COSA C’È DA RIDERE?… ECCO LA SPIEGAZIONE

COSA C’È DA RIDERE?… ECCO LA SPIEGAZIONE

Cosa c’è da ridere? A questa domanda hanno tentato di rispondere filosofi, scrittori e cabarettisti.
A quanto pare, però, non è ancora stata data una risposta convincente al quesito, altrimenti avremmo sovrabbondanza di libri e film comici oltre che di vignette e numeri di cabaret.

Molti diranno che la comicità dipende dalla bravura del comico, sia che racconti una barzelletta, disegni o si esibisca sul set o su un palcoscenico. L’esempio più inflazionato è quello di Totò. In pratica quella scena che ci strappa le lacrime dal corpo non ci farebbe tanto ridere se non ci fosse il principe della risata, e questo vale per tutti i grandi comici italiani o stranieri che siano. Che questo sia vero è fuori di dubbio, l‘attore comico non fa ridere di per sé ma solo perché esiste una situazione comica alla base. Un film mediocre non può essere riscattato da un buon attore. Si potrebbe dire, al contrario, che è la situazione a fare grande il comico.

Dall’insieme di teorie sull’origine della risata emerge che questa è generata da un meccanismo di base che ha come protagonista principale l’uomo con i suoi limiti e i suoi difetti. Egli è normalmente inserito in un sistema di valori a cui, volontariamente, involontariamente o solo apparentemente, dà la scalata. Se riesce nel suo tentativo avremo la dimostrazione pura e semplice che l’uomo può elevarsi e superare i propri limiti e non ci sarà nulla da ridere. Se, invece, i suoi tentativi falliscono si confermerà per quello che è e da qui la risata. Si ride, insomma, della propria presunzione e del proprio fallimento.

Ecco le spiegazioni di alcuni studiosi, filosofi e scrittori sui motivi che spingono a ridere. Se nessuna di queste ci convincesse, siamo liberi di elaborarne una propria. E se quest’ultima risultasse troppo strampalata, di riderne.

Aristotele

Poetica
“La commedia è, come abbiamo detto, imitazione di persone più spregevoli, non però riguardo ad ogni male, ma rispetto a quella parte del brutto che è il comico. Ed infatti il comico è in qualche errore o colpa, ma che non provoca né dolore né danno, come, per prendere il primo esempio che ci si presenta, la maschera comica, che è sì brutta e stravolta, ma non causa dolore”.

Perché ridiamo? Aristotele

Aristotele

Umberto Eco

Il nome della rosa
«Ma cosa ti ha spaventato in questo discorso sul riso? Non elimini il riso eliminando questo libro».

