SCACCHI E LETTERATURA VANNO IN PATTA

SCACCHI E LETTERATURA VANNO IN PATTA

Nel linguaggio scacchistico, andare in patta significa terminare una partita in condizioni di parità. Nell’uso che vogliamo farne qui significa che scacchi e finzione narrativa escono entrambi vincitori e danno luogo a meravigliose storie di cui ne abbiamo scelta qualcuna tra il vastissimo repertorio letterario.

La storia dei giochi da tavolo su cui si muovono pedine è antichissima.
Dai ritrovamenti archeologici sappiamo che esistono da millenni. Il reperto più antico che testimonia un gioco con tavoliere e pedine è stato rinvenuto nella città di El-Mahash, in Arabia Saudita. Risale al 3000 avanti Cristo circa, e oggi è conservato nel Museo di Bruxelles: si tratta di un set completo simile alla nostra dama.
In Egitto, in un tempio di Abu Simbel, un affresco mostra la regina Nefertari (XIV secolo avanti Cristo) intenta a giocare il suo destino nel gioco del senet, considerato una sorta di antenato del backgammon.

La regina Nefertari intenta a giocare al senet

Gli scacchi veri e propri, diretti parenti di questa tipologia di giochi, arrivano dopo. La loro origine, seppure controversa, comincia in India nel VI secolo dopo Cristo. Quello che si suole considerare il primo precursore moderno degli scacchi è il gioco del Chaturanga, accomunato agli scacchi dalla struttura della scacchiera suddivisa in 64 caselle, poi evolutosi in Shatrani. Gioco che ebbe grandissimo successo e presto si diffuse in Cina già nel 750 d.C. e attorno all’anno mille in Giappone e in Corea.

A favorire l’entrata del gioco in Europa, dopo che dall’India gli scacchi passarono alla Persia, fu l’espansione araba che lo diffuse dapprima in Nordafrica e poi in Spagna. Ma anche nel Nordeuropa i Vichinghi contribuirono alla sua diffusione introducendolo in Islanda e in Inghilterra: famosi sono gli scacchi ritrovati nell’isola scozzese di Lewis, sui quali è ancora in corso una questione di attribuzione. Alcuni sostengono siano una manifattura islandese.
In poco tempo il gioco degli scacchi si diffuse nell’intero continente europeo, dando vita già nel XV secolo, in Italia e in Spagna, alla prima forma moderna di gioco, mentre le regole e la codificazione attuali furono messe a punto, o perlomeno si cominciò a metterle a punto, solo nell’Ottocento, ad opera di Paul Morphy e Wilhelm Steinitz.

La finzione narrativa non si è lasciata sfuggire l’occasione intrigante di creare storie dove gli scacchi compaiono con ruoli o finalità diverse.
A volte sono protagonisti, a volte simbolo, a volte solo un pretesto linguistico o addirittura paratestuale, come per esempio il titolo o la copertina di un libro che usano o rappresentano degli scacchi ma di scacchi non parlano, cioè non mostrano contenuti significativi.
A noi interessano romanzi o racconti dove gli scacchi hanno un ruolo predominante nella trama oppure secondario, ma importante dal punto di vista simbolico. Non solo, dove anche l’autore riesca a parlare a chi di scacchi non è giocatore.
La bibliografia sul binomio letteratura e scacchi è immensa. Sui giochi da tavoli simili agli attuali scacchi ci sono riferimenti perfino in Omero e in autori latini. Niceforo I, patriarca di Costantinopoli dall’806 all’815, in una lettera indirizzata al califfo Hārūn al-Rashīd descrive il gioco e ne auspica la diffusione a Bisanzio: è la prima testimonianza di un gioco da tavolo in Occidente dopo la caduta di Roma. Da questo momento, menzioni, documentazione, trattati e letteratura in merito si faranno sempre più fitti.

Sei sono gli autori che ho scelto fra coloro i quali hanno dato uno sviluppo importante agli scacchi nella loro opera: cinque europei e uno statunitense.

