LE RAFFINATE ILLUSTRAZIONI MAI VISTE DI SINOPICO

LE RAFFINATE ILLUSTRAZIONI MAI VISTE DI SINOPICO

Tra i migliori illustratori del primo Novecento italiano – apparentemente dimenticato ma vivo nell’immaginario collettivo nazionale perché il patrimonio d’immagini che ci ha lasciato si è inserito anche in oggetti o prodotti di uso comune – c’è Primo Sinòpico, alias Raoul Chareun.

 

Autoritratto

Sinòpico (1889 – 1949) fu pittore, illustratore e cartellonista. Figlio di un avvocato savoiardo e di una sarda di origini spagnole, nacque a Cagliari nel 1889. La famiglia si trasferì in continente, e precisamente a Padova, dove Raoul si iscrisse agli studi universitari. Lì, iniziò a collaborare con riviste locali di carattere satirico e umoristico (Il Pedrocchino; Gattamelà), dove assunse lo pseudonimo di Sinòpico che, secondo la sua stessa definizione, ha il significato greco derivato di “sintetizzare e rigar dritto”, e con il quale continuò a firmarsi. Fu il primo passo verso un grande successo che lo pose tra i primi nomi nella storia dell’illustrazione italiana ed europea.
Nel 1911 fonda una rivista, in collaborazione con Antonio Milani: Lo Studente di Padova, settimanale umoristico pupazzettato, per la quale disegna la testata e che contribuirà ad illustrare per quattro anni. Partecipa a mostre d’arte umoristiche, collabora al settimanale satirico Numero; pubblica il suo primo album: Eterno Femminino, 26 cartelle raffiguranti caricature di personaggi femminili padovani e veneziani. Irredentista, collabora anche a L’Occhio, periodico settimanale umoristico. Infine si trasferisce a Milano.
Pur essendo stato riformato, segue l’esercito come volontario per documentare la guerra in corso; è di questo periodo la collaborazione al giornale di trincea Il Razzo della VII Armata. Viene notato da Umberto Notari il quale gli commissiona 57 cartelloni per l’Istituto Editoriale Italiano, che avranno l’obiettivo di simboleggiare le diverse attività industriali e produttive italiane. E con questo superbo lavoro sancisce l’entrata nei grandi dell’illustrazione.

Campari Soda (1925 ca.)

Cinghificio Nazionale (1928)

L’Eco della Stampa (1929)

Richard Ginori (1930)

Da questo momento, è una lunga lista di collaborazione a testate famose e di rilievo nazionale, fino ai primi anni del dopo guerra: Il Giornalino della Domenica, di Vamba; La Fiamma Verde, settimanale di Notari; La Lettura, mensile del Corriere della Sera; Ardita, mensile del Popolo d’Italia; Il 1919; Natura; La Fiera Letteraria; Metropoli; L’Illustrazione Italiana; Il Corriere dei Piccoli; L’Uomo di Pietra, testata satirica milanese; Corriere Lombardo (con la rubrica Il bestiario di Sinòpico).
Senza tralasciare, in tutti questi anni, la partecipazione ad importanti mostre, a cominciare dalla Mostra della Caricatura a Bergamo. Successivamente, partecipa alla Prima Mostra delle Arti Decorative di Monza (1923) – sezione illustratori – con le tavole a colori per la raccolta di storie L’erba selvatica, di Giannino Fochessati (Treves; 1923).
Entra a far parte del Gruppo del Novecento ed espone alla Prima Mostra della Permanente di Milano. E continuerà ad esporre, in Italia e all’estero, per tutti gli anni Trenta.
Famose le sue illustrazioni per Storie di Alpini (1940), di Agno Barlese (in collaborazione con Amen, cioè Antonio Menegazzo, pittore, illustratore e cartellonista padovano); Le Crociate illustrate, di Giuseppe Cavazzana (1943); Il cantastorie di Campari; e non si può dimenticare la sua edizione illustrata di Le avventure di Pinocchio, che la casa editrice milanese Cenobio pubblicò nel 1946.

