dei favori della sua giovane figlia. Probabilmente tutti i conti dei traffici di Giliberti erano scritti nel taccuino portato via da Diabolich. Anche se definirlo uno strozzino sembra eccessivo, dato che risulta facesse solo piccoli prestiti a tassi d’interesse non proprio esosi. Comunque, gli inquirenti pensano che si tratti di un omicidio causato da gelosia tra omosessuali.

Aldo Cugini, il giovane della foto, viene individuato. Si tratta di un bergamasco di buona famiglia, rispettato da tutti quelli che lo conoscono. Ciò non basta per impedire che venga imprigionato. Gli inquirenti apprendono che, sotto le armi, Mario e Aldo erano spesso in compagnia di un terzo commilitone: venivano chiamati “le tre monachelle”, forse in riferimento alle loro supposte tendenze omosessuali. Questo terzo personaggio, però, non verrà mai identificato. Mario Giliberti era veramente omosessuale, o bisessuale, dato che frequentava diverse donne? Interrogato, Cugini racconta di averlo visto l’ultima volta il 2 novembre 1957 (tre mesi prima del delitto), quando andò a trovarlo pernottando a casa sua. Durante la notte, dice l’indiziato, gli sentì proferire «una proposta che mi fece inorridire». Solo allora Cugini afferma di avere conosciuto le inclinazioni del vecchio commilitone. Alcune nuove lettere di Diabolich, contenenti enigmi incomprensibili, arrivano anche quando Cugini è già in cella (vi rimarrà quattro mesi e mezzo). Gli inquirenti ritengono che il giovane bergamasco abbia ucciso Giliberti perché lo ricattava, minacciando di rivelare la sua omosessualità ora che stava per sposarsi e mettere su famiglia. Quanto alle lettere di Diabolich, i grafologi sono divisi. Per alcuni le ha scritte sicuramente Cugini, per altri no, malgrado le somiglianze. In comune, Diabolich e Aldo Cugini hanno alcuni errori grammaticali. Per esempio, scrivono “l’uogo” con l’apostrofo invece di “luogo”, ed entrambi a volte mettono le “a” in stampatello maiuscolo tra le parole in corsivo. Rimane da spiegare come Cugini possa avere inviato le ultime lettere quando era già in carcere. Servendosi di un complice, afferma il pubblico ministero. Inoltre non si può essere sicuri di niente: se la prima lettera era stata certamente scritta dall’assassino, perché spedita poche ore prima della scoperta del cadavere, in seguito diversi mitomani hanno copiato la calligrafia di Diabolich per inondare i giornali di lettere apocrife. Benché il bergamasco giuri di non essere andato a Torino nei tre mesi successivi all’incontro, un testimone sostiene di averlo visto nel capoluogo piemontese proprio nel giorno del delitto. Un altro assicura che quella sera la sua auto era parcheggiata in via Fontanesi. Sembrano prove stringenti, ma a un attento esame ognuna presenta qualche falla. Al processo, l’imputato verrà assolto per insufficienza di prove e in appello con formula piena. Tornerà alla vita di tutti i giorni, cercando di lasciarsi alle spalle quella brutta esperienza. Morirà, pare, nel 1998.

Torniamo a quando Aldo Cugini sta aspettando il processo e nella città di Torino dilaga la paura. La gente, non credendo nella colpevolezza del bergamasco, teme che l’inafferrabile Diabolich possa colpire di nuovo. Di sera, si chiude in casa e non fa entrare nessuno. Un sospiro di sollievo arriva quando “La Stampa” pubblica l’ultima lettera di Diabolich, o di uno dei mitomani che imitano la sua calligrafia: “Il mio delitto non è un gioco da ripetersi”.

L’unica cosa sicura in questa faccenda è che l’assassino ha letto un libro giallo uscito l’anno prima con il titolo “Uccidevano di notte”, scritto da Italo Fasan con lo pseudonimo di Bill Skyline. Nel romanzo, un serial killer firma i propri delitti con il nome Diabolic, senza acca. Anche questo personaggio di finzione invia lettere di sfida ai giornali e agli inquirenti: è un attore fallito e malato che ha deciso di trascorrere pericolosamente i suoi ultimi mesi di vita. Negli anni settanta, Italo Fasan scriverà la serie a fumetti “Biondo e Rampino”, disegnata da Ruggero Giovannini, per i primi numeri di Lanciostory.

Quando le sorelle Giussani realizzano Diabolik, nel lancio pubblicitario puntano su quel nome che, quattro anni dopo il delitto, è ancora nella testa della gente: Diabolic, Diabolich, Diabolik o come diavolo si chiamava. Dalla letteratura alla realtà fino al fumetto, e il giro sembra completo.

