IL PUNK TRA BOLOGNA E MILANO

Il punk in Italia

Il fenomeno punk entrò nelle case della maggior parte degli italiani martedì 4 ottobre 1977 alle 21.30 grazie alla trasmissione di Rai Due “Odeon, tutto quanto fa spettacolo”, rotocalco intellettual-scollacciato del Tg2 che oggi finirebbe in seconda o terza serata. Qui veniva pronunciato il termine “punk” per la prima volta nel piccolo schermo. Ad ascoltarlo c’erano circa 15 milioni di spettatori (non esistevano ancora le emittenti private), con una grossa percentuale di giovani: per quelli di loro che non leggevano giornali e riviste rimarrà un momento indimenticabile.
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Il servizio di Raffaele Andreassi durava circa dodici minuti, proponeva al pubblico il momento iconico dei Sex Pistols che suonavano in una chiatta sul Tamigi. I commenti a corredo del servizio non erano decisamente entusiastici, gli autori forse pensavano di trovarsi di fronte a una delle tante mode passeggere del periodo, non a un fenomeno che avrebbe rivoluzionato il mondo della musica.
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“Allora ricapitoliamo: punk è un nuovo tipo di musica un po’ paranoico. Punk è un nuovo modo di vestirsi, un po’ da nazisti. Punk è cattiveria, è aggressività, un po’ come James Dean. Punk è anche… uno sputo”.
In Italia il fenomeno si sviluppò principalmente attorno a due città che per diversi motivi furono centrali in quegli anni: Bologna e Milano.

La scena punk bolognese

Nella Bologna del 1977, magistralmente disegnata da Andrea Pazienza nel suo Penthotal, all’interno di una scena giovanile che senza tema di smentita possiamo definire eccezionale, scoppia la bomba punk.
L’11 marzo di quello stesso anno, il capoluogo emiliano è teatro di gravissimi scontri di piazza tra l’estrema sinistra e la polizia durante i quali viene ucciso lo studente Francesco Lo Russo, militante di Lotta Continua.
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Oderso Rubini, figura fondamentale della scena punk bolognese, nonché fondatore di Harpo’s Bazaar e Italian Records ricorda: “L’omicidio Lo Russo è stata la molla che ha spinto tutti i movimenti controculturali a compattarsi e a collaborare assieme. Anche quelli che non prendevano parte attivamente alla vita politica si trovarono in strada a manifestare e a protestare per quella morte assurda, me compreso”.
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Fu in quei giorni intensi e caotici che si diffuse velocissima la cultura punk in Italia. Era una cultura che in parte portava avanti tematiche di protesta antisistema già presenti nel movimento giovanile nato nel 1968 e non ancora sopito, in parte si faceva promotrice di istanze nuove e autonome spesso in netta opposizione alle tendenze precedenti.
A Bologna, in particolare, il punk si sposò con alcune tematiche dadaiste tipiche del movimento del 1977 dando origine al rock demenziale.

Skiantos

Verso la fine del 1977 venne pubblicato su cassetta l’esordio di un gruppo fondamentale per il punk italiano: gli Skiantos. Il gruppo si era riunito attorno alla carismatica figura del ventitreenne Roberto “Freak” Antoni, voce e leader della band, perito agrario che aveva anche trovato il tempo di laurearsi al Dams con la tesi “Il viaggio dei Cuori Solitari: temi fantastici nei testi delle canzoni dei Beatles”. Relatore Gianni Celati.


Lo storico album si intitolava “Inascoltabile” e forse lo era veramente. Nonostante il titolo, che metteva l’accento sulle deficienze tecniche dei singoli componenti, l’album è a tutti gli effetti un capolavoro. Registrato in una notte e mixato la mattina successiva dal compianto Gianni Gitti, il lavoro appare così ricco di spunti per il futuro da risultare quasi alieno ancora oggi. Tra errori, ripartenze e stonature, gli Skiantos posero le basi per una via italiana al punk.

Con testi in rima baciata surrealisticamente demenziali (“Makaroni, sono buoni, al ragù, mi piaci tu”) e titoli diretti e provocatori (“Io ti spacco la faccia, spacco tutto e sono rozzo, sono grezzo”) confezionarono una proposta di marcata originalità e di clamorosa novità. Diventarono fin da subito star della nascente scena locale e si aggiudicarono un ghiotto contratto con l’attenta Cramps di Gianni Sassi, svelta ad accaparrarsi la nuova sensazione del rock italiano.