«No, certo. Il riso è la debolezza, la corruzione, l’insipidità della nostra carne. È il sollazzo per il contadino, la licenza per l’avvinazzato, anche la Chiesa nella sua saggezza ha concesso il momento della festa, del carnevale, della fiera, questa polluzione diurna che scarica gli umori e trattiene da altri desideri e da altre ambizioni… Ma così il riso rimane cosa vile, difesa per i semplici, mistero dissacrato per la plebe. Lo diceva anche l’apostolo, piuttosto di bruciare, sposatevi. Piuttosto di ribellarvi all’ordine voluto da Dio, ridete e dilettatevi delle vostre immonde parodie dell’ordine, alla fine del pasto, dopo che avete vuotato le brocche e i fiaschi. Eleggete il re degli stolti, perdetevi nella liturgia dell’asino e del maiale, giocate a rappresentare i vostri saturnali a testa in giù… Ma qui, qui…» ora Jorge batteva il dito sul tavolo, vicino al libro che Guglielmo teneva davanti, «qui si ribalta la funzione del riso, lo si eleva ad arte, gli si aprono le porte del mondo dei dotti, se ne fa oggetto di filosofia, e di perfida teologia… Tu hai visto ieri come i semplici possono concepire, e mettere in atto, le più torbide eresie, disconoscendo e le leggi di Dio e le leggi della natura. Ma la Chiesa può sopportare l’eresia dei semplici, i quali si condannano da soli, rovinati dalla loro ignoranza. La incolta dissennatezza di Dolcino e dei suoi pari non porrà mai in crisi l’ordine divino. Predicherà violenza e morirà di violenza, non lascerà traccia, si consumerà così come si consuma il carnevale, e non importa se durante la festa si sarà prodotta in terra, e per breve tempo, l’epifania del mondo alla rovescia. Basta che il gesto non si trasformi in disegno, che questo volgare non trovi un latino che lo traduca. Il riso libera il villano dalla paura del diavolo, perché nella festa degli stolti anche il diavolo appare povero e stolto, dunque controllabile. Ma questo libro potrebbe insegnare che liberarsi della paura del diavolo è sapienza. Quando ride, mentre il vino gli gorgoglia in gola, il villano si sente padrone, perché ha capovolto i rapporti di signoria: ma questo libro potrebbe insegnare ai dotti gli artifici arguti, e da quel momento illustri, con cui legittimare il capovolgimento. Allora si trasformerebbe in operazione dell’intelletto quello che nel gesto irriflesso del villano è ancora e fortunatamente operazione del ventre. Che il riso sia proprio dell’uomo è segno del nostro limite di peccatori.
Ma da questo libro quante menti corrotte come la tua trarrebbero l’estremo sillogismo, per cui il riso è il fine dell’uomo! Il riso distoglie, per alcuni istanti, il villano dalla paura. Ma la legge si impone attraverso la paura, il cui nome vero è timor di Dio. E da questo libro potrebbe partire la scintilla luciferina che appiccherebbe al mondo intero un nuovo incendio: e il riso si disegnerebbe come l’arte nuova, ignota persino a Prometeo, per annullare la paura. Al villano che ride, in quel momento, non importa di morire: ma poi, cessata la sua licenza, la liturgia gli impone di nuovo, secondo il disegno divino, la paura della morte. E da questo libro potrebbe nascere la nuova e distruttiva aspirazione a distruggere la morte attraverso l’affrancamento dalla paura. E cosa saremmo, noi creature peccatrici, senza la paura, forse il più provvido, e affettuoso dei doni divini? Per secoli i dottori e i padri hanno secreto profumate essenze di santo sapere per redimere, attraverso il pensiero di ciò che è alto, la miseria e la tentazione di ciò che è basso. E questo libro, giustificando come miracolosa medicina la commedia, e la satira e il mimo, che produrrebbero la purificazione dalle passioni attraverso la rappresentazione del difetto, del vizio, della debolezza, indurrebbe i falsi sapienti a tentar di redimere (con diabolico rovesciamento) l’alto attraverso l’accettazione del basso. Da questo libro deriverebbe il pensiero che l’uomo può volere sulla terra (come suggeriva il tuo Bacone a proposito della magia naturale) l’abbondanza stessa del paese di Cuccagna. […] Disse un filosofo greco (che il tuo Aristotele qui cita, complice e immonda auctoritas) che si deve smantellare la serietà degli avversari con il riso, e il riso avversare con la serietà. La prudenza dei nostri padri ha fatto la sua scelta: se il riso è il diletto della plebe, la licenza della plebe venga tenuta a freno e umiliata, e intimorita con la severità. E la plebe non ha armi per affinare il suo riso sino a farlo diventare strumento contro la serietà dei pastori che devono condurla alla vita eterna e sottrarla alle seduzioni del ventre, delle pudenda, del cibo, dei suoi sordidi desideri. Ma se qualcuno un giorno, agitando le parole del Filosofo, e quindi parlando da filosofo, portasse l’arte del riso a condizione di arma sottile, se alla retorica della convinzione si sostituisse la retorica dell’irrisione, se alla topica della paziente e salvifica costruzione delle immagini della redenzione si sostituisse la topica dell’impaziente decostruzione e dello stravolgimento di tutte le immagini più sante e venerabili – oh quel giorno anche tu e tutta la tua sapienza, Guglielmo, ne sareste travolti!».