L’automa chiamato Il Turco, protagonista del saggio/racconto di Edgar Allan Poe: “Il giocatore di scacchi di Maelzel”. Da un’incisione dell’epoca, visto frontalmente

Nella storia degli automi, cioè macchine in grado di muoversi in modo autonomo, non elettroniche ma meccaniche, occupa un posto importante il cosiddetto Turco, immortalato dalla penna di Edgar Allan Poe nel suo racconto descrittivo (più saggio che racconto) Il giocatore di scacchi di Maelzel (Maelzel’s chessplayer, 1836).

Il Turco, chiamato così per il suo aspetto che richiamava una sorta di mago mediorientale, si presentava al pubblico seduto a un mobile con varie aperture da cui si potevano vedere gli ingranaggi che lo muovevano. La sua specialità era quella di saper giocare agli scacchi. Progettato e costruito nel 1769 dal nobile ungherese Wolfang von Kempelen per Maria Teresa d’Austria, si rivelò una strepitosa fonte di curiosità e fu oggetto di numerose esibizioni durante le quali qualcuno del pubblico era chiamato a giocare a scacchi con l’automa che vinceva quasi sempre. Dopo la morte di Kempelen i figli vendettero l’automa all’ingegnere Johann Nepomuk Mälzel, l’inventore del metronomo, che continuò a esibirlo. Venduto nel 1811 al principe Eugenio de Beauharnais fu poi restituito a Maelzel poco dopo, che stavolta lo portò negli Stati Uniti e lì organizzò un tour per numerose città, una delle quali fu Richmond, dove E.A. Poe ebbe modo di studiarlo.
Il Turco, infatti, era oggetto di dispute e supposizioni perché si pensava che nascondesse un trucco, ma non si riusciva a capire quale. D’altronde Maelzel osservava uno stretto silenzio in merito, limitandosi a mostrare l’interno dei meccanismi poco prima dell’inizio di ogni partita.
Il segreto del Turco venne pubblicato solo nel 1857 dal figlio dell’ultimo proprietario, Silas Mitchell, perché nel frattempo l’automa era andato distrutto nell’incendio avvenuto al Peale Museum di Baltimora, dove la macchina era in esposizione: molto delle teorie che per ottant’anni si erano fatte erano nel giusto, ma solo dopo le dichiarazioni di Mitchell si seppe l’intera verità.

L’automa chiamato Il Turco, protagonista del saggio/racconto di Edgar Allan Poe: “Il giocatore di scacchi di Maelzel”. Da un’incisione dell’epoca, visto da dietro

Al tempo in cui E.A. Poe scrisse Il giocatore di scacchi di Maelzel ancora niente di sicuro, quindi, era stato scoperto.
Restano mirabili la descrizione e la dissertazione di Poe che, da una iniziale e breve storia degli automi (inventati nell’antichità dai greci), passa a descrivere come e cosa avviene quando Maelzel esibisce il suo Turco. La sua capacità spietatamente raziocinante, nota a chiunque abbia letto qualche suo racconto, offre tutti i punti di vista possibili per spiegare la strabiliante capacità dell’automa di giocare e vincere pressoché sempre. Dopo una serrata analisi, conclude che “a nostro avviso, non esiste una confutazione ragionevole di questa soluzione al mistero dell’Automa Giocatore di Scacchi” e, se ancora fosse vissuto nell’anno in cui il segreto fu svelato, avrebbe ben potuto dire: avevo visto giusto.
Per chi voglia sapere quale fosse il segreto, legga qui.

Stefan Zweig: “Novella degli scacchi” (Rizzoli). Una delle edizioni italiane con testo a fronte

Stefan Zweig (1881 – 1942) è stato scrittore, giornalista, drammaturgo e poeta, naturalizzato britannico dopo l’annessione della natia Austria alla Germania per opera di Hitler. Fuggito in esilio nel 1940 (era ebreo), dapprima sbarcò a New York, ma già l’anno dopo si stabilì in Brasile, a Petròpolis. Qui scrisse il suo ultimo racconto, Novella degli scacchi (Schachnovelle) che fu pubblicato nel 1941.
Questo racconto lungo è un classico della letteratura scacchistica ed è citato da chiunque se ne interessi.