Gaznevada

L’altra faccia della medaglia bolognese furono i Gaznevada.
Nati come Centro D’Urlo Metropolitano, con cui pubblicarono il primo brano a suo modo epocale, “Mamma dammi la benza”, su una cassetta in occasione del Convegno sulla Repressione, i Gaznevada rappresentarono l’ala più sperimentale, oscura e autenticamente innovativa del movimento bolognese.
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Lo racconta il cantante Sandro Raffini, in arte Sandy Banana e poi Billy Blade: “L’idea di formare un gruppo arrivò per caso e così nacque il Centro D’Urlo Metropolitano. Il nome lo cambiammo poco dopo e, vista la nostra passione per il cinema noir e Raymond Chandler, la scelta cadde su Nevadagaz, il titolo di un suo racconto che cambiammo in Gaznevada. Provavamo in sei in un buco piccolissimo, si faticava persino a entrare e uno dei nostri primi concerti fu Gaznevada Plays Ramones. Andò benissimo e cominciammo così a comporre pezzi nostri, finendo per attirare l’attenzione della Harpo’s Bazaar che ci propose di fare una cassetta”.

Dopo l’uscita del loro primo vero album in vinile, “Sick Soundtrack” (Italian Records), fu chiaro a tutti che i Gaznevada, pur condividendo con gli Skiantos la comune matrice punk, non avevano nulla in comune con le provocazioni di Freak Antoni e soci. I Gaznevada, erano sintonizzati su coordinate differenti: innamorati dei Suicide, dei Pere Ubu e della no wave newyorchese, agivano più sul versante della sperimentazione.

La scena punk milanese

La scena punk milanese non fu demenziale come la bolognese. Si sviluppò in maniera autonoma attorno a tematiche più concrete e prettamente urbane. Ricorda Tiberio Longoni, storico “spacciatore” di introvabili dischi punk nella tradizionale fiera di Senigallia a Milano: “Diciamo che erano periodi abbastanza duri, c’era la polizia che ti fermava ogni cinque minuti, quasi non si poteva uscire di casa. Oltretutto a quei tempi c’erano le leggi antiassembramento, per cui se eri in tre a parlare in qualsiasi via, soprattutto del centro, ti portavano in questura e ti lasciavano lì tutta la giornata, menandoti pure. Poi c’erano gli stalinisti del Mls che quando potevano metterti le mani addosso lo facevano più che volentieri: il punk per loro rappresentava una minaccia. Dicevano che il punk era fascista, perché aveva il giubbotto di pelle e i capelli corti”.
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Era la Milano dei nascenti centri sociali. Questi nacquero come spazi strappati al degrado urbano, spazi disabitati che si cercava di riportare in vita occupandoli. I centri sociali volevano proporre un modo alternativo di “fare cultura”, organizzando in proprio e spesso con mezzi poveri gli eventi socioculturali, come concerti, rassegne cinematografiche, proiezioni video, mostre artistiche e fotografiche.
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Come ricorda Elena Ferrarese, la fondatrice del centro sociale punk “ Virus” di via Correggio, 18. “Sentivo parlare di via Torino, si diceva che i punk milanesi si ritrovavano davanti al negozio di dischi New Kary, vicino a piazza Duomo, in via Torino appunto. In via Torino finalmente c’era dell’energia, gente che voleva vivere, voleva lottare per qualcosa di più decente rispetto all’andazzo di Quarto Oggiaro. Fu una grande novità anche perché non ero abituata a stare in mezzo alla gente. Cominciai ad andare tutti i giorni al New Kary, per me fu un’esperienza davvero enorme”.

Faust’o

Fausto Rossi di Sacile, in provincia di Pordenone, ma cresciuto a Milano, classe 1954, in arte Faust’O, schivo cantautore punk che debuttò nel 1978 con l’album “Suicidio”. Autore di una musica nervosa, ossessiva, satura di elettronica, piuttosto oscura, sicuramente provocatoria e decadente. All’epoca non fu preso molto sul serio, fu considerato perlopiù come una scopiazzata all’italiana delle suggestioni che venivano da oltremanica. Invece si trattava di qualcosa d’altro. Quello di Faust’o era un punk ideologico, cupissimo, anticommerciale e anticonformista, con note evidenti di nichilismo ad innaffiare il tutto.
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Questo artista introverso, complesso e profondamente sperimentale, realizzò con il suo album di esordio “Suicidio” una delle pietre miliari del punk italiano. Nonostante sia infarcito di numerose ingenuità compositive, e prodotto in modo quasi amatoriale, “Suicidio” rimane a distanza di anni un disco fondamentale. A tratti incompiuto, caotico, sospinto da un’urgenza espressiva che riusciva a fare piazza pulita di tutte le ridondanti sovrastrutture ideologiche di quegli anni.

Un disco vivo e brulicante di idee come pochissimi altri del tempo. Iconoclasta e ironico in modo sprezzante, ma anche straziato. La fotografia di un’epoca grigia, di quegli anni di piombo che sembravano non finire mai. Un manifesto che, in perfetto stile punk, sembra non appoggiare apertamente nessuna ideologia ponendosi in posizione critica e defilata.

