I PREGIUDIZI INTELLETTUALISTICI DEL NUOVO LINUS

I PREGIUDIZI INTELLETTUALISTICI DEL NUOVO LINUS

La coperta di Linus ha debuttato in edicola nell’ormai lontano 1965, attraversando momenti di grande successo seguiti da un lento ma costante calo delle vendite. In occasione del rilancio sotto l’egida della casa editrice Nave di Teseo guidata da Elisabetta Sgarbi e Igort, neodirettore editoriale, vale forse la pena di dedicare una breve analisi alla testata e al primo numero della nuova versione.

Andrea Pazienza visto da Paolo Bacilieri nella copertina del nuovo Linus a cura di Igort

Cercherò di farlo separando per quanto posso il mio punto di vista di lettore e quello di professionista del settore. Come lettore ho seguito la rivista fin dal primo numero. Anche se per me e i miei fratelli il prezzo di 300 lire rappresentava un piccolo salasso per le nostre magre finanze di adolescenti, la “novità” della pubblicazione era decisamente intrigante e riuscimmo comunque a non perderne neppure un numero.

La prima uscita si presentava con 64 pagine in bianco e nero, ma già dal secondo numero, andando incontro alle richieste dei lettori, la rivista inserì otto pagine (non numerate) a colori dedicate alle tavole domenicali dei Peanuts e, con il quarto numero, portò la foliazione a 80 pagine, segno di un’affermazione già solida. Sotto l’intelligente guida di Giovanni Gandini e poi, con la cessione alla Rizzoli, di Oreste Del Buono (confidenzialmente OdB), la rivista scalò rapidamente la parete delle vendite superando le centomila copie.

Nel tempo, la pubblicazione ha filiato supplementi tematici (“linus estate”, “linus giallo”, “provo linus”, “Asterlinus”…), recentemente riproposti in veste di collaterali della Gazzetta dello Sport, e riviste parallele come Ali Babaalterlinus (poi ribattezzato alteralter) e Corto Maltese. Ha anche cambiato formato, adottandone per un certo periodo persino uno tascabile. Con lo scandalo della loggia massonica P2 che coinvolse anche i vertici della Rizzoli, il disgustato Del Buono abbandonò e la direzione passò nelle mani di Fulvia Serra, che si trovò a gestire il declino della testata.

 

 

 

 

 

Passata alla Dalai, Baldini & Castoldi, la rivista è arrivata fino a oggi con un formato un po’ più largo di quello tradizionale (abbastanza inspiegabilmente, visto che all’interno ci sono ampi margini laterali inutilizzati), festeggiando i 60 anni dei Peanuts e i cinquanta (e 600 numeri) della testata. I contenuti sono nel segno della politicizzazione della rivista iniziata negli anni Settanta che ha portato alla scomparsa delle storie “lunghe” e a dedicare sempre maggiori spazi alla satira e a rubriche d’ogni genere, comprese inevitabilmente le recensioni librarie accompagnate da pagine pubblicitarie dei volumi pubblicati dall’editore. Fino al passaggio alla nuova proprietà.

Lo slogan pubblicitario scelto per il rilancio della testata è “linus ritorna bambino”. Resta da intendersi sull’interpretazione da dare al messaggio che è, appunto, solo uno slogan. Se il riferimento fosse a quello che ha significato l’apparizione della rivista nella metà degli anni Sessanta, si tratterebbe senza dubbio di una mission impossible: la maturità del medium, al giorno d’oggi, è ampiamente dimostrata e accettata e, se mai, la difficoltà è quella opposta di restituire al fumetto una leggerezza perduta. Resta dunque la possibilità che si voglia parlare di un ritorno alla formula editoriale e al genere di contenuti. In questo caso, a mio parere l’obiettivo sarebbe stato mancato in pieno. Cosa proponeva, infatti, il linus di Gandini e Del Buono? Nell’editoriale, che potete leggere qui sotto, si parla di una rivista “dedicata per intero ai fumetti (…) di buona qualità, ma senza pregiudizi intellettualistici” scelti preoccupandosi unicamente “del valore delle singole opere e del divertimento che ne può trarre il lettore”.

