QUEL COPIONE DI COLLODI (PINOCCHIO NON FU IL PRIMO NASO)

Pinocchio, attilio cassinelli, 1981

Mi dichiaro subito sconfinato estimatore di Pinocchio e di Carlo Lorenzini, raccoglitore incessante di vecchie edizioni e qualsiasi oggetto che riguardi il Burattino, innamorato di ogni nodo di quello strepitoso tronco d’albero che definire romanzo è inadeguato e fiaba offensivo, fiero di essere fiorentino come colui che volle chiamarsi Collodi e come quel pezzo di legno morto che volle vivere.
Sì, sconfinato, raccoglitore, innamorato, fiero. Ma non cieco.
Ed è proprio l’amore che mi dà il permesso di indagare, quasi amante geloso, sui tradimenti, se vi furono, del suscitatore di tanto sentimento. In poche parole: Collodi inventò Pinocchio di sana pianta o rubò qualche mela da alberi altrui?

Basta allungare la mano per coglierne alcune, di quelle mele. E io sono qui per farlo.

Il primo tradimento, diciamo il melone, sta proprio in quel nome, Collodi, che per un fiorentino è come dire Pisa a un livornese o Livorno a un pisano.

L’antico borgo di Collodi

L’antico borgo di Collodi con in primo piano la facciata della Villa Garzoni

Perché Carlo Lorenzini nacque a Firenze, in Via Taddea, nel popolare quartiere di San Lorenzo, dentro le mura non ancora abbattute dalla follia di una malposta smania di Capitale (Firenze fu capitale d’Italia dal 1865 al 1871 – NdR). La sua casa natale è ancora lì, provvista di targa commemorativa appostavi nel 1941, quando a Pinocchio si faceva fare il saluto romano.

Pinocchio Balilla

Pinocchio Balilla, segnalibro del ventennio fascista

Quella che per lui era una “bambinata” utile solo a intascare qualche lira, Carlo Lorenzini la scrisse a Firenze, e in parte anche a Castello, nel territorio comunale. E, non contento di esserci nato, a Firenze ci morì pure, in Via Rondinelli, pieno centro, dove il fratello Paolo distrusse ogni suo scritto lasciandoci dubbi e misteri su cui fantasticare.

casa natale di Carlo Lorenzini

La modesta casa natale di Carlo Lorenzini in Via Taddea a Firenze negli anni quaranta, quando saremmo stati ancora in tempo a dare a Pinocchio e Lorenzini la giusta collocazione geografica, spostatasi “magicamente” a Collodi nel dopoguerra

Perché quello pseudonimo? Perché Collodi? Lo sanno tutti: è il nome del paese di sua madre, dove bambino passò solo pochi mesi. Avrebbe potuto voler chiamarsi Cortona, come il luogo d’origine del padre (o presunto tale, viste le chiacchiere su una sua vociferata nobile paternità, lavorando la madre, descritta come una gran bella donna, a servizio dai buongustai Marchesi Ginori nella scenografica collodiana Villa Garzoni), o meglio ancora avrebbe potuto affibbiarsi l’appellativo di Firenze, come la città sua vera. Invece no: Collodi. Perché la mamma è sempre la mamma. E lui, che non si sposò mai, ebbe come unico riferimento femminile la figura materna. C’è chi mormora che fosse omosessuale, ma a me questo interessa poco, anzi nulla. A me brucia che quella scelta abbia spostato il baricentro della sua opera dalla sede naturale a un luogo che non c’entra affatto. E così questa località baciata dalla casuale fortuna di uno pseudonimo è diventata la patria di Pinocchio, la sede di una potente Fondazione, il suolo di un Parco, il business di ogni suo abitante.

Nel Parco di Collodi il monumento a Pinocchio, opera di Emilio Greco

Nel Parco di Collodi il monumento a Pinocchio, opera di Emilio Greco

E i fiorentini? Bischeri, come sempre. Abituati a esiliare i loro migliori rappresentanti, non hanno esitato a far fuori anche Pinocchio. Ma che vuoi che sia? Abbiamo la Cupola del Brunelleschi, gli Uffizi, il David, Palazzo Vecchio, il Ponte anche lui Vecchio, Pitti, Boboli, Botticelli, Leonardo, Giotto, Michelangelo, Dante, Lorenzo il Magnifico… Che ce ne facciamo di un burattino? E così l’abbiamo regalato a Collodi, frazione di Pescia. Ma vai a chiedere nel mondo chi è Pinocchio: lo conoscono tutti, lo amano tutti, è il nostro più grande ambasciatore. Sì, l’ambasciatore di Collodi, frazione di Pescia, provincia di Pistoia.
Perché molti credono che sia nato là il Burattino, e pure il suo autore, o in via subordinata che in fondo Pinocchio non sia che un figlio di Walt Disney e vesta come un tirolese.
Ma in fin dei conti Walt Disney, pur stravolgendo terribilmente il senso collodiano della lignea creatura, ha dato un vero colpo di popolarità mondiale al personaggio, mentre Collodi, frazione di Pescia, provincia di Pistoia, Toscana, non fa che rinchiuderlo in una dimensione strapaesana da barroccino pieno di souvenir fatti ormai di pura plastica. E tutto per la scelta di un nomignolo.

