ROBERTO RECCHIONI E IL PIÙ GRANDE FUMETTO DEL MONDO

ROBERTO RECCHIONI E IL PIÙ GRANDE FUMETTO DEL MONDO

Dato il diuturno interessamento per questo articolo manifestato da Roberto Recchioni, l’attuale curatore di Dylan Dog, mi vedo costretto a riproporlo con un nuovo titolo e un commento finale (dopo il fumetto).

Oggi avete l’inusitata fortuna di leggere il più grande fumetto mai realizzato al mondo, un fumetto che sovrasta largamente Watchmen e Dark Knight messi insieme. Un fumetto scritto dal principale autore vivente: me medesimo (anche se, per somma sfiga vostra, da molti anni ho smesso di sceneggiare per fare il giornalista).


Ronny Balboa è un “bonellide”, cioè un albo nel formato di Bonelli pubblicato da un altro editore, uscito in un’epoca in cui non c’erano in edicola altri bonellidi. Anche perché Sergio Bonelli, nel suo pieno diritto, diceva ai distributori: “o me o loro”. Poi Bonelli si è ammorbidito e i bonellidi hanno iniziato a prosperare. Pure troppo, dato che oggi vediamo addirittura in edicola fumetti francesi, in origine grandi e a colori, pubblicati in un relativamente piccolo formato in bianco e nero.


Alla fine degli anni ottanta facevo, tra l’altro, il consulente dell’editore della Play Press per i fumetti della Marvel e della Dc Comics, che stava iniziando a pubblicare. Un giorno particolarmente importante per le sorti del fumetto universale, ero andato con l’editore a Vittuone, poco distante da Milano, per discutere l’acquisizione dei diritti di Wolverine, i Nuovi Mutanti e qualche altro personaggio con l’agenzia che allora gestiva i diritti Marvel in Italia. L’editore ascoltava chiunque e poi finiva per pubblicare personaggi Marvel di diversa qualità, compresi i noiosi Dp7 della sfigata linea New Universe: essendo presente, almeno Wolverine l’avremmo preso di sicuro.

Come per caso, sul tavolo intorno al quale discutevamo era appoggiato in bella vista un foglio uscito dal telex, nel quale il publisher della Marvel passava per correttezza al suo agente italiano la copia della lettera di un editore che diceva più o meno: “Caro Jim Galton, perché voi della Marvel non pubblicate direttamente i vostri fumetti in Italia? Io potrei gestirli per conto vostro”. Forse all’agente italiano della Marvel non piaceva quell’idea che lo avrebbe messo fuori gioco, e voleva farla circolare tra gli editori italiani che pubblicavano materiale Marvel (all’epoca erano ben quattro: Star Comics, Play Press, Comic Art e Max Bunker Press).


Di ritorno a Milano, passeggiando da piazza Duomo a piazza San Babila, dove avremmo cenato nel solito ristorante, l’editore mi disse che aveva intenzione di fare uscire una serie di tascabili gialli a fumetti senza personaggio fisso. Io gli risposi che i tascabili non avevano più mercato: dopo Alan Ford, uscito nel 1969, erano falliti tutti. Gli proposi, invece, un albo nel formato di Bonelli, perché ormai era l’unico modo per farsi vedere in edicola.


L’editore ci pensò alcuni giorni e poi rispose sì, aggiungendo che aveva già registrato la testata: “Balboa”. Cercai in tutti i modi di fargli cambiare idea, perché trovavo quel nome, ispirato al personaggio cinematografico interpretato da Sylvester Stallone, indicibilmente tamarro.


Non ero neppure d’accordo sul fatto che Balboa dovesse essere un avvocato ricchissimo, con una bella macchina eccetera: io l’avrei preferito sfigato e pieno di debiti. Il peggio è stato dover discutere su ogni storia, da ricondurre ai canoni tradizionali del genere. Dopo avere scritto una ventina di episodi decisi che era meglio lasciar perdere, anche perché ero stato chiamato a occuparmi dell’Intrepido.


Ronny Balboa, uscito per la prima volta nel 1989, è andato avanti fino al numero 81, nel 1996, producendo anche uno spin off. In Italia gli unici fumetti di successo, da Tex a Diabolik, sono solo quelli seguiti per decenni dai creatori, ciononostante Balboa ha avuto una discreta carriera editoriale.


Durante il periodo in cui lo scrivevo, l’editore diceva che Balboa vendeva bene e che lo stavano pubblicando anche in Spagna e in Turchia, nonché a puntate in un quotidiano svedese.
Ecco le edizioni della Millyet Gazetesi Eki (che ha cambiato il nome del personaggio in Barbo) e dell’Editorial Zinco.