Purtroppo il nuovo linus appare invece basato proprio e quasi esclusivamente su “pregiudizi intellettualistici”. A fianco delle (ormai pubblicate e ripubblicate, in rivista come in volumi e volumetti) strisce dei Peanuts e di Calvin & Hobbes, il resto dei contenuti sembra rivolgersi a lettori dai gusti molto raffinati quando non addirittura snob.

Non sono certo privi di “pretese” il Minus di Jori, lo Skinny Cat di Fabio Viscogliosi, la cui gradevolissima sintesi grafica non riesce ad andare oltre il protagonista, o il Samuel di Tommi Musturi che spende la piacevolezza del disegno per un niente narrativo.

Poco interessanti anche le riproposte di autori vintage come Vaughn Bodé, già presentato in passato, o delle poche pagine dei “Kin-Der-Kids” di Lyonel Feininger, accompagnati da una interessantissima introduzione… che è però quella del volume dedicato all’artista dalla Garzanti nel 1974. Se a questo si aggiunge che la Oblomov si appresta a stampare in libro le avventure della banda di ragazzini e che anche il “pezzo forte” di questo primo numero del nuovo linus, “Nejishiki – Modello a vite” di Tsuge Yoshiharo, fa parte di due volumi della Oblomov in libreria a giugno, ci si domanda se siamo davanti a una caso di product placement o più semplicemente a una rivista-catalogo.

In ogni caso, la riflessione che viene da fare è quanto valga la pena di spendere 6 euro per una rivista del genere (settantadue in un anno), piuttosto che investire direttamente sulle raccolte in volume, che si tratti dei Peanuts, dei personaggi di Bill Watterson o dei cupi manga di Yoshiharo.

Tornando al progetto di far “tornare bambino” linus, un’occhiata ai primi numeri della rivista ci mostra chiaramente quali ne erano le componenti. Poche strisce umoristiche (Peanuts, Krazy Kat e Pogo) e un certo numero di “storie lunghe”, autoconclusive (Braccio di Ferro, con una storia erroneamente attribuita a Segar, morto nel 1938) o a puntate (Neutron, Jeff HawkeDick Tracy…).

Se ridurre al minimo le strisce umoristiche nel nuovo corso può dunque avere un motivo, nel progetto di Igort manca però completamente l’altro elemento, quello delle storie. Certo, declinarlo oggi non è impresa da poco. Sia i fumetti classici tratti dai quotidiani statunitensi che i volumi cartonati della BéDé e i graphic novel di vario genere sono stati pubblicati praticamente tutti, vuoi su giornali contenitori come i settimanali dell’Aurea-ex Eura, vuoi nei volumetti in formato bonelliano della Cosmo, vuoi in libro per fumetteria o libreria. Davvero difficile, in questa situazione, tentare di ricondurre la testata alla sua condizione primigenia. Per quello che mi riguarda, in ogni caso, non leggevo linus da una ventina d’anni, e sicuramente continuerò a non farlo.

Come addetto al settore, la mia riflessione è un po’ diversa. Lo scopo di una pubblicazione, quale che essa sia, è vendere quanto basta per far guadagnare (o, almeno, non rimettere) l’editore. Non ho dati vendita recenti della rivista. L’ultimo sentito è una “voce di corridoio” di almeno dieci anni fa che dava le vendite del linus di Dalai intorno alle sei-settemila copie. Dubito che la situazione sia migliorata da allora. Parliamo in ogni caso di quello che è ormai un prodotto “di nicchia”. Nella sua versione “politicizzata” la rivista si rivolgeva di fatto a quelli che potrei definire “i lettori de il manifesto“. Togliendo la satira e limitando l’articolistica a poche pagine e tematiche principalmente letterarie (compresa una serie di considerazioni personali di Michel Houellebecq tutt’altro che epocali), Igort rischia di perdere una bella fetta di quel pubblico. Non credo che lo aiutino a mantenerla le pagine di Resist!, giornale gratuito realizzato e distribuito negli Stati Uniti in occasione di varie “marce delle donne” all’indomani dell’elezione di Donald Trump alla presidenza del Paese, ospitate nella parte finale del primo numero. Più che un tentativo di analisi politica (magari costruttiva), questa raccolta di brevi opere appare piuttosto lo sfogo stizzito in forma di fumetto della frustrazione di “artisti” di fede democratica davanti alla vittoria del candidato dell’opposta fazione. Se condivisibile “politicamente” dai lettori tradizionali è però sicuramente meno immediata e fruibile rispetto alle classiche vignette, e comunque lontano dalla politica nostrana trattata abitualmente.