«Perché? Mi batterei, la mia arguzia contro l’arguzia altrui. Sarebbe un mondo migliore di quello in cui il fuoco e il ferro rovente di Bernardo Gui umiliano il fuoco e il ferro rovente di Dolcino».

«Saresti preso ormai tu stesso nella trama del demonio. […]».

«Tu sei il diavolo,» disse allora Guglielmo.
Jorge parve non capire. Se fosse stato veggente direi che avrebbe fissato il suo interlocutore con sguardo attonito.

«Io?» disse.

«Sì, ti hanno mentito. Il diavolo non è il principe della materia, il diavolo è l’arroganza dello spirito, la fede senza sorriso, la verità che non viene mai presa dal dubbio. Il diavolo è cupo perché sa dove va, e andando va sempre da dove è venuto. Tu sei il diavolo e come il diavolo vivi nelle tenebre […]».

Perché ridiamo? Il Nome della Rosa

“Il riso è la debolezza, la corruzione, l’insipidità della nostra carne”

Jacques Le Goff

Une enquête sur le rire
“Importante fenomeno di socialità, il riso forma e disfa i legami all’interno di gruppi e ha un ruolo preponderante nelle strategie sociali, culturali o anche politiche. È uno strumento di coesione, di difesa, di attacco in circostanze storiche precise. Antoine de Baecque vede nel Reggimento della calotta, quel gruppo di ridenti nella Francia di inizio 18° secolo, la punta di diamante di un rinnovo della cultura nobiliare di fronte alla decadenza del riso. Il riso, dice, è per il Reggimento il modo di prendere posizione nello spazio letterario conflittuale dell’inizio 18° secolo, e, allo stesso tempo, l’arma migliore per difendere questa posizione e attaccare i bastioni nemici. Ed evidenzia i rapporti tra il riso e il comportamento a tavola, il riso e il banchetto, che erano già compresi nell’antichità e hanno fornito agli ambienti monastici un ulteriore argomento per condannare il riso associato alla ghiottoneria e dandole vita. Per il reggimento della calotta è un fattore di coesione. Crea una socialità di tavola, un conciliabolo bacchico che rivela l’uguaglianza di tutti i membri della comunità nel riso.

Possiamo vedere, a un livello sociale politico superiore, il ruolo del riso. Uno dei grandi teatri di trasformazione della società attraverso il riso è la Corte reale al Medioevo.
Enrico II re d’Inghilterra dal 1154 al 1189 […] è stato chiamato dai suoi contemporanei il rex facetus, il re scherzoso. Con lo scherzo pianificato dal re e circolante nella cerchia, la collettività dei partecipanti alla curia reale, Enrico II ha legato alla corte questo gruppo ridente e ha fatto di questi nobili indisciplinati dei cortigiani addomesticati dal riso in comune suscitato dal re. Ma questa corte ridente utilizza pure il riso come arma per rovinare di tale o tale potente o candidato alla sfera superiore. Ridere di un membro della corte può essere mortale. Chi è stato deriso deve il più spesso cessare di frequentare la corte e va a farsi dimenticare sulle sue terre”.


