SPIRALE DI SANGUE: UNA GRAPHIC NOVEL?

SPIRALE DI SANGUE: UNA GRAPHIC NOVEL?

Su Facebook vengo contattato da un disegnatore (o da un piccolo editore indipendente, non ho capito bene) che mi dice: “Mi piace il tuo blog! Che ne diresti di scrivere una graphic novel per noi, seguendo le nostre esigenze editoriali?”.

Vedremo quello che succederà. Intanto però oltre a questa eventuale graphic novel ne vorrei scrivere un’altra su una storia vera che ho vissuto personalmente, con risvolti a livello politico e non solo. Adesso toccherò solo i punti principali, poi nella storia a fumetti potremo inserire alcune vicende sentimentali, vere anche quelle, per rendere più vario il tutto come si conviene a una graphic novel che si rispetti.

Dopo una rimozione totale durata alcune decine di anni, sono tornato con la mente su alcuni oscuri e sanguinosi fatti milanesi che seguirono il 16 marzo 1978, il giorno in cui i terroristi delle Brigate rosse rapirono Aldo Moro, il presidente della Democrazia cristiana.

Frequentavo il liceo artistico di via Hajech, a Milano. Venendo dall’Alto Milanese, per andare in città prendevo il treno, dove spesso incontravo Davide. Lui andava nella mia stessa scuola ed era compagno di classe di Fausto Tinelli. Eravamo alla fine degli anni settanta, il periodo dell’impegno politico, e mentre io facevo parte del gruppo di Democrazia proletaria, Fausto si definiva “anarco-comunista”. Fausto e io litigavamo per questioni secondarie, ma più spesso lavoravamo insieme. Era l’unico anarchico costruttivo che conoscessi. Una sera, due giorni dopo il rapimento Moro, lui e il suo amico Lorenzo Iannucci, detto Iaio, venivano uccisi dai proiettili sparati da tre sconosciuti.

Qualche sera dopo, mentre facevo indagini “alternative” per la mia organizzazione politica, entro nella segreteria ormai vuota del liceo di Hajech per trascrivere i dati di alcuni studenti considerati “sospetti”, anche se mi sembra una perdita di tempo. All’uscita, il mio accompagnatore e io scorgiamo un paio di persone appostate nei luoghi bui della strada. Pensiamo ad agenti di polizia messi lì di guardia, data la situazione politica incandescente. Poi vediamo passare il nostro tram e corriamo, ma quando arriviamo alla fermata è già ripartito. Corriamo ancora fiancheggiandolo per raggiungere la fermata successiva, abbastanza vicina. Quando saliamo, notiamo un foro su un finestrino del tram e un altro su quello opposto. I passeggeri, agitatissimi, pensano a una sassata. Più probabilmente, data la forma perfetta e parallela dei due piccoli fori, si è trattato di un proiettile. Qualcuno deve avere creduto che il mio accompagnatore e io fossimo saliti alla prima fermata, non vedendoci rimanere a terra perché abbiamo rincorso il tram dalla fiancata opposta rispetto alla posizione del presunto sparatore. Forse con quel proiettile voleva lanciarci un messaggio, o cercare il morto, dato che era stato sparato verso la pedana d’ingresso del tram. Il giorno dopo, passando nello stesso luogo, in un parcheggio di taxi sento che un tassista ha trovato un proiettile conficcato nella sua auto. Non voglio sentire altro, sono troppo stressato.

Il padre della militante di Lotta continua più in vista della scuola chiede aiuto a noi studenti “politicizzati” di Hajech. Il giorno prima sua figlia era stata inseguita da un’auto, dal finestrino della quale è spuntata una pistola che però non era riuscita a sparare. All’incontro con noi studenti c’era anche il responsabile cittadino di Lc, che conferma tutto essendo stato presente. Un po’ pateticamente il padre ci chiede di scortare la ragazza per qualche giorno, dato che non può denunciare il fatto alla polizia perché è un personaggio in vista nel mondo bancario: una figlia di Lotta Continua costituirebbe uno scandalo.

Alcune settimane dopo, Davide, compagno di classe di Fausto e mio amico, con il quale come ho detto prendevo spesso il treno per Milano, viene investito e ucciso da un pirata della strada che, a quanto mi risulta, è rimasto sconosciuto. Davide era il maggiore rappresentante di un altro gruppo politico della scuola: il Movimento lavoratori per il socialismo, per il quale indagava sulla morte di Fausto e Iaio.

Nessuno ha mai scritto, nei vari libri su Fausto e Iaio, di questi tre presunti attentati. L’ultimo dei quali, purtroppo riuscito. Si è parlato solo di un giornalista dell’Unità, Mario Brutto. Il giornalista seguiva con impegno le indagini su Fausto e Iaio: gli hanno sparato tre colpi, mancandolo, poi l’auto dei killer l’ha inseguito fino a investirlo e ucciderlo. In tutto, quattro attentati. Due dei quali riusciti. Senza contare quello a Fausto e Iaio.

