L’OPINIONE: SIAMO TUTTI TIZIANA E SIAMO TUTTI ASSASSINI

L’OPINIONE: SIAMO TUTTI TIZIANA E SIAMO TUTTI ASSASSINI

Tiziana, suicida per video hard. A leggere la storia di Tiziana, sembra tutta una follia: le sue azioni, dettate da un disagio psichico che covava da tempo, replicate all’infinito dalla rete, manipolate e vendute in miliardi di repliche. Il suo viso ovunque, i meme, le parodie e poi la ricerca impossibile dell’oblio, mai trovato, nemmeno con la morte, anche quella, in diretta sul web. Come Rene Le Guen nel film di André Cayatte, neanche Tiziana era una brava ragazza, e neanche lei non meritava di morire.

Non sono un moralista, ne ho viste di cotte e di crude, conosco il fascino dell’underground come del mainstream e so che la perversione è un concetto sfuggente o piuttosto un’opinione. Forse si tratta di singoli casi di disturbo psichico, stupidità e mancanza di educazione. Non lo so, ho solo sensazioni. O pazzi o vittime o carnefici, di quale follia individuale o collettiva si tratti, è sempre gente che soffre, come dice padre Cataldo, l’esorcista di Liberami. Siamo noi. E qualcosa ci ha reso spietati, insensibili al dolore, apatici osservatori dell’osceno e vittime sotto la lente.

Guardo gli altri come riflettendomi in uno specchio, e mi sembra di intravedere i sintomi di questa follia: masochismo nascosto, esibizionismo, voyeurismo, individualismo spietato, recita, fede nel miracolo.

Dietro l’esibizionismo di gesti come quello di Tiziana c’è di sicuro del masochismo. Il piacere di trattarsi male e quasi goderne. L’esibizionismo è un disturbo della sessualità: mostrare il proprio sesso, ma non perché sia potente. Per compensare l’impotenza: non ho una lira ma sfoggio il Suv di cui ho pagato solo una rata, sono vecchio, mi faccio tirare la pelle fino alle orecchie, sono solo come un cane, ma me ne scopo dieci alla volta e mando il video agli amici.

tiziana cantone
E di converso, il voyeurismo senza limiti del dolore altrui: nell’immaginario mediatico tutto quello che si può guardare non ha un’anima, esiste solo per essere divorato, consumato, offeso, svilito. Le immagini divengono spettacolari contenitori senza contenuto, involucri vuoti, simulacri, ricettacoli di sensazioni; così era quel video. Lì Tiziana non c’era, solo il suo dolore: l’indifferenza al dolore reale è il sintomo più evidente di una crisi del senso, del mistero, della percezione di un destino condiviso.

Poi l’individualismo spietato. Perché un certo individualismo è normale, uno deve avere la sua identità a cui ci attacca la stima. Fino a quando non diventa spietato. Anche nei confronti di noi stessi. Un affilato boomerang. Può essere di gruppo, un individualismo allargato: godo io, i miei amici, la mia famiglia, mi salvo io, ci divertiamo, gli altri crepino pure.
La recita: non esistiamo se non ci mostriamo. Noi esistiamo per quello che diciamo, ma per quello che mostriamo di noi, tu mostri, io mostro, voce del verbo essere mostruosi. Ma indossi la maschera e non sai più qual è il tuo volto. Stai bene solo se reciti, se diventi l’attore. Sempre il vecchio Pirandello di Uno nessuno e centomila, o The Mask, che ritorna e si incolla sulla tua faccia.

E infine, la fede, ma mica quella in dio: solo credere, come babbei.

Pensare che domani, alle otto del mattino ci sarà il miracolo. Poi se li fa dio, San Gennaro o la De Filippi, chi se ne fotte: viviamo in un quartiere povero, tra l’immondizia, in una cloaca, siamo ignoranti come una pigna, ma crediamo che domattina alle otto ci sarà il miracolo che ci cambia la vita. Aspettiamo Godot, che non c’è, è morto come tutti gli altri. Non vale la pena di fare niente, o di far poco: un video su You Tube, un’apparizione in una trasmissione. Un grande fratello. È una fede incrollabile, un ictus, e chi se ne importa se ci governa Hitler o Topolino, se viene il padre eterno o Berlusconi, chi se ne importa dei conti e della Corte dei conti, tanto domattina alle otto c’è il miracolo. Diventiamo famosi. Grattiamo e vinciamo.

Masochismo nascosto, esibizionismo, individualismo spietato, recita, fede nel miracolo. Nessun psichiatra può salvare questo paziente. Non può nemmeno toglierci ‘sti sintomi perché, senza, sei morto. Se ci togliessero la maschera ci vergogneremmo, perché abbiamo perso la faccia. Se ci togliessero la fede, vedremmo ciò che siamo.

Senza questi sintomi non c’è che il suicidio.

La nostra malattia è la nostra salvezza.

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