Il Cantastorie di Campari. Il Cantastorie fu pubblicato tra 1927 e il 1932, in una collezione di cinque volumi (prima dalla Bestetti e Tumminelli, poi per i tipi della Raffaello Bertieri). Uscirono in tiratura limitata di 1000 copie ad personam, e raccolgono storie pubblicitarie scritte in brevi canzoni di quartine o sestine, sui prodotti Campari. La raccolta che ci riguarda è la quarta (le altre furono illustrate da Ugo Mochi (1); Sto, alias Sergio Tofano (2); artista anonimo (3); Sinòpico (4); Bruno Munari (5)

Le avventure di Pinocchio, storie di un burattino – Cenobio, 1946

Le crociate illustrate – Cenobio, 1943

Per ulteriori notizie di carattere bio-bibliografico, consultare il portale della Treccani.it, l’enciclopedia italiana, che riporta altre notizie integrative, tra cui il riferimento allo stesso articolo che andrò a proporre in lettura, articolo per altro inedito su internet.

Infine, per un approfondimento bibliografico, il materiale migliore esistente su Sinòpico è senz’altro il bel volume pubblicato da Paola Pallottino; Il pittore a 20.000 volt : Primo Sinopico (Raoul Chareun) – Cappelli; 1980.

Sono inserite sue schede anche in:

Barilli, Renato (a cura di): Anni trenta. Arte e cultura in Italia. Catalogo della mostra (Milano, Mazzotta, 1982).
Catalogo Bolaffi del Manifesto italiano: Dizionario degli illustratori (Torino, G. Bolaffi, 1995).
Priarone, Giuseppe (a cura di): Grafica pubblicitaria in Italia negli anni Trenta (Firenze, Cantini, 1989).
Barilli, Renato / Solmi, Franco / Aa. Vv. (a cura di): La metafisica : gli anni Venti (Bologna, Grafis, 1980) e precisamente nel Volume Secondo: Architettura, arti applicate e decorative, illustrazioni e grafica, letteratura e spettacolo, musica, cinema, fotografia.
Delbello, Piero (a cura di): Nei dintorni di Dudovich, Per una storia della «piccola» pubblicità e dei suoi grandi autori, Catalogo della mostra (Trieste, Modiano, 2002)

L’inedito

E dopo questa anteprima, arriviamo finalmente a quell’articolo inedito di cui accenno nel titolo. Inedito non nel senso che non è mai stato pubblicato, ma nel senso che sul territorio digitale non esiste.

In concomitanza alla Prima Biennale di arte decorativa a Monza (vedi entro le note bibliografiche di Treccani.it. il cui link è stato dato più sopra), fu pubblicata una rivista legata agli sviluppi della rassegna, il cui direttore era Guido Marangoni e il capo-redattore responsabile, nel 1925, Carlo A. Felice; il titolo era Le Arti decorative, splendida raccolta di numeri dedicati alla rassegna e di difficilissimo recupero.

Le Arti Decorative, rassegna ufficiale delle Mostre di Arti Decorative alla Villa Reale di Monza – Anno III, N. 1, Gennaio 1925

La Prima Mostra Biennale Internazionale delle Arti Decorative si tenne alla Villa Reale di Monza, nel maggio-ottobre 1923, a cura del Consorzio Autonomo Milano-Monza-Società Umanitaria, nel maggio-ottobre 1923.
Fu allora che ebbero inizio le Biennali delle arti decorative a Monza e che, nel 1930, divennero Triennali. Alla quinta edizione del 1933 la Triennale fu trasferita al nuovo Palazzo dell’Arte di Milano e fu la premessa per l’attuale Triennale che ospita design contemporaneo e arte moderna.

Nel numero 1 del gennaio 1925, c’è un articolo di Cesarino Giardini sull’illustratore di libri e cartellonista chiamato Sinòpico.
Il Giardini del 1925 non può ancora sapere quale ulteriore grande fama avrebbe ottenuto Sinòpico, e quali altre belle opere avrebbero portato il suo nome: per esempio, la celebre edizione di Pinocchio, pubblicata per i tipi della milanese Cenobio, nel 1946.

Riporto di seguito la stesura del testo originale come pubblicato su Le Arti decorative, trascrivendolo nel rispetto di ogni minimo particolare, compreso l’inserimento di tutte le immagini pubblicate nell’ordine con cui sono state distribuite nell’articolo.

Quattro note su Cesarino Giardini: il Giardini nacque a Bologna nel 1893. Fu narratore, saggista e pubblicista. Collaborò assiduamente a numerose riviste – fra le quali cito La Fiera Letteraria – e prestò una particolare collaborazione presso l’editore Alpes. Scrisse saggi storici, libri per bambini e ragazzi, e numerose furono le sue traduzioni dal francese, l’inglese e il russo. Morì a Milano nel 1970.