Tra le ultime edizioni italiane, alcune sono con il testo originale a fronte, in lingua tedesca, e con traduzioni di diverso traduttore (Garzanti, 2004; Rizzoli, 2013; Einaudi, 2013; Newton Compton, 2013 e 2014).

Stefan Zweig

Novella degli scacchi è un capolavoro. Ha la densità di colori di un romanzo e la fresca profondità di un racconto. Una volta letto, resta indimenticabile e tornare a leggerlo rinnova il senso di tensione crescente con cui lo si è vissuto la prima volta e lo stupore per la bilanciatura perfetta in cui si muovono tempo, luogo e personaggi.
Suddiviso in tre spazi temporali diversi che si intersecano, il territorio che li accomuna è una nave da crociera che parte da New York per arrivare a Buenos Aires.
La voce narrante che ci accompagna per l’intera narrazione è quella di un passeggero che non si dichiarerà mai, in veste sia di testimone oculare sia di raccoglitore di testimonianze. La scena si apre sul disordine allegro e rumoroso che precede la partenza di una nave in procinto di un viaggio lungo. Già sul ponte, il nostro passeggero si guarda intorno e, attratto dai flash di alcuni fotografi giornalisti, vede salire il campione di scacchi mondiale, Mirko Czentovizč. Sulla figura di quest’ultimo cresce uno dei tre tempi in cui l’azione si sposta in un villaggio a ridosso del Danubio, nella campagna ungherese, luogo di origine del campione. Qui si svolge una storia incredibile dentro la storia.
Un secondo tempo fa capo a un misterioso gentiluomo austriaco, il Dr. B., che il nostro viaggiatore per rispetto non menziona per esteso. Durante il viaggio il Dr. B. gli racconterà i motivi per cui il suo comportamento è apparso così strano durante una partita di scacchi tenuta nella sala fumatori della nave.
La zona neutra del presente, la nave, cioè la terza zona temporale del racconto, è il catalizzatore dove converge tutto e si gioca l’intera vicenda.
Intorno una folla di sconosciuti e personaggi secondari tracciati in modo vivacissimo con pennellate e particolari che ricordano un quadro impressionista. Nell’aria c’è ancora l’eco dell’orchestra che intrattiene, l’avevamo sentita solo all’inizio.

Molto si è detto di questa Novella, scritta durante la Seconda guerra mondiale. Fra le tante cose, è ritenuto che il racconto denunci il cambiamento sociale e culturale in corso, in cui la visione eclettica dell’essere umano intellettuale, e di riflesso della società in cui sta vivendo, sta per lasciare il posto a una intelligenza rozza, ignorante, utilitaristica e dedita al lucro, settoriale o monotematica. Denuncia quanto mai attuale.
D’altronde rappresenta il lascito di Zweig. Mentre scriveva Novella degli scacchi, stava scrivendo anche Il mondo di ieri, Ricordi di un europeo, un’opera autobiografica in cui descrive gli ultimi suoi anni, quelli dell’esilio dal 1939 al 1941, che uscì postuma a Stoccolma nel 1942.
Postuma perché nel febbraio del ‘42 si suicidò insieme alla moglie, a Petròpolis.
Ma non si spaventino i lettori: Novella degli scacchi non indulge a struggenti addii. Si addentra nell’ignoto, una zona da cui pochi ritornano, e offre una via d’uscita. I superstiti lo sanno. Sanno quello che “la nuova intelligenza” non potrà mai sapere, tantomeno comprendere. A quest’ultima si lascino pure l’arroganza ed effimere convinzioni.

Lord Dunsany: “The Little Tales of Smethers and Other Stories” (Jarrolds, 1952). Prima edizione in lingua originale

Lord Dunsany (1878 – 1957), scrittore e drammaturgo irlandese di cui si è sempre parlato poco in Italia, oltre a essere stato autore famoso, prolifico e originale in più campi letterari, ha influito su numerosi scrittori di grande fama. Solo per citarne due, lo statunitense Howard Phillips Lovecraft e l’argentino Jorge Luis Borges.
Diciottesimo barone di Dunsany, il suo vero nome era Edward John Moreton Drax Plunkett. Autore pionieristico, è considerato il padre del genere “fantasy”, in un momento in cui la forma in romanzo era ancora in cantiere. Fenomeno “fantasy” che esplose più tardi con Il signore degli anelli, di J.R.R. Tolkien.

