PIOGGIA E SACRIFICI UMANI DIMENTICATI

PIOGGIA E SACRIFICI UMANI DIMENTICATI

I sacrifici maya

Un articolo di una rivista online riporta questa notizia: “Accanto ad una piramide di Chichén Itzà, celebre sito maya […] sono stati ritrovati i resti di sacrifici umani tributati al dio della pioggia Chaak” (scienze.fanpage.it, 2011).

Chaac, il dio Maya della pioggia

Chaak, il dio maya della pioggia

Gli aztechi non erano da meno

Questo raccapricciante rituale riecheggia quelli, non meno orrendi, degli aztechi: “Tlaloc era il dio della pioggia. Gli aztechi credevano che se non fossero stati celebrati un numero sufficiente di sacrifici a Tlaloc la pioggia non sarebbe venuta e il mais non sarebbe cresciuto. Lebbra e reumatismi, malattie causate da Tlaloc, avrebbero colpito il villaggio. Tlaloc chiedeva le lacrime dei bambini come parte del sacrificio. I sacerdoti facevano piangere i bambini durante il cammino che li portava all’immolazione: si trattava di un buon presagio del fatto che Tlaloc avrebbe bagnato la terra nella successiva stagione delle piogge” (Wikipedia).

Tlaloc, il dio messicano della pioggia

Tlaloc, il dio messicano della pioggia

 

Oggi, in India

“Gumla (India) – Un uomo ucciso e decapitato nel corso di un rituale per favorire l’arrivo della pioggia”. Così inizia un articolo del 2015 del giornale online liguriaoggi.it. Il delitto, commesso da una setta chiamata Orkas, avrebbe avuto il fine di combattere la siccità che perdurava da alcuni mesi. “La testa, secondo gli abitanti del luogo, sarebbe stata seppellita in un campo per favorire l’arrivo delle piogge e ricchi raccolti”, conclude l’articolo.

Questi fatti macabri, potremmo obiettare, sono accaduti in tempi o in luoghi lontani dalla civilizzata Europa. Eppure…

La pioggia in Sardegna e Corsica

La studiosa di cose sarde, Dolores Turchi, in “Le Tradizioni Popolari della Sardegna” riporta questa testimonianza del notaio Salvatore Satta: “Secondo il suo racconto [di una donna di Onifai] la processione partiva dalla chiesa di Santa Croce, posta nel centro del paese, e si avviava verso il fiume Cedrino. Giunti in riva al fiume si cantava il Miserere, si immergeva nel fiume il simulacro del Santo e si buttava in acqua un bambino di cera. Recuperato il Santo, lo si riportava in chiesa” (Salvatore Satta, Piove, in Sardegna Mediterranea n. 26, Nuoro 2009).

Per la Turchi in questa descrizione “è evidente il sacrificio umano, mediante un bambino, che si faceva in tempi lontanissimi per propiziarsi il dio pluviale”. Citando poi lo storico Ettore Pais leggiamo: “Nel centro della Sardegna ho pur inteso ricordare l’antica usanza di seppellire un bambino all’entratura degli ovili. Si supponeva che in tal modo si riuscisse a impedire il furto degli armenti. Il costume si è addolcito da secoli ed ora (così mi fu detto nel Nuorese) al seppellimento di un bambino vivo si sostituisce in qualche regione quello di un cane. Di costumi analoghi si trova traccia in molte regioni del mondo” (Ettore Pais, nota al suo libro Storia della Sardegna e della Corsica).

“Molte usanze sarde”, prosegue la Turchi, “erano in uso anche nella Corsica. Per quanto riguarda la richiesta della pioggia, il sinodo di Aleria del 1652 se la prende con ‘quelle donne, o vero huomini, che mettono un cane morto nell’acqua per fare piovere’”.

In wwww.meteoweb.eu leggiamo: “In Sardegna e in Corsica ha luogo una pratica antica, risalente al Nuragico, forse un antico ricordo di sacrifici umani per la pioggia, apportatrice di vita. A Bolotana in una notte di novilunio si prendevano dal cimitero un numero dispari di crani e si immergevano in acqua, per poi rimetterli al loro posto una volta iniziata la pioggia, altrimenti si sarebbe causato un nubifragio”.

Interessanti a questo proposito i particolari forniti da www.contusu.it: “In Corsica e a Tertenia il rito dell’acqua era eseguito in gran segreto da alcuni uomini, i quali di notte si recavano all’ossario comune e sottraevano dei crani rigorosamente di uomini a grappolo: tre, quattro, cinque. Legavano i crani tra di loro con un giunco, in modo che non andassero persi, e poi li appendevano a un cespuglio nei pressi di un fiume. Se vi erano impedimenti, in un secondo tempo, senza arrivare al fiume i crani venivano immersi in una vasca d’acqua, di quelle usate in campagna dai contadini per raccogliere l’acqua piovana o dei fiumi per annaffiare gli orti, l’importante era che ci fosse sempre come elemento l’acqua”.

“Se i crani trovati erano di bambini venivano immersi solo in un ruscello, due o tre giorni dopo, quando la pioggia iniziava a cadere copiosa, riportavano i teschi all’ossario. La mancata esecuzione del recupero dei teschi avrebbe comportato un nubifragio, con gravi danni alle colture e alle persone. Il rito era tenuto talmente segreto che nessuno fa i nomi degli esecutori, ma tutti sono concordi che cadesse una gran pioggia. Si vuole che l’usanza sia terminata intorno agli inizi del 1900, ma si hanno testimonianze che, seppur proibita, sia proseguita fino al 1930-1950”.