Sinòpico disegnatore, di Cesarino Giardini

L’affermazione con cui intendo iniziare queste poche pagine dedicate ad uno dei nostri migliori disegnatori e che nascono da un desiderio lungamente portato in me, è un’affermazione – lo riconosco – che suonerà poco gradita ai più, ma necessaria.
Ed è questa: ove Sinòpico avesse svolta la sua attività artistica di illustratore, di umorista e di cartellonista in un paese qualsiasi che non fosse l’Italia, certamente il suo nome godrebbe oggi d’una fama internazionale che lo renderebbe familiare e gradito anche al pubblico nostro, al pubblico della sua patria. Ma Sinòpico lavora, silenziosamente e con un certo lodevole disdegno d’ogni gesto reclamistico, a Milano: e nel corso di dieci anni non credo che più di altrettanti cartelli suoi siano apparsi sulle cantonate. Non voglio, è bene dirlo subito, far recitare a Sinòpico la parte odiosa e pietosa dell’incompreso e dell’ignorato: grazie agli dèi l’opera di questo artista nostro è circondata dal consenso e dall’ammirazione: ma si tratta di un consenso che gli viene dalle élites, di un consenso che implica in chi lo dà quella certa aristocrazia di giudizio e quella certa finezza di gusto che non sono certo doti prevalenti nel pubblico, come il nostro, così ignaro di ogni gerarchia estetica e così povero di idee sulla bellezza. E’ vero che un simile consenso può e deve lusingare un artista più d’ogni altro, ma è pur vero che ogni artista ha il legittimo diritto di aspirare a una più larga notorietà; a quella notorietà ch’è anche, non bisogna dimenticarlo, arra di benessere.

autoritratto di Sinòpico

Ma la nostra vita nazionale, lo stato delle cose nostre nel campo dell’arte sono tutt’altro che propizi a un artista come Sinòpico: non abbiamo in Italia un giornale umoristico nel senso largo della parola (quale per esempio il “Simplicissimus“, il “Punch“, il “Fliegen den blätter“, il “Bianco y Negro“, ecc) al quale un artista come il nostro possa e si senta tentato di legare il suo nome; i nostri editori cominciano solo ora, dopo un largo periodo dominato da un franco e coraggioso cattivo gusto, a comprendere la vera missione dell’illustratore: talune edizioni di Bestetti e Tumminelli, “Lambra” di Lorenzo il Magnifico, illustrata da Antonio Antony De Witt e edita da Alinari, ecc., ecc., stanno a dimostrarlo: ma un Edmond Dulàc, un Franc Brangwin, un Arthur Rackan, un Gibson, un Harrison Fixer, un Matania, un Brunelleschi, per non nominare che i più noti, non troverebbero ancora posto e lavoro degno di loro da noi; quanto ai cartelloni murali, i nostri industriali preferiscono ancora quelli di tipo apoteosico fabbricati in serie dalle case di pubblicità, quando, come fanno talune grandi ditte, non si contentano di tappezzare ancora i muri con certi affissi preistorici che furono la meraviglia – beata innocenza! – della mia infanzia.

Cartellone per una collezione “I Classici Italiani”

Da tutto ciò deriva per molti artisti italiani in Italia una vera e propria impossibilità a farsi conoscere e spesso a garantire la loro vita senza piegarsi a compromessi indecorosi con la banalità della maggior parte delle nostre riviste e col cattivo gusto nel pubblico.

Sinòpico, obbligato a vivere e a operare in questa maniera inerte, più che sinceramente ostile, e come tale inidonea anche a spingere alla lotta i più arditi, tra una gente che poco o nulla si interessa all’arte e alle sue questioni, sdegnoso d’ogni facile esibizionismo, s’è, in qualche modo, fermato nella sua produzione. Ciò lo ha sottratto da un lato apparentemente ad ogni evoluzione, così che la sua può apparire una personalità definita sulla quale sia facile portare un giudizio, dall’altro all’inevitabile decadimento cui vanno soggetti gli artisti che, entrati nel favore del grande pubblico, si trovano ad avere più lavoro di quanto ne possano coscienziosamente sbrigare.