Chrisma

Le cronache li ricordano per il taglio del dito indice durante una interpretazione troppo realistica del loro sogno ‘punk’ in un concerto a Reggio Emilia nel 1978. Con relativa corsa verso una clinica specializzata di Ginevra per rimediare all’automutilazione. Folgorati dal punk nel 1977 durante una loro residenza a Londra, i coniugi Maurizio Arcieri e Cristina Moser convincono il team di produzione di Niko Papathanassiou (fratello di Vangelis e produttore della Polygram ai Nemo Studios di Londra) che il futuro è nel punk e nella “nuova musica britannica”.


Realizzato in tempi record, esce alla fine del 1977 “Chinese Restaurant”, uno degli album più significativi del nuovo rock di quegli anni, dominato come è da chitarre elettriche e sintetizzatori. Descrive con vivida capacità di realismo il progressivo disfacimento della melodia presente nella musica dell’epoca. L’attitudine punk del duo si esprimeva anche attraverso atteggiamenti estremi e provocatori: si presentavano ai concerti come fratelli, per poi baciarsi appassionatamente davanti al pubblico, si praticavano dei tagli con lamette da barba durante le esecuzioni dei pezzi, andavano in giro con spille da balia conficcate nella guancia.

Come spavaldamente afferma Arcieri: “Io il punk non l’ho vissuto, l’ho inventato. Ho scritto Chinese Restaurant nel 1974 e, anche se è uscito nel 1977, l’ho inciso nel 1975, quando il punk non esisteva neanche come nome. Non è una forzatura, è la realtà. […] Noi eravamo indefinibili e di rottura, come i Velvet Underground, ai quali il New Musical Express ci accostò una volta in una recensione”.

Decibel

I Decibel di fine anni settanta erano poco più di una cover band orientata verso un rock ‘n’ roll metropolitano che guardava ai classici campioni del genere. Il gruppo salì improvvisamente agli onori della cronaca dopo il concerto fantasma alla Piccola Broadway finito (in realtà mai iniziato) in un’enorme rissa tra punk (all’epoca considerati di destra) e autonomi di estrema sinistra del Leoncavallo.
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Grazie a questa involontaria notorietà arrivò il contratto con la Spaghetti Records, che voleva lanciare un gruppo punk italiano. Usci sull’onda di quella improvvisa popolarità il loro album d’esordio, intitolato, con scarsa fantasia, “Punk”. Si tratta di un lavoro acerbo che del punk ha soprattutto lo spirito. L’illustrazione della cover, firmata da Mario Convertino è un pugno nero borchiato che sfonda un vetro, mentre le schegge esplodono in ogni direzione. Va metaforicamente in frantumi tutto l’immaginario della cultura giovanile delle passate generazioni: la svastica e la falce e il martello, la bandiera americana e il simbolo della pace, i Beatles e una silhouette di Bob Dylan. In alto a sinistra il logo beffardo della band, un fallo stilizzato con il loro nome sopra.

Racconterà Enrico Ruggeri: “La nostra coscienza politica era permeata da un generico senso di ribellione che il punk incarnava. Cantare canzoni come Col dito… col dito e Il Leader significava provocare una reazione nella casta egemone, che era la sinistra extraparlamentare, composta in gran parte dai figli dell’alta borghesia milanese”.

4 commenti

  1. Enrico Ruggeri faceva un programma nella mia stessa radio, frequentava il classico Berchet dove erano finiti buona parte dei miei compagni delle medie, ma era un paio di anni più vecchio. Nel 1976 o 1977 andai al Parco Ravizza a registrarlo per la radio – in quegli anni bastava chiedere al tecnico al mixer un’uscita libera e registravi quel che volevi. Il suo concerto cominciò a mezzanotte e mezzo, ed essendo punk il volume era spaventoso. Chiamarono dal Policlinico, due o tre chilometri in linea d’aria, dicencdo che i pazienti avrebbero voluto dormire, per favore. Ruggeri si arrabbiò parecchio, spense tutto e ai quattordici spettatori presenti disse la famosa frase: “E no cazzo, se non è forte non è rock”.
    A Milano esisteva una radio fortemente cattolica, mi pare Nova Radio, che ogni settimana faceva la classifica dei dischi preferiti dagli ascoltatori. Un amico ogni settimana organizzava un gruppo di persone perché telefonassero alla radio votando per gruppi punk – che regolarmente vincevano. Quelli della radio erano sempre imbarazzati perché non avevano mai il disco vincitore da trasmettere e peraltro non avevano idea di chi fossero i Sex Pistols. Lo so, eravamo dei pirla con tempo da perdere, che meraviglia.

  2. Ehi, e la Kandeggina Gang?

    • Jo la conoscevo.

      • anche lei aveva fatto l’Artistico a Milano, mi pare. Ma forse le serali.

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