Pinocchio disneyano col Grillo Parlante, ribattezzato Jiminy Cricket

Il fortunatissimo Pinocchio disneyano con il Grillo Parlante, ribattezzato Jiminy Cricket

Carlo certo non poteva immaginarlo, e morì prima di sapere che il successo della sua creatura avrebbe travolto ogni ostacolo, sarebbe tracimato oltre ogni argine, avrebbe invaso pacificamente e allegramente il mondo. Seppe solo di aver creato un personaggio che piaceva molto ai bambini, al punto di dover continuare a tenerlo in vita anche dopo averlo impiccato, e si perse tutte le interpretazioni più o meno cervellotiche che a quella “bambinata” sarebbero state date, e quanti illustratori, riduttori, rimatori, traduttori in lingue e dialetti, quanti saggiatori si sarebbero prodigati nel descrivere ognuno a proprio modo la sua aurea invenzione. E cinema, e TV… Persino la politica. Tutti usano Pinocchio. Tranne i fiorentini. Già, perché Pinocchio l’hanno regalato a Collodi, frazione di Pescia, provincia di Pistoia, Toscana, Italia, mondo. Collodi al centro del mondo.
Pessima scelta, Carlo, mi tocca dirtelo. Ma ormai è andata, e tu resti Collodi molto più che Lorenzini. Bisogna accettarlo, e magari darci una mossa per riscattare quel Burattino rapito.

Carlo Lorenzini detto Collodi

Carlo Lorenzini detto Collodi (1828-1890)

E questo era il melone, che mi è rimasto devo dire piuttosto indigesto. Meglio darsi alle mele. La domanda delle mele sgraffignate infatti è lì che aspetta ancora una risposta. E io sono qui per darla. Quindi non mi addentrerò in disquisizioni filosofiche, dotte o sofisticate sulla figura del Pinocchio e dei suoi comprimari, sulle intenzioni più o meno consapevoli del suo autore, sui significati reconditi e trascendentali, persino massonici, che Collodi avrebbe dato, volutamente o no, alla storia. Lo hanno già fatto in molti, probabilmente troppi: lo dissi anche al buon Carlo, di fronte alla Cappella Lorenzini alle Porte Sante dove riposa dal 1890, e lui, accigliato, non rispose. Chi tace acconsente.

Gianni Greco alle Cappella Lorenzini nel Cimitero Monumentale delle Porte Sante a Firenze

L’autore dell’articolo nel 1996 durante un servizio televisivo sulla Cappella Lorenzini nel Cimitero Monumentale delle Porte Sante a Firenze. In un gioco di specchi l’immagine del conduttore è riflessa sul vetro della porta, mentre il busto marmoreo di Lorenzini in realtà gli è davanti, oltre il vetro. Da anni una tenda costantemente chiusa rende invisibile l’interno della Cappella

Quello che voglio fare è frugare nella mia disperata collezione alla ricerca di qualche marachella d’autore (disperata perché una collezione di Pinocchio non potrà mai essere felice, non potendo avvicinarsi nemmeno lontanamente alla completezza), e trovare le ragioni per giustificare il titolo di questo mio irriverente pastrocchio, che fa rima con Pinocchio.

Tanto per scaldarmi un po’ inizierò citando quel tal libro francese da poco riscoperto, “La poupée parlante”, che ha destato molto scalpore nel 2015 con quella illustrazione in cui sembra di vedere una specie di giovane Geppetto intagliatore del legno perplesso di fronte alla sua creatura seduta sul banco da lavoro, che lo guarda come fosse viva.

François Janet, “La poupée parlante”, 1862

François Janet, “La poupée parlante”, 1862

Non somiglia a Pinocchio, è decisamente di sesso femminile, ma l’attinenza è forte. Libro rarissimo in originale (si dice che ne esistano solo quattro copie superstiti), scritto da un certo François Janet di cui si sa poco o nulla, e di scarso successo alla sua uscita, è stato ristampato in Italia col titolo “La bambola parlante” e lanciato come precursore di Pinocchio. E può essere, ma certo che può essere: fu edito nel 1862, quasi 20 anni prima che uscisse sul “Giornale per i bambini” la prima puntata della “Storia di un burattino” (ce l’ho!).

