TRAFFICANTI DI ANIME (ROBA DA OTAKU)

Nakano

Premetto subito che “Trafficanti di Anime” in questo caso non si riferisce a sinistri patti con entità sovrannaturali che vi carpiscono lo spirito con l’inganno, ma a comuni mortali che, alla fine del secolo scorso, portavano in occidente di straforo gadgets e derivati relativi all’animazione giapponese (anime). Per certi versi è un po’ lo stesso.

otaku

In un documentario sul diffondersi della droga in occidente, un pittore milanese raccontava che all’inizio i fricchettoni come lui recuperavano sostanze psicotrope dai loro viaggi in Africa e Oriente e le condividevano gratis con i loro amici. Quando la malavita cominciò a capire che ci poteva guadagnare bene, la gente comune manco sapeva che fosse. A questo artista, dei poliziotti trovarono addosso un bel blocco di hashish. Gli chiesero che cos’era e lui disse: “è una pasta per fare i colori, sono un pittore.” Il poliziotto gli restituì il fumo e probabilmente ripensò alla cazzata fatta per parecchi anni a seguire.

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Può aprire la valigia?” Questa è la frase che quelli che facevano questo mestiere negli anni novanta temevano più di tutto. Non è che rischiassero chissà che, ma comunque se la menavano malissimo. Tattiche per non farsi notare, orari preferiti per arrivare (la sera tardi quando i doganieri non ne possono più), vestiti da mettere per passare più facilmente inosservati, mai incrociare gli occhi con i doganieri, ecc. Paranoia a mille che manco i narcotrafficanti… Che poi, nei primissimi tempi essere beccati, magari si risolveva con uno sguardo imbarazzato a una action figure molto popputa e un invito ad andarsene.

Margot - Fujiko action figure

L’ambitissima Margot aka Fujiko con tutina di pelle svestibile, che fu venduta davanti ai miei occhi a un insospettabile protagonista del fumetto italiano

Come il loro collega negli anni sessanta, i primi doganieri che vedevano passare questa roba, non si rendevano conto del valore e della loro pericolosità. Vedevano roba usata, con su le etichette del prezzo, sempre bassino. Era una gran rottura di balle dover calcolare in yen le tasse, fare verbali eccetera, per cui lasciavano andare. Tanto, niente elettronica dove potevano sequestrare o multare, niente costosissime fotocamere, solo pupazzetti di plastica e roba per bambini. Dovevano pescare quelli che facevano davvero i furbi, magari con una bella videocamera Sony nascosta tra la biancheria.

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I Trafficanti in Anime si facevano chiamare “importatori paralleli”, termine usato un po’ come “gentiluomo di fortuna” al posto di “pirata”. Prendevano un volo economico per il Giappone con una franchigia di 50 kg di bagaglio extra, ottenuto da una particolare compagnia aerea che era ben felice di avere qualche frequent flyer in più, e alloggiavano quasi tutti al Crystal Village di Nakano, a Tokyo.

Gaijin House

L’anonima entrata del Crystal Village, un tempo il corrispettivo dell’isola Tortuga per i trafficanti di Anime

Il Crystal Village affittava agli stranieri per brevi periodi. In gergo “Gaijin House”, serviva per i dipendenti delle compagnie straniere o delle filiali giapponesi all’estero, che mandavano i loro dipendenti per un periodo a Tokyo, per qualche corso di aggiornamento o per altro risparmiando sull’hotel.
Il Crystal Village V5 è un palazzetto un po’ triste composto da piccoli appartamenti, se non sbaglio sui 6 tatami, con soppalco, Il V10 aveva stanze più grandi, comode, meglio arredate, era più adatto alle famiglie, ma il V5 non era male perché ogni unità abitativa era esattamente come uno di quei piccoli appartamenti dove vivono gli studenti fuori sede che si vedono negli anime. Bagno monoblocco in plastica, triste ma molto pratico, cucinetta mignon con bollitore di riso e microonde, divano e tavolino, tv con videoregistratore e Dvd, soppalco dove mettere il futon per dormire.

stanza giapponese

Stanza principale, che veniva deputata a magazzino

Una settimana era tutto quello che serviva per riempire il piccolo appartamento di action figures, giocattoli, doujinshi, cels, robottini vintage, manga, Cd, Laser Disc e ogni tipo di rumenta giappo vendibile alle fiere dei comics come quelle di Lucca o Roma.

Broadway di Nakano

Entrata del centro commerciale “Broadway” di Nakano.

Ogni giorno facevano visita nei vari negozi di Mandarake del Broadway di Nakano. Maledivano i francesi, quasi tutti turisti o perché avevano l’abitudine di condividere le informazioni con i loro amici, un po’ come i primi frikettoni con l’hashish, mentre gli italiani gestivano questo particolare tipo di droga visiva in modo da averne un certo guadagno. In pratica è il corrispettivo giapponese dei mercatini franchising, solo che tutto è a tema anime e manga e nerdaggine varie. Mandarake, malgrado l’assonanza, non c’entra niente con il mago inventato da Lee Falk; significa infatti “pieno di manga” perché è nato come una libreria di seconda mano di fumetti. A Tokyo è da decenni una istituzione per nerds. Gli otaku hanno a disposizione uno spazio abitativo limitato per comprare i loro oggetti del desiderio, ma c’è sempre qualcosa di nuovo di cui proprio non si può fare a meno. Così, a malincuore, devono far spazio e magari recuperare un po’ dei soldi spesi prima.