Cartellone per le industrie elettrotecniche

Le opere di Sinòpico sono rimaste aristocratiche, personali, tali che si sente come esse siano state create prima di tutto per piacere al loro autore, il quale non è di facile contentatura. Quanto all’impressione già accennata relativa alla facilità di chiudere entro una definizione la personalità artistica di Sinòpico, essa appare ad un osservatore attento totalmente falsa e superficiale: l’evoluzione non è cessata in questo artista, troppo giovane e geniale per arrestarsi: ogni sua opera in sé dà l’idea di una cosa definitiva, di una formola completa e come tale atta a essere ripetuta infinite volte (vedi Cappiello): ogni opera nuova è invece una soluzione inedita del problema che Sinòpico si pone dinnanzi alle necessità della sua rate. Quindi, mentre si ammira quello che l’artista ha creato sino a ieri, difficilmente si può prevedere per quale via esso indirizzerà domani e a quale meta giungerà.

Una lavoratrice (caricatura)

Le prime opere di Sinòpico sono costituite da quadretti di piccole dimensioni, accurati sino alla minuzia, nei quali una strana e grottesca concezione delle cose e degli esseri si rivela, sia nella scelta dei soggetti che nella deformazione delle linee del disegno: il pittore ama i cantucci solitari delle grandi città, i sagrati erbosi, le vie delle case lebbrose, gli interni poveri o pretensiosi. E questi paesaggi umili sono visti con uno spirito che sa cogliere più il ridicolo che il pathos di essi: l’humor, ma un humor spesso spietato, il quale gode ad esercitarsi sulla povera creatura umana e su quanto essa ha di più ridevole e grottesco. Più tardi l’uomo andrà schematizzandosi tra le mani dell’artista, sino a divenire un buffo vermiciattolo fornito a malapena di quattro esili fili contorti: le braccia e le gambe e che assumerà atteggiamenti, volta a volta, eroici, pietosi, comici, enfatici, grotteschi sempre per il contrasto tra la sua quasi inesistenza e le sue pretese e i suoi assunti. Gli uomini diverranno sempre più piccoli e le cose che stan loro attorno sempre più grandi, i cieli più vasti, le montagne più aspre e divine: pur tuttavia questo vermiciattolo disprezzato dal pittore rimarrà il deus ex machina di quanto lo circonda: a cavalcioni d’una casa dipingerà d’azzurro il cielo, si caccerà tra due scabre rupi alpestri per raggiungere la ricchezza sepolta nelle viscere delle montagne, solcherà in tutti i sensi il volto della terra con i suoi aratri, darà moto alle dinamo possenti, feconderà di sé la terra, il mare, il cielo, ma sempre irriso, anche nelle sue opere più ardite, sempre simile al coso con due gambe di cui parla uno dei nostri ultimi poeti, quasi che Sinòpico, pur glorificando con la serie delle sue composizioni, l’uomo nelle sue qualità di costruttore, di inventore, di scopritore, in quanto egli ha di più alto, abbia sempre dinanzi alla mente il cui bono dei latini e irrida, nella sua filosofica saggezza, all’inutilità d’ogni sforzo.

Cartellone per una collezione del “Teatro italiano”

Mi accorgo che rischio di deviare dalla mia strada e di far passare Sinòpico, che so io, per un filosofo, un poeta o, quanto meno, un letterato: mentre egli è sopra tutto un pittore, vale a dire un artista che esprime se stesso graficamente per mezzo del disegno e del colore. Ma è necessario stabilire bene questo: che in Sinòpico un pensiero evidentemente pessimista regola, in un certo senso, anche il gioco della mano, e lo regola limitando, vietandogli ogni sconfinamento, ogni sovrabbondanza. Sinòpico, cioè uno dei nostri più sicuri disegnatori, a volte è così povero di espedienti, così arido e scheletrico, specie se paragonato a certi facili e larghi disegnatori nostrani, che solo ad un osservatore acuto è dato riscontrare sotto la gracilità, l’angolosità e la povertà del suo segno, la vigile volontà semplificatrice che ha scarnito, sfrondato, purificato. Pare che l’artista abbia preso a suo motto i due versi d’un poeta contemporaneo che mi è caro: “L’albero solo spogliandosi delle sue fronde vane ritrova in sé la linea unica, necessaria.

 

Cartellone per industrie minerarie

Date le caratteristiche cui ho accennato più sopra, è facile comprendere come Sinòpico non potesse diventare un pittore puro: un armonizzatore, cioè, di colore di forme, indifferente ad ogni valore che non sia meramente plastico o cromatico. Ora, tra una pittura inquinata di significazioni extrapittoriche e il largo campo concesso nella vita moderna al disegnatore che si voglia dedicare al cartellone e all’illustrazione, Sinòpico ha scelto quest’ultimo e ha voluto essere a un tempo cartellonista e illustratore. Nell’ambito del cartellone egli affermò una sua particolare visione che lo differenziò da tutti gli altri cartellonisti italiani.