Il tempo, come dice il Pais, ha addolcito queste usanze. Il seppellimento di bambini e cani è stato sostituito da quello di croci di legno, dalle preghiere e dalle processioni. In termometropolitico.it troviamo la testimonianza di Lorenzo Zanon, sindaco di Trebaseleghe (Padova): “Con un coltellino si toglieva la corteccia e appariva il legno bianco. E con questi rami si preparavano le croci, da mettere all’inizio di ogni campo. Servivano a tenere lontano la siccità, la grandine e ogni altro disastro”.

La Sartiglia

Per tornare in Sardegna, c’è la tradizione della Sartiglia. Vi lasciamo alle parole (per alcuni aspetti filologici un po’ azzardate – NdR) del professor Salvatore Dedola:

La Sartiglia non è nata, come suol dirsi, in periodo spagnolo. La Sartiglia è una forma di Carnevale, è un palio. “Sartiglia” ha una base sumerica, deriva dal sumerico “šar” (cerchio) + “til“(palo). Letteralmente significa “cerchio del palo”, “šartil”. “Kuppu-nīdu-ri” significò letteralmente “colui che fa sgorgare acqua dai cumuli-nembi”.

Perciò qui ritroviamo la vera natura di Su Cumponidori. Su Cumponidori sappiamo che prima di iniziare la corsa va a cavallo, quasi benedicendo la folla, tenendo in mano quella che vien chiamata “Pippìa de Máju”. Allora cerchiamo di interpretare queste parole. Interpretiamo prima di tutto la parola “Máju”. Sa pippìa “de Máju” è letteralmente la pippìa “dell’Estatico, del Profeta, dello Sciamano”: “Maḫḫu”, veniva detto. Perciò “Máju” indica proprio “Su Componidori” che agisce in quel momento come uno sciamano che benedice la folla, torniamo al concetto di battesimo o benedizione… sono concetti addirittura paleolitici. In realtà, “su maccu” in origine era colui che aveva il potere di interferire, di legare la Terra con il Cielo: era lo Sciamano, il potente che operava la sacralità a vantaggio del popolo che ne aveva bisogno.

“Pippìa”, a sua volta, è una ripetizione: “pī-pīum” che significa “apertura, sorgente di fiume”, letteralmente. Per cui “sa Pippìa de Máju” letteralmente significa “apertura delle sorgenti celesti ad opera del profeta” – Pippìa de Máju. Una forma del genere la troviamo a Pozzomaggiore, dove c’è “sa Pippìa ‘e Mannaghe”, che viene portata in processione durante la siccità. “Mannaghe” significa letteralmente: “inno-incantesimo della pioggia”.

Tutti gli incantesimi, anticamente, venivano fatti tramite inni cantati. Tutto ciò che riguardava il sacro veniva cantato, nell’alta antichità. Ora sappiamo che anche questo “mannaghe” ha un significato ben preciso, legato a “sa pippìa” (in https://sasartiglia.com/, Progetto artistico SaSartiglia).

Su Componidori con sa pippia de maju

Su Cumponidori con sa pippia de maju

Pioggia nel Maghreb

La siccità non ha generato soltanto rituali cruenti. Quando nel Maghreb, in particolar modo in Algeria, manca a lungo la pioggia dopo la semina, risorgono delle antiche usanze che si credevano dimenticate e che mirano a ingraziarsi Anzar, il dio del cielo, della pioggia e delle acque in generale. Il modo più efficace consisteva nell’offrirgli una fidanzata. Ecco la leggenda d’Anzar.

Anzar, il re della pioggia, desidera sposare una giovane donna che lo respinge. Furioso, il dio prosciuga il fiume. La giovane cede quindi al ricatto e si consegna al dio. Viene denudata e portata via dal dio in un lampo. L’acqua torna e il fiume riprende il suo corso.

Un rito consiste in una rappresentazione della leggenda. Cito da Wikipedia: “Il personaggio centrale di questi riti è Talghonja, chiamata Tislit n Wanzar (“la sposa di Anzar”), che un tempo sembra fosse una fanciulla in carne ed ossa, oggi sostituita da una specie di bambola, spesso ricavata da un cucchiaio di legno (aghenja) rivestito di abiti da sposa. Questa “sposa di Anzar” doveva presentarsi nuda al suo sposo, con lo scopo di sollecitare la sua discesa sulla terra.

Tislit N'Anzar (la sposa di Anzar)

Tislit N’Anzar (la sposa di Anzar)

La sposa di Anzar viene portata in processione per le vie del villaggio, e vengono recitate formule del tipo:

«Anzar Anzar!

Che Dio annaffi la terra fino alle radici!

Anzar Anzar!

Interrompi la siccità!»

Scrivi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.I campi obbligatori sono evidenziati con *

Dichiaro di aver letto l'Informativa Privacy resa ai sensi del D.lgs 196/2003 e del GDPR 679/2016 e acconsento al trattamento dei miei dati personali per le finalità espresse nella stessa e di avere almeno 16 anni. Tutti i dati saranno trattati con riservatezza e non divulgati a terzi. Potrò revocare il mio consenso in qualsiasi momento, integralmente o parzialmente, con effetto futuro, ed esercitare i miei diritti mediante notifica a info@giornalepop.it

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

*