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Stanza di un otaku

Vanno allora da Mandarake che compra le loro cose, valutandone lo stato e fissandone il prezzo di acquisto e di vendita, pronto per finire nelle mani di altri otaku, a prezzo sensibilmente ridotto rispetto al nuovo. Siccome per i giapponesi il concetto di “usato in buono stato” equivale al “nuovo” italiano, potete ben immaginare i ricarichi di questi importatori paralleli nel periodo di massima follia collettiva. Il passaggio del millennio rappresentò per gli otaku italiani quello che sono stati gli anni settanta per i tossici. Una quantità di roba inimmaginabile, mai vista prima, a disposizione. E gente pronta a vendergliela a caro prezzo.

dscf0392La settimana scelta dagli importatori paralleli doveva avere il weekend in mezzo perché il sabato si raccontava mettessero fuori le cose migliori. Ogni importatore oltre a Mandarake passava un po’ di tempo a cercare posti nuovi, tenuti segreti agli altri, anche a comprare articoli nuovi per gli Otaku più informati. L’altra tappa fissa era Akihabara, all’epoca conosciuto ancora dai più come “Electric town”.

Akihabara, Tokyo

Akihabara, anni 2000

Qui, dopo fine della seconda guerra mondiale, c’era un mercato spontaneo dove vendevano del materiale militare, soprattutto elettrico. Queste bancarelle illegali che recuperavano in qualche modo materiale da rivendere, diventarono all’inizio degli anni cinquanta veri negozi.

Akihabara 1950

Akiabara, stesso negozio, 1950

Nell’arco di vent’anni divenne il luogo preferito dalle famiglie giapponesi per comprare il meglio del made in Japan: condizionatori, vero simbolo di un nuovo status sociale raggiunto, televisori a colori di sempre maggiore formato, macchine fotografiche, e tutto il campionario elettrico in cima ai desideri delle famiglie giapponesi, che inseguivano lo stile di vita degli americani, arrivando poi a sovrastarli tecnologicamente negli anni ottanta.

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1983: videoregistratore e TV Mitsubishi con stampa dello schermo

A partire dall’inizio degli anni novanta, complici i videogiochi che avevano fatto da testa di ponte, il quartiere si riempì di negozi che vendevano materiale per otaku, diventando un quartiere a loro misura. Alla fine del millennio però c’era ancora una situazione ibrida, non c’era per esempio nemmeno un decimo dei Maido Café attuali.

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Camerierine dei Maido Café, locali dove giovani fanciulle vestite in modo stuzzicante servono agli otaku piatti semplici a prezzi smodati e un casto intrattenimento.

Quasi tutti andavano qui per comprare le componenti necessarie ad assemblare un potente Pc, o comprare uno dei primi Vaio o farsi aggiustare il proprio computer. Le famiglie andavano ancora in massa da Laox o Lai per comprare qualche diavoleria elettrica senza quasi notare le ondate di ragazzotti dai capelli lunghi che affollavano i centri del peccato come Tora no Ana che vende doujinshi. Alla fine della settimana di acquisti, il piccolo appartamento si svuotava, i Cd e Dvd perdevano le custodie, tutto si compattava e si imballava con fogli di pluriball comprati al combini nel cuore della notte, per finire in capienti valige di plastica dura, pronte per arrivare in Italia. I più grossi e organizzati spedivano anche, riuscendo ad ammortizzare eventuali tasse di importazione. O forse sapevano qualcosa che altri non sapevano. Certo far passare alla dogana come “regalo” un Kenshiro formato 1:1 non sembrava del tutto fattibile.

Hokuto no Ken 1:1

Diverse volte ho condiviso il viaggio con alcuni di loro. Dividendo le spese di alloggio si stava lì quasi gratis. Esperienza interessante, finché ho trovato un certo alberghetto a Ikebukuro. Comodo, conveniente e con Wi-fi, il che rendeva obsoleti gli internet café, fino ad allora l’unico modo che avevo per usare la rete quando viaggiavo.

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Gli importatori paralleli oggi non ci sono più. Sono stati spazzati via da internet, avanguardia di molti altri mestieri che hanno fatto e faranno la stessa fine nei prossimi anni. Qualcuno di loro ha aperto un negozio ricalcando le orme dei bancarellari di Akiabara, qualcuno ne ha fatto una attività con alterne fortune, qualcuno si è tagliato i capelli e ha trovato un lavoro vero. Quella di spacciare Anime non era forse un’attività del tutto lecita, ma ha comunque reso felici centinaia di otaku italiani. A tutt’oggi non mi risulta che nessuno di loro sia morto di overdose.

 

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