La scrittura di Lord Dunsany, infatti, spaziò in un mondo fantastico o gentilmente orrifico, impalpabile e fiabesco, a volte dello spessore di un sogno. Ma la sua vena non si espresse solo nella costruzione onirica di vicende i cui protagonisti sono creature ultraumane che sovente si intrecciano nella vita di comuni mortali umani. Attraverso il suo alter-ego letterario Yorkens, il cui passato nasconde una vita di esploratore e cacciatore, ora frequentatore del Club Billiards di Londra, emergono racconti tratti dalla realtà o dalla vita quotidiana trasformata da suggestioni e ipotesi che trasportano il lettore in uno spazio parallelo.

“Chess Review, February 1951”: Lord Dunsany è in piedi, sulla destra

Tra le sue molteplici eccellenze, Lord Dunsany fu anche campione irlandese di scacchi. Sfumate menzioni agli scacchi ci sono in alcuni suoi racconti, come in Le due bottiglie di salsa (The Two Bottles of Relish, 1932) e in Cruciverba incompleto (The Clue, 1952), oltre al racconto Il gambetto dei tre marinai (The Three Sailors Gambit).
Ma un racconto interamente dedicato lo troviamo nel mirabolante e bellissimo Il nuovo padrone (The New Master), racconto paradigmatico, cioè rappresentativo e di modello per molti autori che sono seguiti e annoverati nella bibliografia fantascientifica, i quali hanno scritto in materia di robot versus uomo. È incluso nella raccolta di racconti fantastici e gialli The Little Tales of Smethers and Other Stories (Jarrolds, 1952).

The New Master si apre sul sofferto dibattito interiore della voce narrante, uno scacchista amatoriale, che dovrà deporre per l’amico Allaby Methick. Lui conosce la verità ma dichiararla, oltre a essere giudicata inverosimile, indurrebbe la corte a considerarlo un pazzo.
Entrambi frequentano il Circolo Scacchistico di Otbury. Un giorno l’amico Allaby Methick invita l’altro a casa sua e gli dice che ha costruito una macchina in grado di batterlo a scacchi. Il nostro protagonista accetta l’invito e gioca con il robot, statico ma munito di braccia. Naturalmente viene vinto.
Ma non è la sconfitta che lo allarma, quanto le reazioni di offensiva superiorità della macchina verso l’uomo. Tanto da indurlo a considerazioni molto più generali che presagiscono un’incrinatura nella libertà dell’essere umano: “Vidi che le macchine stavano già diventando i padroni privando l’uomo del suo dominio sulla terra. Dovunque volgessi lo sguardo potevo distinguere, chiarissimi, i segni di ciò. Non era consolante pensare che era stato l’Uomo stesso a creare la macchina”.
Per essere un racconto degli anni Cinquanta, ancora immuni da tecnologia digitale e Internet, il racconto si pone con un punto di vista modernissimo, aprendo domande di primario interesse attuale.

John Brunner: “La scacchiera” (Urania, 512). Copertina di Karel Thole

La scacchiera è un geniale romanzo dello scrittore britannico John Kilian Houston Brunner, pubblicato nel 1965 con il titolo originale The Squares of the City. In Italia è uscito due volte, sempre per Mondadori, nella collana Urania (“Urania, 512” nel 1969; “Urania, 799” nel 1979; entrambe con traduzione di Hilja Brinis. Nel 2015 è stato pubblicato in formato digitale: “Collezione eBook, 155”).
Scritto nella forma di thriller, poggia su un impianto fantascientifico, dove gli elementi politico e sociologico sono la chiave di lettura.