Rire au Moyen-âge
“Non dimentichiamoci che il cristianesimo propone la risurrezione dei corpi, il che costituisce la sua originalità tra altre religioni, e che ci si salva corpo e anima: si fa il bene e il male attraverso il corpo. Si è soprattutto visto il corpo come strumento diabolico, mentre è anche strumento di salvezza. La Regola del Maestro spiega bene come il corpo umano si situa rispetto al bene e al male, avendo, d’altronde, il bene e il male due fonti: una fonte esterna da una parte, quella del bene è la grazia divina, mentre quella del male è il diavolo, la tentazione diabolica; e d’altra parte, delle fonti interne che provengono entrambe dal cuore, e che sono qualche volta i cattivi pensieri e qualche volta il contrario, i buoni pensieri. Nei due sensi, che sia dall’esterno verso l’interno o dall’interno verso l’esterno, il corpo umano dispone di filtri: i buchi del viso; gli occhi, le orecchie e la bocca sono i filtri del bene e del male: la Regola del Maestro parla della serratura della bocca, della barriera dei denti, ecc. Quando il riso sta per sgorgare, bisogna assolutamente impedire che questo riso si esprima; e vediamo come, tra tutte le cattive forme d’espressione che vengono dall’interno, il riso sia la peggiore. Tutto ciò è legato a una sorta di fisiologia cristiana straordinaria, dietro cui d’altronde si riconoscono dei trattati medici, delle credenze fisiologiche, se così possiamo dire”.

Rabelais

Gargantua e Pantagruele

“Lettori amici, voi che il libro a legger v’apprestate,
Liberatevi d’ogni passione
E, leggendo, non vi scandalizzate,
Ché non contiene male né infezione.
È anche vero che poca perfezione
apprenderete, se non sia nel ridere:
Altra cosa il mio cuore non può esprimere
Vedendo il dolore che vi mina e vi consuma:
Meglio è di riso che di pianto scrivere,
Ché ridere soprattutto è cosa umana”.
(Gargantua)

Perché ridiamo? François Rabelais

François Rabelais

Charles Baudelaire

De l’essence du rire
“L’accordo unanime dei fisiologi del riso sulla ragione prima del ridere, sulla ragione prima di questo mostruoso fenomeno, basterebbe a dimostrare che il comico è uno dei segni satanici più chiari dell’uomo e uno dei numerosi semi contenuti nella mela simbolica. Del resto, la loro scoperta non è molto profonda e non va affatto lontano. Il riso, dicono, proviene dalla superiorità. Non sarei sorpreso se davanti a questa scoperta il fisiologo avesse riso pensando alla propria superiorità. Si doveva dire: il riso viene dall’idea della propria superiorità. Idea satanica come nessun’altra! Orgoglio e aberrazione! Ora, è noto che tutti i pazzi degli ospedali hanno l’idea della loro superiorità sviluppata oltre misura. Non ho conoscenza di pazzi d’umiltà. Notate che il riso è una delle espressioni più frequenti e più numerose della follia […]
Ho detto che c’era un sintomo di debolezza nel riso; e, infatti, quale segno più evidente di debolezza di una convulsione nervosa, uno spasmo involontario comparabile allo starnuto, e causato dalla vista della disgrazia altrui? Questa disgrazia è quasi sempre una debolezza di spirito. Esiste un fenomeno più deplorevole della debolezza che si rallegra della debolezza? Ma c’è peggio ancora. Questa disgrazia è qualche volta di una specie molto inferiore, un’infermità nell’ordine psichico. Tanto per ricorrere a uno degli esempi più volgari della vita, che cosa c’è di così divertente nello spettacolo di un uomo che cade sul ghiaccio o sul lastrico, che inciampa su un marciapiede, perché la faccia di suo fratello in Gesù Cristo si contragga in modo disordinato, perché i muscoli del suo viso scattino improvvisamente come un orologio a mezzogiorno o un giocatolo a molle? Come minimo questo povero diavolo si è sfigurato, forse si è fratturato un arto.
Eppure, il riso è partito, irresistibile e improvviso. È certo che se volessimo scavare questa situazione si troverà nel fondo del pensiero del ridente un certo orgoglio inconscio. Ecco il punto di partenza: io, non cado; io, cammino diritto; il mio passo è fermo è sicuro. Non sono io che farò la stupidaggine di non vedere un marciapiede interrotto o un lastrico che sbarra la strada.”
Mark Twain: “Seguendo l’equatore” (diario di viaggio del 1897).
“Tutto ciò che è umano è patetico. La segreta fonte dell’umorismo stesso non è gioia, ma dolore. Non c’è umorismo in cielo”.