Cinquantacinque anni dopo il delitto, il 20 gennaio 2013, il caso viene riaperto: l’omicidio è l’unico reato che non cade mai in prescrizione. I laboratori dell’Unità anticrimine della polizia di Roma iniziano ad analizzare la foto della ditata di sangue sull’interruttore, nella quale, con le limitate tecnologie dell’epoca, non si era stati in grado di leggere l’impronta digitale. L’attento esame viene effettuato con sofisticati scanner di ultima generazione. Una volta definita l’impronta digitale, il computer centrale della polizia può confrontarla con quelle prelevate in questura a tutte le persone che hanno commesso reati. Se Diabolich è mai stato condannato il computer dovrebbe scoprirlo e dargli finalmente un nome, che sia ancora in vita o meno. Ma dopo tre anni, non sono state annunciate novità. Diabolik ha sconfitto di nuovo Ginko!

Passiamo a una facezia. Ecco alcune tavole tratte dal n. 21 di Satanik, “La luce che uccide”, dove Bunker e Magnus prendono pesantemente in giro le sorelle Giussani.

 

 

Lo sceneggiatore Max Bunker/Luciano Secchi (che ancora oggi scrive Alan Ford) si burla delle sorelle Giussani, ossessionate dai plagi di Diabolik. Le due avevano mandato una diffida anche allo stesso Secchi, accusandolo di avere imitato Diabolik con il suo Kriminal.

Angela, l’unica sposata, appare afflitta dai tradimenti del marito Gino Sansoni, forse reali perché i due si separeranno. Ciononostante Angela salderà i debiti di Sansoni con stampatori e distributori, quando la sua casa editrice si avvicinerà al fallimento. Il marito aveva lanciato tante testate, nessuna di successo, mentre lei praticamente una sola, Diabolik, ma con un risultato straordinario.

 

Dopo l’uccisione del marito di Angela da parte di Satanik, le sorelle Giussani sono assetate di vendetta.

 

“La cagna”, cioè la tecnostrega Satanik, sta facendo un bagno di bellezza con il laser.

 

 

 

 

 

Le sorelle assistono alla trasformazione di Satanik da mostro a superfiga, e rimangono incenerite nel tentativo di imitarla (essendo, almeno in questa parodia, bruttissime). Gli antefatti dello scontro con la strega dai capelli rossi li potete trovare nel post dove racconto anche il mio ormai leggendario incontro con le sorelle Giussani: “Quella stronza di Satanik”.

Le Giussani non se la presero troppo per la parodia malevola e pochi anni dopo divennero addirittura quasi amiche di Bunker/Secchi, permettendogli di pubblicare Diabolik in una serie di volumi della Editoriale Corno.

Concessero anche una intervista al suo braccio destro Maria Grazia Perini, pubblicata da “Eureka” n. 154 del 1976. Nell’intervista si dice esplicitamente che Diabolik è stato ideato dalla sola Angela (alla faccia della Wikipedia), e che Luciana ha cominciato a collaborare ai testi solo dal n. 14. Entrambe, infine, esprimono delle opinioni su Secchi senza accennare alla parodia.


Per concludere, il video con il misterioso caso dell’Uovo alla Diabolik illustrato da Luciana (a sinistra in rosso) e Angela (a destra in bianco).

 

Contatto E-mail: info@giornale.pop

5 commenti

  1. Oltre ai fumetti di Big Ben Bolt le sorelle Giussani mandarono in edicola anche alcuni giochi in busta. Io e i miei fratelli abbiamo giocato per mesi a Kokoa, una specie di Scarabeo fatto con quadratini di plastica leggera da disporre sul tavolo per formare la parola “Kokoa”, appunto.

  2. Sauro, vorrei solo pubblicizzare, senza fini di lucro, l’imminente uscita del terzo volume annuale dedicato a Roland Topor, in via di pubblicazione da parte de l’editrice ” Les cahiers – dessinés”, Paris: “Topor voyageurs du livre” volume secondo 1981-97, prezzo 42 euro circa.
    Qui di seguito il panegirico . se lo ritieni inadatto cestinalo senza misericordia!! . Merci ugualmente””