Un funzionario della polizia era venuto nell’ufficio della preside per sentire i ragazzi della scuola, ma noi evitammo di dargli qualsiasi elemento utile, perché volevamo fare le indagini per conto nostro. Il funzionario cercò di incoraggiarci, dicendo che Fausto e Iaio erano due bravi ragazzi, che non si drogavano (notizia a noi già pervenuta per vie traverse subito dopo l’autopsia). Che i due fossero stati uccisi perché avevano cercato di inserirsi nel traffico della droga fu invece l’incredibile conclusione del responsabile del servizio d’ordine di Dp, alla fine delle nostre indagini “alternative”. Fermo restando che avremmo dovuto addebitare la responsabilità ai fascisti per opportunità politica. Lo ascoltavo stranito mentre passeggiavamo nei corridoi dell’università Statale. Cercai di contraddirlo, ma la mia opinione non lo interessava. La stessa persona ha poi alimentato la propria carriera politica dando la caccia ai fascisti che avevano ucciso Fausto e Iaio… scrivendoci persino un libro. Torniamo al giorno nell’ufficio del preside. Uscito a mani vuote il funzionario di polizia, uno studente appartenente all’area dura dell’Autonomia operaia si dice preoccupato perché Fausto teneva in casa “molto materiale” delle Brigate Rosse: se la polizia lo avesse trovato ci sarebbero stati guai grossi. La rivelazione non mi colpì in modo particolare.

Alla fine di quell’anno, il 1978, in via Montenevoso 8 viene scoperta la più importante base delle Brigate rosse: il loro quartiere generale, il loro archivio. All’interno vengono arrestati tutti i capi dell’organizzazione, salvo Mario Moretti. Fausto Tinelli abitava in via Montenevoso 9, esattamente nell’edificio dirimpettaio. Dalla camera di Fausto si vedono perfettamente le tre finestre del covo, si vedono distintamente le persone che si muovono dentro e, grazie all’acustica perfetta, si sente tutto quello che viene detto. Insomma, la finestra della cameretta di Fausto era a pochi metri dalle finestre dalla base nazionale delle Brigate rosse. Il parlamentare di Dp Luigi Cipriani, un omaccione che conoscevo bene, era stato il primo a mettere in relazione la base delle Br con l’omicidio, ma nessuno lo aveva ascoltato. Rivelò anche che, durante i funerali dei due ragazzi, qualcuno scassinò la porta di casa di Fausto e rovistò all’interno, presumibilmente portando via qualcosa. E Cipriani, ormai morto da tempo, non sapeva quello che so io: che Fausto aveva in camera documenti delle Br.

Ogni volta che Aldo Moro veniva interrogato, Mario Moretti, il capo delle Br, andava in Toscana per riferire agli altri membri del gruppo dirigente, che poi tornavano in via Montenevoso. A Milano c’era il quartiere generale in cui fluivano tutte le informazioni estorte a Moro. Nel 1990, mentre risistemava il covo di via Montenevoso, scoperto dai carabinieri del generale Carlo Alberto dalla Chiesa dodici anni prima, un muratore trova una grande quantità di carte con le trascrizioni degli interrogatori di Moro, dietro un muro posticcio. Da questi documenti si scopre che non tutto quello che diceva Moro veniva poi reso pubblico dai comunicati delle Br. In particolare, si seppe per la prima volta che Moro aveva rivelato l’esistenza di Gladio, la struttura segreta della Nato che avrebbe dovuto organizzare la resistenza in caso d’invasione dell’Unione sovietica. Le Br, in effetti, avevano reso noto anche quel documento, togliendo però il passaggio su Gladio. Probabilmente per rivenderlo all’Unione sovietica, di certo interessata alla notizia. In passato si è detto che dietro il rapimento Moro c’era la Cia, il servizio segreto americano. Ma nel dossier del Kgb portato in occidente da Vasilij Nikitic Mitrokhin si dice espressamente che erano stati i sovietici a orchestrare la campagna di disinformazione per accusare la Cia. Se invece c’era dietro il Kgb, non nel rapimento di Moro che è stata sicuramente un’idea delle Br, bensì nello sfruttamento spionistico della vicenda, si capisce perché si sia cercato in tutti modi di colpire chi stava indagando sulla morte di Fausto e Iaio: due ragazzi che forse sapevano troppo e potevano creare dei fastidi quando Moro era stato appena rapito. Uccidere simulando incidenti automobilistici, inoltre, è notoriamente la tecnica preferita dai servizi segreti.

L’ultima parte sul ritrovamento in via Montenevoso, che non ho vissuto personalmente, nella graphic novel andrebbe sintetizzata. Chissà se troverò mai un editore interessato…

Contatto E-mail: info@giornale.pop

1 commento

  1. […] lasciamo i sanguinari anni settanta, noti anche come gli anni di piombo (ai quali ho dedicato un articolo), per entrare negli edonistici anni […]

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