Perché ridiamo? Charles Baudelaire

Charles Baudelaire

Luigi Pirandello

L’umorismo
“Il Taine riesce a coglier bene la differenza generale tra la plaisanterie inglese e la francese, o meglio, il diverso umore dei due popoli. Ogni popolo ha il suo, con caratteri di distinzione sommaria. Ma, al solito, non bisogna andare tropp’oltre, non bisogna cioè prender questa distinzione sommaria come solido fondamento nel trattare d’un’espressione d’arte specialissima come la nostra […] Ebbene, noi vedremo che nella concezione di ogni opera umoristica, la riflessione non si nasconde, non resta invisibile, non resta cioè quasi una forma del sentimento, quasi uno specchio in cui il sentimento si rimira; ma gli si pone innanzi, da giudice; lo analizza, spassionandosene; ne scompone l’immagine; da questa analisi però, da questa scomposizione, un altro sentimento sorge o spira: quello che potrebbe chiamarsi, e che io difatti chiamo il sentimento del contrario.

Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di quale orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d’abiti giovanili. Mi metto a ridere. Avverto che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una vecchia rispettabile signora dovrebbe essere. Posso così, a prima giunta e superficialmente, arrestarmi a questa impressione comica. Il comico è appunto un avvertimento del contrario. Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova forse nessun piacere a pararsi così come un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente s’inganna che parata così, nascondendo così le rughe e la canizie, riesca a trattenere a sé l’amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andar oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro: da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l’umoristico”

Perché ridiamo? Luigi Pirandello

Luigi Pirandello

Henri Bergson

Il riso (da Wikipedia)
Tesi principali:
– “Non vi è nulla di comico al di fuori di ciò che è propriamente umano”- Il riso nasce di fronte a ciò che è direttamente o indirettamente appartenente all’ambito umano. Difficilmente si ride di oggetti , e quando accade, è perché si vedi in essi un prodotto dell’essere umano, una sua forma di ricerca o una sua proiezione.
«Non vi è comicità al di fuori di ciò che è propriamente umano»
– L’opposizione tra rigidità e flessibilità – La tesi principale alla base dell’argomentazione di Bergson sulla natura del riso è il rapporto tra meccanismo e vita. Il meccanismo è automatico, rigido, e si ripete sempre uguale, la vita invece è spontanea, flessibile, mutevole, sempre in movimento, unica ed irripetibile. All’interno di questa dicotomia, il comico si presenta come una rigidità e il riso la sua correzione. Solo ciò che viene compiuto automaticamente è risibile. Il concetto di automatismo e rigidità vengono messi da Bergson in correlazione con la distrazione e l’ insocievolezza.
– Il riso e il comico sono l’opposto dell’immedesimazione e dell’empatia (dicotomia già presente nell’arte greca tra commedia e tragedia). Per ridere bisogna rimanere spettatori e non provare empatia nei confronti di chi è di fronte a noi. Il riso è una sospensione temporanea della simpatia.
«Il più grande nemico del riso è l’emozione».

(Henri Bergson, “Saggio sul significato del comico”)
– Il riso è sempre il riso di un gruppo, di una comunità, e rafforza le relazioni sociali tra coloro che ridono.
– Il comico è inconscio – Bergson osserva come i personaggi comici siano tali perché non si rendano conto di esserlo. Essi ignorano se stessi, il pubblico invece ha una conoscenza in più rispetto al personaggio ed è per questo portato a ridere. Di nuovo, lo spettatore non prova quello che prova il personaggio comico, e per questo ride, perché è sospeso il rapporto di simpatia.
La funzione sociale del riso – Il riso ha un significato e una portata sociali. Il comico esprime una particolare inadeguatezza della persona alla società e il riso è la dissoluzione di questa inadeguatezza. Il riso è sempre un po’ umiliante per colui che ne è oggetto, ed è una sorta di “vessazione sociale”[1]. Il riso implica l’intenzione di umiliare e di correggere esteriormente qualcosa che viene sentito come asociale e sbagliato.
– L’opposizione tra generalità e individualità – La generalità è propria dei personaggi della commedia, l’individualità invece è propria dei personaggi della tragedia. I personaggi comici agiscono secondo schemi comuni, gesti tipici, caratteristiche predefinite, che gli vengono imposte rigidamente dall’esterno, i vizi per esempio non sono i loro vizi personali, ma concetti generali di vizi secondo i quali viene fatto agire.