Il riposizionamento attuato dal nuovo direttore sembra dunque basarsi sulla convinzione che esista una nicchia di appassionati di fumetto “intellettuale” più ampia di quella dei precedenti “lettori de il manifesto“. Convinzione, immagino, basata su sue sensazioni: in Italia il mondo delle nuvolette ha poca familiarità con le ricerche di mercato; l’unica di cui sono a conoscenza è quella commissionata da padre Stefano Gorla quando fu nominato direttore de il Giornalino (riguardo a Linus ho ancora una ricerca di mercato molto approfondita commissionata dalla Rizzoli-Rcs alla Swg di Trieste quando ne ero consulente immediatamente prima della cessione alla Baldini e Castoldi – NdR). Resta dunque da vedere se il “fiuto” editoriale di Igort si dimostrerà efficace. Lo valuteremo dall’estensione della coperta di Linus e dal numero dei mesi o degli anni a venire che arriverà a coprire.

4 commenti

  1. a proposito di ricerche di mercato, mi raccontava di recente Anna Maria Gandini che loro se ne fregavano bellamente dei desideri dei lettori (espressi dai vari referendum), molti dei quali mal digerivano Bristow e Krazy Kat, e più tardi persino i Peanuts; fosse stato per le ricerche di mercato, il Linus originale non sarebbe mai nato (fu anche difficile trovare un distributore, il prezzo era giudicato folle secondo i parametri standard di allora); dalla tua descrizione, questo Linus mi sembra un prodotto confezionato a freddo per nostalgici dei bei tempi andati, quelli che adesso si ricomprano i vinili sperando che il fruscio di fondo riporti in vita la loro ragazza dei vent’anni (oggi mi sento poetico a buon mercato) – un’operazione che mi sa finirà nel nulla in pochi mesi;

  2. E’ decisamente troppo presto per dare un giudizio sul “Linus di Igort”, aspettiamo almeno cinque o sei numeri. Ho solo quello di maggio perché gli abbonati lo ricevono in ritardo ed il mio commento a caldo, lapidario è stato: contenitore ottimo, contenuto mediocre. In futuro il contenitore resterà mentre il contenuto è destinato a cambiare dato che la rivista non si basa, almeno pare, su un gruppo di autori “interno”. La prepubblicazione di stralci di volumi non è un male, anzi, ti evita di spendere soldi per qualcosa che poi non ti piace. Il Linus di Gandini e OdB partiva, credo, da una semplice premessa: là fuori c’è un mondo – di fumetti – che potreste non conoscere, noi ve lo presentiamo un po’ alla vosta. Igort vuole fare più o meno la stessa cosa e le sue scelte sono dettate sia da gusti personali che da esigenze di budget.

  3. Lo slogan pensato per il rilancio la dice lunga: il nuovo Linus è pensato per i nostalgici che vogliono ritrovate le emozioni provate 40 o più anni fa. La commistione tra strisce classiche e materiale inedito ne è la riprova.
    Del resto sono convinto che il fumetto sia “roba da vecchi” e quello è il target su cui puntare.
    Pregiudizi intellettualistici? Da che ho ricordi -ma non sono così anziano da averne conosciuto gli esordi 😉 -Linus mi è sempre sembrata una rivista intrisa di deliri intellettualoidi. Quindi perché rinunciarvi oggi?

  4. Io francamente ‘sta cosa, che se un fumetto (o un film o un libro) non sono ignoranti non sono validi proprio non la capisco… cosa ci sarebbe di male a fare fumetti intelligenti? Ah, capisco, la gente rischierebbe di scambiarti per un “intellettuale”. Mamma che paura! Fortuna che ci sono sempre le commedie italiane zeppe di scoregge e battute sui froci!
    In bocca al lupo!

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