    Massimiliano Parente, che io ricordo come giornalista de “Il Giornale” (Pop o non Pop, questo è l’assillo!) l’ho “beccato” mentre sta ricalcando a mano libera una pagina scritta del “Notiziario/Vitt & Dintorni!!” Settembre 2016! Sorpreso ed incuriosito non ho potuto fare a meno di chiedergli:” Ma Max, amico mio presunto, perché mai ricalchi a mano con probabile immane fatica una pagina scritta e pubblicata sul misconosciuto periodico de “Gli amici del Vittorioso? Non potresti farne una normale fotocopia impiegando pochi secondi??” Max si ferma un attimo e soffiando come un mantice di buona memoria, sbotta, asciugandosi con un asciugamano(?) o una sciarpa di pura alpaca di origine andina ( della lana di) di dimensioni sovrumane la fronte madida di sudore:”Ehh, è stato the magister of all us a suggerirmelo, poiché a suo dire chi non ricalca non fa l’amore e neppure viene assunto da Bonelli per scrivere o disegnare storie dei suoi personaggi, Tex, Mystere, Dylan ( ora premio Nobel, mi pare) Zagor e così via….!!” Io rimango a bocca aperte per lo sbalordimento: mamma mia – penso – ma Sauro è di fatto un Grande Fratello plagiatore delle masse!! Max, compiaciuto di quanto ha asserito, mi sbircia di sottecchi per controllare se il mio stato di attontimento è finzione o realtà, poi compiaciuto nen constatare che sono ancora a bocca semiaperta, riprende il suo eloquio: “ Tra i gossip più succulenti sappiate che le opere di De Chirico le ha dipinte Morandi, e “Historie d’O” l’ ha scritto lo stesso Roland Topor, con lo pseudonimo di Pauline Réage, ma in realtà sotto dettatura di un genio misconosciuto rispondente al nome improbabile di Tomaso Prospero!!. Io arrossisco di malcelato piacere!! Alla fine di una vita tribolata segnata dall’indifferenza di una plebe ignorante ed invidiosa della mia superiorità cerebrale, ecco finalmente una persona che pur non identificandomi con il nom (e) de plume ( ma in realtà corrispondente alla verità anagrafica, ecco il trucco astuto e depistante) del prima citato Tomaso Prospero, riconosce in costui (IO) un essere dalle capacità sovrumane, e non mi riferisco solo a quelle fisiche e di sex appeal ( seconde solo a quello del magnifico Sauro le Pen, sciupa femmine internazionale, conosciuto anche tra la affamate – in tutti i sensi – girls cinesi che –si sa – posseggono una particolare caratteristica anatomica che rende a volte problematico l’amplesso per chi è fortunatamente superdotato!! Certo questa difficoltà non emerge se nell’intimità la partner è di pelle ambrata ( non dico scura perchè pare non sia politicamente corretto) che la natura ha fatto in modo tale da poter accogliere senza patemi d’animo il virile fallo di africani di ogni latitudine, anche da secoli emigrati, volenti o nolenti, in altre latitudini, tipo negli stati del sud est ( Alabama eccetera) degli USA.
    Mentre pensavo e mi esaltavo immaginando di essere famoso e osannato da folle oceaniche e multinazionali, Max ha reclinato il capo e si è dolcemente addormentato .Ehh, potrei anche approfittare del suo stato di incoscienza per recidergli con un sol colpo di zanne la iugulare e suggergli il tiepido sangue, ma stamani ho già pasteggiato e non ho fame di alcunché! Dorme l’ingenuo, ma anche fortunato Parente, io ne approfitto e proseguo da solo senza mala compagnia, il discorso da lui iniziato e che io conosco a memoria e che quindi qui ripeto!!“Nella matrioska di aneddoti relativa al nontro artista parigino, c’è perfino una signorina ubriaca che una notte, in albergo, gli vomita sulla giacca prima di stramazzare a terra. Topor cerca aiuto e chi trova a dargli una mano a trasportare la svenuta in camera? George Orwell. La camera è la 1984. «Sembra una data» fa notare Topor a Orwell. Orwell risponde: «È vero, come sarà il mondo nel 1984? Non oso immaginarlo». «Fate male, senza dubbio sarebbe interessante».Alla fine di questo delirio di effervescente mitomania estetica e anche etilica (esiste una registrazione con la voce di Roland che recita il libro per il teatro con la voce da ubriaco), resta il senso dell’arte come godimento e «come la gioia perché come lei è immorale». E quindi: «Viva il denaro! Viva l’arte! Viva il comunismo, Viva il Giornale Pop di Sauro, Viva lo sconosciuto genio autore dell’articolo “Jacovitti viaggiatore dimenticato”!». E a pensarci poi quel cialtrone di Roland riuscirà a centrare davvero il futuro meglio di Orwell, basta vedere cosa scrive della televisione: «Accendete il vostro televisore. Ascoltate, guardate. Cosa sentite tutta la giornata? Opinioni. Io rispetto le opinioni, ma sono l’esatto contrario della comunicazione». Senza saperlo ho inventato i talk show politici italiani!!

  3. Les titres à paraître aux Éditions Les Cahiers dessinés

  4. […] tre portfolio con mashup di Diabolik con altri personaggi e, in collaborazione con il Diabolik Club, un portfolio con Eva Kant […]

  5. […] dal novembre del 1962, quando inizia a essere pubblicato il fumetto “nero” Diabolik. Angela Giussani crea un personaggio inusuale, non un eroe, ma bensì un criminale. Dopo di lui […]

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