Perché ridiamo? Henri Bergson

Henri Bergson

Marcel Pagnol

Notes sur le rire
“Ecco la nostra definizione del riso:
1. Il riso è un canto trionfale; è l’espressione di una superiorità momentanea, ma improvvisamente scoperta del ridente sul deriso.
2. Esistono due tipi di riso, così lontani l’uno dall’altro, ma anche perfettamente solidali come i due poli del nostro pianeta.
3. Il primo, è il vero riso, il riso sano, riposante: rido perché mi sento superiore a te (o a lui, o al mondo intero, o a me stesso).
Lo chiamiamo il riso positivo.
4. Il secondo è duro, e quasi triste: rido perché tu sei inferiore a me. Non rido della mia superiorità, rido della tua inferiorità.
È il riso negativo, il riso del disprezzo, il riso della vendetta, o, perlomeno, della rivincita.
5. Tra questi due tipi di riso, incontriamo ogni sorta di sfumature.
E sull’Equatore, a uguale distanza dai poli, troveremo il riso completo, costituito dall’associazione dei due modi di ridere.

Perché ridiamo? Marcel Pagnol

Marcel Pagnol

Patch Adams

L’umorismo mi ha salvato la vita
“L’essere clown è solo un espediente per avvicinare gli altri, perché sono convinto che se non cambiamo l’attuale potere del denaro e della prevaricazione sugli altri, non ci sono speranze di sopravvivenza per la nostra specie.”
“Per noi guarire non è solo prescrivere medicine e terapie, ma lavorare insieme condividendo tutto in uno spirito di gioia e cooperazione.”
“La cura degli altri, la cura del mondo, dell’ambiente… il “Taking-Care” deve diventare la vera strada politica del nuovo secolo che avanza.”
“In Russia la maggior parte degli ospedali non ha anestetici, non hanno denaro sufficiente. Così se vi trovate tra i bambini con il cancro, alcuni di essi possono avere metastasi all’osso, che è stato definito come il più tremendo dolore un essere umano possa provare. Così una madre può stare nella stanza di un bambino che non ha mai smesso di urlare e piangere in cinque mesi… l’85% delle volte che mi sono presentato con l’aspetto di un clown hanno smesso di piangere.” [2007]
“La depressione è un’epidemia di portata mondiale. Nel 2020 secondo le stime dell’OMS la depressione sarà la più diffusa malattia del pianeta. Personalmente credo che la maggior parte delle depressioni abbiano le sue radici nella solitudine, ma la comunità medica preferisce parlare di depressione piuttosto che di solitudine. È più facile liberarci del problema dando una diagnosi e una scatola di farmaci.”
“Se cominciassimo a parlare di solitudine sapremmo per certo che non ci sono farmaci. Non c’è industria medica che tenga, basta l’amore umano. E la cosa meravigliosa è che non serve una scuola di formazione per essere amanti. Tuttavia c’è sempre uno squilibrio tra quanti continuano ad “ammalarsi” di questa malattia e coloro i quali cercano, ognuno per sé, di arginarla.”
“La felicità non si ottiene con una pillola. La vita è un privilegio.”
“La salute si basa sulla felicità: dall’abbracciarsi e fare il pagliaccio al trovare la gioia nella famiglia e negli amici, la soddisfazione nel lavoro e l’estasi nella natura delle arti.”
“Lo scopo di tutte le nostre azioni è portare umanità a chi soffre, aggiungendo un po’ di sano umorismo”.

Perché ridiamo? Patch Adams

Patch Adams

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