Cartellone per industrie di guerra

Avuto riguardo alle necessità dell’affisso murale, che ha per primo compito quello di attirare l’attenzione del passante, Sinòpico adottò il cartellone a fondo unico, già abbondantemente sfruttato da Cappiello e imitatori, come quello che più s’impone al pubblico anche a una certa distanza. Ma nel cartellone di Sinòpico, se si eccettui questa concessione d’ordine puramente tecnico, tutti gli altri elementi sono inediti.

Cartellone per le industrie elettrotecniche

Sinòpico è, credo, l’unico disegnatore che abbia creato una serie di cartelloni per le industrie considerate nel senso più largo della parola, indipendentemente, cioè, da un prodotto specifico. Questi cartelloni, che bastano a darci la misura delle possibilità creatrici del nostro artista, si distinguono da tutti gli altri anzitutto per l’assenza assoluta dei valori meramente coloristici e apoteosici nei quali s’è cristallizzato, salvo rari casi, il cartellone moderno. Non vediamo più le solite donne, avvolte in veli ariosi, disegnate con maggiore o minore abilità, recare al cielo – fuor d’ogni metafora – un prodotto celebre; né Sinòpico coi suoi manifesti cerca di colpire l’attenzione per mezzo di colori violenti, come da molti s’usa, senza che tuttavia si osi da questi molti giungere alla squisitezza stilistica di taluni affissi tedeschi e russi di carattere futurista e geometrico. Il manifesto di Sinòpico, per mezzo di una sintesi audace e sempre geniale, suggerisce l’idea immediata dell’importanza dell’industria cui si riferisce. Si aggiunga che la trovata sui cui esso s’impernia è sempre divertente, sia che si svolga in linee umoristiche, come nel manifesto dell’industria vinicola, nel quale, di sotto una tavola coperta da una tovaglia e recante un fiasco e un bicchiere, sbucano i due piedi d’un ubriaco; o in linee eroiche, come in quello delle industrie minerarie cui già ho accennato, esaltante con un largo decorativismo lo sforzo dell’uomo che strappa la ricchezza alle viscere della terra; o fiabesche, come in quello per la Biblioteca del teatro italiano, con la lunga fila delle maschere e dei personaggi della commedia italiana che scendono vivacemente da una libreria; o ieratiche, come in quello della Collezione degli immortali, n cui un uomo, in cima ad una rupe, alza contro il sole un volume; o architettonico, come nei due affissi per la collezione dei Classici italiani, con le gentili arcate trecentesche, l’uno, tra cui vaga un paggio leggendo un libro, l’altro con la grande scalinata in cima alla quale stanno aperti, su un leggio, i volumi immortali; o dinamiche, come in un altro manifesto per laBiblioteca del teatro italiano, la cui idea servì poi anche per un affisso murale della Fiera Campionaria di Padova, con la grande spirale della folla che corre verso un minuscolo teatrino.

Cartellone per la collezione “Gli immortali”

Le linee generali di questi cartelloni si compongono solitamente in figure geometriche che, viste da lontano, attirano l’attenzione. Sinòpico predilige le linee diagonali, più espressive e ricche di possibilità di quel che non siano le linee orizzontali o verticali. Le diagonali hanno una maggiore possibilità di sviluppo, si compongono in audaci prospettive, tendono a formare angoli aguzzi, sfrecciano sul fondo unicolore del cartellone con un movimento che pare debba continuare oltre i limiti del cartellone stesso: diagonale è la lunga via segnata dagli innumerevoli paracarri bianchi lungo la quale un uomo, calzando gli stivali dalle sette leghe, fa rotolare un pneumatico d’automobile nel manifesto per le industrie manifatturiere; diagonale l’ascesa dei razzi gialli che un uomo accende al fosforo del proprio cervello nel manifesto delleindustrie dell’intelletto; diagonale la scalinata nel manifesto dell’elettrodinamica, ecc., ecc. Mai o quasi troverete nei suoi cartelloni una linea orizzontale o verticale, un angolo retto, una figura geometrica pesantemente regolare.