La particolarità inusuale del romanzo sta nel fatto che la trama è costruita su una partita avvenuta nel 1892, all’Avana, tra il giocatore di scacchi austriaco naturalizzato statunitense Wilhelm Steinitz (campione del mondo e considerato il padre degli scacchi moderni) e il giocatore di scacchi russo Michail Ivanovič Čigorin (ritenuto da buona parte dei russi il fondatore della scuola scacchistica russa). Tutto il romanzo si muove secondo il loro gioco e i personaggi rappresentano i vari pezzi. Non solo, il gioco degli scacchi compare in modo esplicito e con funzione simbolica anche all’interno dello stesso romanzo.
Secondo alcuni scacchisti, non sarebbe possibile riprodurre l’intera partita giocata sulla base del romanzo perché Mondadori avrebbe introdotto dei tagli nella versione italiana. Cosa invece possibile sulla versione in lingua originale. In ogni caso, Urania riporta in calce un quadro sinottico dei personaggi e il loro ruolo corrispondente giocato come pedina, comprensivo di eliminazioni.

John Brunner: “The Squares of the City” (Ballantine Books, 1965). Prima edizione in lingua originale

Un urbanista di fama internazionale, Boyd Haklyut, accetta di lavorare a un progetto che gli è stato commissionato dal Governo dell’Aguazul, uno stato immaginario del Sud America. Il suo compito è riprogettare la viabilità di alcuni quartieri della capitale, Vados, città modello fatta costruire secondo i dettami più moderni.
Il lavoro sembra di ordinaria difficoltà, senonché il nostro urbanista, non appena arriva alle porte di Ciudad de Vados, rimane impietrito alla vista di un intero agglomerato di tuguri. Quella vista squallida gli riporta alla mente un tale che una volta aveva conosciuto mentre sovrintendeva alla demolizione delle catapecchie di un’altra città, un tale che in quelle catapecchie c’era nato. “Sa, io ho sempre saputo che era tutto provvisorio” gli aveva detto. “È stato questo a mettermi in grado di lottare, anche quando altri si davano per vinti. Perché per me era come una sferzata, ogni volta che volevo tirar su il selciato di una via, scoprire che sotto c’era la terra: il terreno aborigeno. Nel complesso, la città sembrava implacabile, solida, piatta, detestabile: ma ogni volta che ricordavo che sotto c’era la terra, ricominciavo a lottare”. Haykut prova un senso di gelo e timore profondi a quel ricordo, e ne avrà tutti i motivi. Così comincia il romanzo di Brunner.

Al di là della trama fondata sulla partita, Brunner ha fornito davvero una storia di suspense con esito finale a sorpresa, in cui vengono descritte le dinamiche di un potere che di facciata si presenta liberale, le sue storture, le deviazioni, gli escamotage per sostenersi, le implicazioni economiche, i trucchi per celare i veri e discutibili quando non sanguinosi obiettivi, l’impatto che l’urbanistica può avere nel muovere folle inconsapevoli, l’importante ruolo di una comunicazione mediatica manipolata attraverso input subliminali. E che trova nella dissidenza il suo avversario.
Haykut si muove con la ferma volontà di mantenersi neutrale entro questo gioco contrastante, perché è convinto che la conoscenza del controllo esercitato fornisca un’alternativa.
Quanto e come, Brunner ce lo dirà in una forma inaspettata.

Paolo Maurensig: “La variante di Lüneburg” (Adelphi, 1993)

La variante di Lüneburg è un romanzo che mi ha sorpreso per la perfetta calibratura con cui si muove dentro a una struttura sofisticata e complessa, per la pulizia di scrittura e la lucidità sintattica. Posso immaginarmi il lavoro immane di riletture, sfrondature e limatura per ottenere un tale eccellente risultato.
Scritto dallo scrittore italiano Paolo Maurensig, goriziano del 1943, è stato pubblicato nel 1993 da Adelphi nella collana “Fabula, 70”.
Il romanzo ha parallelismi evidenti con Novella degli scacchi. E lo stesso Maurensig ha ammesso di avere letto e studiato Stefan Zweig.