Anni dopo uscì una ristampa di Balboa in edizione tascabile.


Prima di scrivere le storie di Ronny Balboa mi sono letto un testo universitario, “Il processo penale negli Stati Uniti d’America” di Ennio Amodio e M. Cherif Bassiouni, anche perché allora le procedure giudiziarie in Italia e in America erano molto diverse tra loro (da noi vigeva ancora il sistema inquisitorio). Ero poi stato un po’ influenzato dalla sit-com “Giudice di notte”, che vedevo in quel periodo. In un episodio, il giudice chiede a un profugo: “Mi tolga una curiosità, com’è veramente l’Unione Sovietica?”; “Ha presente Milwakee?… Ecco, immagini una immensa, sconfinata Milwakee”. A quella risposta, il giudice rabbrividisce (Milwakee è la città dove si produce la Harley-Davidson e dove è ambientato il telefilm “Happy Days”). Per realizzare Debra, la spalla di Ronny Balboa, mi sono ispirato al personaggio femminile di quella serie, intepretato da Ellen Foley.


Avevo anche chiesto al disegnatore di farla fisicamente simile, solo che c’è stato un equivoco perché in quel periodo la Foley venne sostituita da Markie Post, e Morale si ispirò a lei. Ellen Foley faceva anche la cantante: oltre a incidere dischi come solista, ha lavorato accanto a Meat Loaf e ai leggendari Clash. In realtà non se la ricorda più nessuno, né come cantante né come attrice. E poi i miei sono gusti molto particolari: per dire, l’altra attrice televisiva degli anni ottanta che mi piaceva era Suzanne Somers…


Tornando a Balboa, la fatica è stato leggere il tomo universitario perché per scrivere la sceneggiatura del primo numero, compresa la creazione dei vari personaggi e delle situazioni, ci ho messo un giorno solo. Battendo quella lumaca di Castelli, che scriveva 50 pagine di Martin Mystère a botta.


A proprosito, quando uscì il primo numero, Alfredo Castelli mi disse che lo aveva fatto sudare freddo. Decio Canzio, l’allora direttore generale della Bonelli, sospettava che Balboa lo scrivesse lo stesso Castelli usando il mio nome (!) e aveva messo una copia del fumetto sul proprio tavolo per vedere la sua reazione (!).
Chiamato lo sceneggiatore disneyano Carlo Chendi come testimone, Castelli mi disse che, anche perché la cornice gialla della copertina Balboa ricordava troppo quella del bonelliano Nick Raider (io non c’entravo niente con la grafica), avrei dovuto scegliere se continuare a scrivere per Martin Mystère e Zona X o per la nuova pubblicazione della Play Press. Io non risposi: se avevo iniziato a scrivere Balboa per me era ovvio che avrei smesso di collaborare con la Bonelli. Chiesi comunque all’editore della Play Press di cambiare la grafica di copertina, cosa che fece un po’ di malavoglia.


I disegnatori principali di Ronny Balboa erano la coppia Giampaolo Morale e Wanda Stramaglia Cerreto (presumo che quest’ultima fosse l’inchiostratrice). Con Morale devo avere parlato al telefono solo una volta. Loro e gli altri disegnatori di Balboa appartenevano allo studio di Alberto Giolitti, il bravo autore romano che aveva lavorato in gioventù per gli americani della Gold Key, soprattutto per il comic book di Turok. Anche Giolitti lo avevo sentito una volta sola, ma per altri motivi: mi aveva proposto di scrivere l’adattamento a fumetti di un giocattolo per un settimanale inglese, ma rifiutai. Altri disegnatori di Balboa erano vecchie glorie della scuola romana, tra i quali ricordo in particolare l’interessante Angelo Todaro, già disegnatore di Star Trek per la Gold Key e di Terror Blu (il tascabile erotico scritto dal grande Carmelo Gozzo) per la Ediperiodici. Ecco Todaro in una sequenza balboiana di particolare spessore.


L’episodio di ambientazione vietnamita che presento qui per intero, uscito nel numero 25, non dovetti discutere né cambiare niente. Mi tagliarono solo una vignetta nella quale una bambina riceve uno schiaffone.


La copertina dipinta è di Mario Caria, che da piccolo conoscevo per le copertine degli albi dei Fratelli Spada, da Gordon all’Uomo Mascherato. Nei primi tempi le copertine di Caria per Balboa venivano pubblicate quasi a caso: raramente corrispondevano all’episodio interno di Balboa. Pure alcuni titoli venivano invertiti.