7 luglio 1881: esordisce sul “Giornale per i bambini” “La storia di un burattino”

7 luglio 1881: esordisce sul “Giornale per i bambini” “La storia di un burattino”, prima edizione assoluta (il libro uscirà nel 1883)

E non dimentichiamo che Lorenzini con la Francia ebbe sicuramente a che fare: fu anche traduttore delle favole di Perrault. Quindi nulla ci impedisce di pensare che, rimasto impressionato da quella idea, quando si trovò nel bisogno di inventarsi alla svelta la già detta “bambinata” abbia sostituito la sconosciuta bambola di Janet con una marionetta che definì burattino. Tanto non se ne sarebbe accorto nessuno. Sottovalutava le potenzialità planetarie del suo lavoro, che gli avrebbero scatenato addosso torme di investigatori carogne come me. Ma carogne per amore.

Geppetto Carlo Chiostri, 1901

Geppetto al banco di lavoro di fronte alla sua creatura, che dimostra subito molta vivacità: gli ruba la parrucca. Carlo Chiostri, 1901

E siamo alla prima mela. Mangiata.

Ne cogliamo un’altra? Certo, però bisogna andare molto indietro nel tempo, addirittura avanti Cristo. Esopo infatti visse dal 620 al 564 avanti Cristo, la cui storia pure, manco a dirlo, è stata paragonata all’epopea pinocchiesca, con Giuseppe-Geppetto e Maria-Fata Turchina, starring Pinocchio as Jesus Christ (superstar). Ma ho promesso di non lasciarmi andare a esegesi già ampiamente trattate, quindi torno a Esopo.

Favole di Esopo, illustrazioni di Harry Rountree, 1920 ca.

Una rara edizione inglese delle “Favole di Esopo” con le illustrazioni di Harry Rountree, 1920 ca.

Da Esopo le favole, fulminanti esempi di saggezza e morale, si proiettarono su altri celebri favolisti, da Fedro ai Fratelli Grimm, da Perrault a La Fontaine. Infatti in molti degli autori post esopici si ritrovano gli stessi temi. Se li rimpallavano senza paura di apparire dei ladruncoli di idee. E in effetti ci fu gloria per tutti. Uno di questi temi, guarda un po’, è quello de “Il gatto e la volpe”, che si rilegge, per esempio, in La Fontaine e nei Fratelli Grimm. Poi Collodi, venuto dopo di tutti, ne fece personaggi essenziali per il suo capolavoro, riscattandoli dal ruolo sbrigativamente favolistico nel quale erano stati impiegati fino allora.

Esopo, illustrazioni di Harry Rountree, 1920 ca.

Esopo. L’inizio della favola “Il Gatto e la Volpe” in edizione inglese, illustrazione di Harry Rountree, 1920 ca.

Esopo, illustrazioni di Harry Rountree, 1920 ca.

Esopo. La Volpe spocchiosa si dispiace per il Gatto, ma lui intanto sale sull’albero. Harry Rountree, 1920 ca.

Esopo, illustrazioni di Harry Rountree, 1920 ca.

Esopo. La Volpe, che si vantava di saper fare mille cose, soccombe ai cani, mentre il Gatto, che ne sa fare solo una, si arrampica sull’albero e si salva. Harry Rountree, 1920 ca.

Il Gatto e la Volpe di Collodi somigliano molto ai loro precursori: la Volpe si sente superiore e il Gatto ne è succube, ma nella favola il gatto, con la sola abilità di saper salire su un albero, si salva dai cani dei cacciatori, mentre la Volpe, con tutte le sue millantate doti, ne resta vittima. Sia come sia, il Gatto e la Volpe erano già nell’aria da secoli quando incontrarono Pinocchio.
Se ne occupò anche Gustave Doré, illustrando La Fontaine.

Gustave Doré

Gustave Doré. Illustrazione ottocentesca della favola “Il Gatto e la Volpe” di La Fontaine

Gustave Doré

Gustave Doré. Illustrazione ottocentesca della favola “Il Gatto e la Volpe” di La Fontaine

Seconda mela fatta fuori.

Ora sono pronto a passare alla mela principale, quella in cima all’albero, la più difficile da raggiungere.
Non voglio farla troppo lunga, anche se la lunghezza è il tema principale di questa mia piccola carognata. Ma non sperate in lunghezze nascoste e pruriginose. Anche se l’allungarsi del naso di Pinocchio è stato spesso usato come metafora sessuale, è al solo organo olfattivo che mi riferisco. Perché al netto di Geppetti, Maestri Ciliegia, Grilli Parlanti, Gatti, Volpi, Fate Turchine, Mangiafochi, Lucignoli, Omini di Burro, Pesci-Cani e mille altri personaggi di contorno, c’è una cosa e una cosa sola che ha reso Pinocchio unico e celebre: il naso. Senza di esso e il suo allungarsi scommetto tutta la mia collezione burattinesca che Pinocchio sarebbe rimasto un semplice racconto tra i tanti. Ma la trovata del naso che si allunga a causa delle bugie, benché a pensarci bene piuttosto limitata nell’ambito dell’intera storia, è proprio quella vincente. L’asso pigliatutto. La grande invenzione di Collodi.
Ma… siamo sicuri che sia sua, l’invenzione del naso?
Certo, diranno subito i miei piccoli lettori…
Macché piccoli! Pinocchio mica è per bambini. I bambini credono che sia per loro, ma non glielo dite che Pinocchio è per adulti. Lasciateglielo credere, poi in seguito capiranno.