Cartellone per una collezione di “Classici italiani”

Quanto alle figure umane, esse sono anonime, nulle, tutte eguali, tendenti quasi sempre alla folla, simili a formiche ora indaffarate attorno alla colata scarlatta (industrie siderurgiche); ora piegate sotto il peso delle sbarre d’oro simboleggianti la ricchezza (industrie bancarie) in un cortile visto audacemente dall’alto; ora trascinanti delle macchine agricole lungo una pallida pianura allagata (la risicoltura); ora affaccendate a caricare una nave tutta bianca in un calmo specchio di are (Marina mercantile); ora intente a dissodare la dura terra con le marre, in un solo, identico gesto (copertina della rivista “L’agricoltura italiana illustrata“). E si potrebbe continuare, rilevando altre caratteristiche di queste originali composizioni pubblicitarie, se lo spazio non mi obbligasse ad accontentarmi del già detto e ad aggiungere solo poche parole su Sinòpico illustratore.

Poche perché la produzione del nostro artista in questo campo si limita a poche cose, ove non si voglia affrontare la vasta produzione profusa in giornali e riviste. Due opere di una certa importanza ha illustrato Sinòpico, entrambe apparse nelle Edizioni Fratelli Treves: un poema per fanciulli di Francesco Pastonchi:Rititì e un libro amaramente umano di Giannino Fochessati: L’erba selvatica.

Come illustratore Sinòpico sa restare vigorosamente personale, pur piegandosi duttilmente a interpretare il più profondo spirito dell’opera che illustra. Il fiabesco poetico del poema pastonchiano gli ha suggerito alcune tavole calde di tono e d’una composizione piacevole e salda. Le iniziali, i frontespizi, le chiuse con i loro disegni un po’ gracili, s’accordano mirabilmente al contenuto musicale del libro.

Cartellone per le industrie siderurgiche

Ne L’erba selvatica, tutto un mondo morboso di bambini dominato dall’ombra della morte, ha trovato in Sinòpico un interprete perfetto che sa fondere sapientemente il comico e il serio, il lirico e il tragico in composizioni che ricordano la tecnica dei suoi primi quadretti. Per illustrare il libro del Fochessati – nel quale non è ombra d’ironia, ma un calore di poesia che tutto investe e riscalda – il nostro artista ha dovuti fare uno sforzo: rompere, cioè, la rigidità dei suoi schemi mentali per guardare e ritrarre l’infantile umanità dell’autore senza ironia e per riuscire a infondere nei suoi disegni un senso di commossa pietà. C’è riuscito ammirevolmente dimostrando così di possedere le due qualità più necessarie all’illustratore; la comprensione e l’adattabilità.

Cartellone per cappellificio

Quanto ho detto sin qui mi esime dal compito di parlare di Sinòpico caricaturista: le sue qualità in questo ambito debbono apparire chiare a chiunque abbia letto con attenzione la prima parte di questa nota. D’altronde Sinòpico non ha compiuto un lavoro continuativo propriamente umoristico, se si eccettuino le squisite tavole caricaturali apparse nella rivista I.I.I. parallelamente, vedi combinazione, alle novelle de La vita intensa di Massimo Bontempelli. In Sinòpico il caricaturista, si può dire, è in potenza. D’umorismo – a volte schietto e ridanciano, a volte aspro e amaro – è saturata tutta la sua opera; egli possiede, forse come pochi, il senso del comico: basterebbe che l’occasione polarizzasse questa sua tendenza verso, che so io, la caricatura, politica o sociale, perché l’Italia potesse vantare in Sinòpico uno dei migliori caricaturisti contemporanei.

Fine (Cesarino Giardini)

 

Di seguito aggiungo altre immagini pittoriche e/o illustrative di Sinòpico:

Sinòpico: Pinocchio, immagine interna (1)

Sinòpico: Pinocchio, immagine interna (2)

Cartellone per la Coppa delle Tre Venezie

La copertina della commedia in tre atti di Ettore Petrolini: Chicchignola (Licinio Cappelli editore, 1934), disegnata da Sinòpico

Una illustrazione interna di Sinòpico, proveniente dal libro di novelle per ragazzi Gente Nostra, di Giuseppe Fanciulli (Società Editrice Internazionale, 1937)

Due opere pittoriche (immagini provenienti da Galleria del Lacoonte): >

Elefante, tempera policroma su cartoncino, Bozzetto per la copertina della rivista “Natura”

Scoiattoli su alberi, tempera policroma su cartoncino, Bozzetto per la copertina della rivista “Natura”

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