La differenza principale rispetto alla tendenza che stava imponendosi alla Bonelli (e che oggi si è imposta del tutto) sta nello stile: piuttosto serio quello della Bonelli, brillante il mio. Nei fumetti che scrivevo, al di là del loro valore estetico (naturalmente rilevante), i personaggi non danno l’impressione di volersi suicidare da un momento all’altro a causa del tedio vivere. Anche nelle scene drammatiche rimangono in qualche modo simpatici. In generale, anche se lo stile dei disegni di questa storia è forse poco adatto al testo, mi ispiravo ai fumetti di Kriminal di Max Bunker e Magnus, che tanto mi colpirono da piccolo.

Quando ho pubblicato questo articolo nel mio vecchio blog, Roberto Recchioni (il responsabile di Dylan Dog) mi ha preso a male parole nel mio profilo di Facebook dicendo che Lazarus Ledd era nato prima di Ronny Balboa e che aveva avuto più successo. In realtà quando è nato Lazarus Ledd io era già all’Intrepido, e infatti ricordo che chiamai Ade Capone, il suo creatore, a collaborare. Il successo di Balboa, non del tutto irrilevante, è stato anche quello di avere contribuito ad aprire la strada a diverse testate nel formato di Bonelli, pur essendo pubblicate da altri editori (tra le quali quelle in cui proprio Recchioni fece i primi passi come sceneggiatore).

Più di recente, Roberto Recchioni è tornato alla carica sostenendo che non mi era stato detto di scegliere tra la Bonelli e l’editore concorrente (richiesta, peraltro, assolutamente legittima).
Almeno stavolta Recchioni non ha usato questa polemica inutile, quanto diffamatoria, per poi postare una pubblicità degli orologi nel suo profilo di Facebook.

 

 

Contatto E-mail: info@giornale.pop

5 commenti

  1. Caro Pensaurus, mi piace molto la tua idea di un tascabile con un protagonista loser ( sfigato mi ha sempre fatto pensare al doposcuola ) indebitato e clone di Meat Loaf nel suo immortale personaggio rockabilly del Rocky Horror Picture Show che esce dal gabbio per essere stato un brillante borsaronero in qualche conflitto locale e si ricicla come avvocato di altri losers ( sfigati ndr ) mentre cerca di conquistare una sciampista uno zinzino naif clone di Suzane Somers. Le note sono sette e quindi non posso nasconderti che nel tuo concept vedo sia il telefilm Kazinsky ( con Ron Leibman trasmesso da noi nei primi anni ottanta ) sia l’Alligatore di Carlotto ( di cui è stata realizzata anche una storia a fumetti da Igort ) sia la spia senza nome di Len Deighton poi Harry Palmer al cine, ma mi piace comunque un frappo.
    Tra l’altro oggi i tascabili stanno tornando timidamente nelle edicole – penso al Pietro Battaglia di Recchioni per la Editoriale Cosmo – e sosterrò il tuo progetto perchè sento in ogni fibra il bisogno di un albo moderno e sintetico con colpi di scena a go go e personaggi sgarrupati e fuor di sesto ed ottimisti nonostante la difficoltà di trovare nella Realtà Prima una pizza con la mozzarella decente ed una brioche salata che non abbia la consistenza delle resine anti umidità che nei bagni stanno progressivamente sostituendo le piastrelle.
    Se mi posso permettere, ti consiglio di scegliere matitisti con lo zeitgeist nella manina a la Ratigher o Simone Angelini o Vanessa Cardinali e di non tentare di restare nel solco degli Zaniboni sr e jr per interessare e sedurre un pubblico di nativi digitali cresciuti con Scott Pilgrim. Ciao ciao.

  2. recchioni è un rosicone

  3. al giorno d’oggi si potrebbe fare un personaggio come Rasputin(Corto Maltese) o con il buonismo di oggi è improponibile?

  4. All’epoca il poliziesco mi attirava poco o nulla ed ero troppo concentrato sul Rinascimento americano degli anni 80 per seguire le serie italiane. Comprai comunque sia il primo numero di Nick Rider che quello di Balboa (da qualche parte devono ancora esserci a casa di mia madre). Ricordo chiaramente quanto ingessato fosse il primo e quanto brillante e fracassone il secondo. Se vogliamo fare un paragone coi film di supereroi odierni, potremmo dire che Nick Rider sta a Batman v Superman: Dawn of Justice come Balboa sta a Thor: Ragnarok o ai Guardiani della Galassia.

  5. Ieri come oggi, questo tipo di fumetti mi ha sempre fatto “a’are” come dicono a Firenze e non ne ho letto nessuno.
    Forse Billy Biss e poco altro :))))) Con affetto, eh?

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