Paolo Maurensig

La storia ha una venatura gialla che la percorre per intero: si apre su una leggenda in cui la natura degli scacchi appare intrigante e pericolosa e, subito dopo, su un fatto di sangue dei nostri tempi avvenuto nei pressi di Vienna in cui ha perso la vita un facoltoso uomo d’affari tedesco. Nella casa dove si presume si sia suicidato è stata trovata una strana, vecchia e sporca scacchiera, con le pedine messe in una complicata posizione di gioco.
Molto della trama avviene in un viaggio in treno dove i protagonisti convergono direttamente o indirettamente attraverso l’intima narrazione di uno dei viaggiatori. Presente e passato si intrecciano in un doppio duello scacchistico in cui gli avversari si battono all’ultimo sangue. Ci sono il dolore, l’ossessione, il delitto criminoso, i misteri di persone scomparse, cinquantanni di storia europea che chiedono vendetta. Un dramma privato e una pubblica tragedia.

Un romanzo profondamente mitteleuropeo, in cui i personaggi celano e testimoniano una insanabile frattura interiore che si pone nei confronti della realtà intima e sociale con una visione dualistica superata attraverso l’annientamento dell’altro e la vendetta. La pedina si fa golem per entrambi, ad azione corrisponde reazione. Chi prima era vincitore ora è sconfitto, chi ora è vincitore sopravvive sulla sconfitta dell’altro continuando a dissanguarsi per rinsanguarla in aeternum. La metafora scacchistica è perfetta.

Benoit Rittaud: “L’assassino degli scacchi e altri misteri matematici” (Barbera, 2004)

Il matematico francese Benoit Rittaud ha pubblicato nel 2004 una raccolta di racconti dal titolo L’assassino degli scacchi e altri misteri matematici (L’assassin des échecs et autres fictions mathématiques; Le Pommier). In Italia la prima edizione è uscita tradotta nello stesso anno per i tipi di Barbera, con traduzione di Monica Martignoni.

La silloge raccoglie undici racconti in cui entra in gioco un luogo matematico o logico, ad ogni fine racconto c’è un’appendice dell’Autore che ne illustra in dettaglio gli aspetti matematici.
Non si tratta di capolavori di narrativa, come per esempio è invece Zio Petros e la congettura di Goldbach (Uncle Petros and Goldbach’s Conjecture) dello scrittore greco-australiano Apostolos Doxiadis, di cui ho parlato qui. Romanzo che a sua volta è annoverato nella bibliografia scacchistica.

Ma sono racconti ben scritti e ben strutturati e non peccano di intenti pedagogici evidenti. Comprensibili anche da chi non è addentro nell’argomento matematico.
Uno di questi racconti è appunto quello che dà il titolo all’intera raccolta, L’assassino degli scacchi: è stata giocata una partita virtuale a scacchi tra un campione, Viniyarin, il quale giocava in simultanea con altri e un perfetto sconosciuto che, provocando lo stupore generale, lo ha sconfitto per tre volte consecutive. Il giorno dopo lo sconosciuto vincitore viene trovato morto. Viniyarin si presenta alle autorità invocando l’omicidio senza premeditazione, addossandosi la colpa, ma il commissario non vede un movente e continua a indagare, fino a quando non scoprirà una verità che mai avrebbe immaginato.

Il racconto si fonda, in termini matematici, sul teorema di Zermelo e von Neumann da cui si è sviluppata la teoria dei giochi, le cui applicazioni pratiche hanno riguardato per lo più l’economia.

Chiudo con le parole che sembra abbia detto il più grande campione di scacchi, il russo Garri Kimovič Kasparov, vincitore del titolo mondiale per ben 15 anni consecutivi fino al 2000, prima dell’incontro con il computer Deep Blue nel 1996: “Difenderò la razza umana!”.
Vinse per 4 a 2.

Nel 1997 partecipò a un secondo incontro con una sfida di 6 partite e un software aggiornato, dove perse, ma su quell’evento ci furono polemiche e sospetti fondati che non furono mai chiariti. L’IBM non gli permise mai di controllare i tabulati dell’elaboratore, sebbene il contratto lo prevedesse.

 

Dio muove il giocatore che gli ordini impartisce.
Quale Dio prima di Dio la trama ordisce
di polvere e tempo e agonie e sogni?

(J.L. Borges: dalla poesia “Scacchi” nella raccolta “L’artefice”)

 

 

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