Un Pinocchio non proprio per bambini

Certo che no.
Rispondo alla domanda di poc’anzi. Il naso lungo è nato prima di Pinocchio, e non pensate che sia quello del “Cyrano de Bergerac”, lavoro che Rostand pubblicò nel 1897, sedici anni dopo la famosa prima puntata collodiana già menzionata. Ma prima, prima…
Prima ci fu Edward Lear.

Edward Lear

Edward Lear, pittore e illustratore inglese (1812-1888)

Questo signore inglese, nato nel 1812, fu contemporaneo di Carlo Lorenzini. Morì con due anni di anticipo su di lui, ma più vecchio, nel 1888 a Sanremo, dove si era stabilito dopo ampi viaggi nell’amata Italia, lodevolmente ritratta dalle sue matite e i suoi pennelli. Chissà che i due non si siano persino conosciuti di persona: Lear soggiornò infatti anche a Firenze.

Edward Lear, “Panorama di Firenze”, 1862

Edward Lear, “Panorama di Firenze”, 1862

Fatto sta che Edward Lear, scrittore e illustratore di cose serie ma anche facete, dette alle stampe il suo lavoro più conosciuto nel 1846, trentacinque anni prima di Pinocchio: “The Book of Nonsense”, caposaldo delle sciocchezze intelligenti che in seguito il non troppo originale e parecchio sopravvalutato Gianni Rodari avrebbe fatto proprie contando anche sulla scarsissima conoscenza in Italia degli originali inglesi. Insomma, il geniale Edward Lear elargì idee a piene mani. E a pieni nasi. Torniamo quindi al naso.
E torniamo anche al mio, che certo non si limita ad annusare materiale pinocchiesco, ci mancherebbe: anche se ho poco spazio in casa io spazio molto, e non mi faccio mancare le antiche edizioni dei sublimi limeriks di Lear. Gran bei libri, di formato orizzontale, con la copertina spessissima lavorata a rilievo e i titoli impressi in oro.
Ne vidi uno in una mostra degli anni settanta a Palazzo Strozzi di Firenze, e mi dissi che dovevo averlo. Non quello, che purtroppo era impossibile da rubare, ma qualche altra copia da raccattare magari in Inghilterra. E così feci, e ora vanto una raccolta di vari volumi d’epoca di Edward Lear, tutti assolutamente godibili, ché è un piacere aprirli.

Edward Lear, “The Book of Nonsense”

Edward Lear, “The Book of Nonsense”

Edward Lear, “More Nonsense”

Edward Lear, “More Nonsense”

Ma il naso? Ah già: il naso. Credo che meglio delle mie parole possano parlare le immagini. Ecco quindi una serie di nasi leariani tratti da “The book of Nonsense” (1846) e “More Nonsense” (1862). Pinocchio, ricordiamolo, è del 1881.
Buon naso a tutti.

Edward Lear, naso modellabile

Edward Lear, naso modellabile

Edward Lear, signora regginaso

Edward Lear, signora regginaso

Edward Lear, naso a spolverino

Edward Lear, naso a spolverino

Edward Lear, naso a tromba

Edward Lear, naso a tromba

Edward Lear, naso a spada

Edward Lear, naso a spada

Quanti nasi, eh? E quanto lunghi… Ma il naso più collodiano e pinocchiesco, signore e signori, eccolo qua. Vi ricorda niente?

Edward Lear, naso con uccelli

Edward Lear, naso con uccelli

Ta-dàaa!… Scoop!
Qui se ci scriviamo sotto le parole di Collodi può sembrare di trovarsi di fronte a una vera a propria illustrazione di Pinocchio. Proviamo? Ecco qua:

“Come potete immaginarvelo, la Fata lasciò che il burattino piangesse e urlasse una buona mezz’ora, a motivo di quel suo naso che non passava più dalla porta di camera; e lo fece per dargli una severa lezione e perché si correggesse del brutto vizio di dire le bugie, il più brutto vizio che possa avere un ragazzo. Ma quando lo vide trasfigurato e cogli occhi di fuori della testa dalla gran disperazione, allora, mossa a pietà, batté le mani insieme, e a quel segnale entrarono in camera dalla finestra un migliaio di grossi uccelli chiamati Picchi, i quali, postisi tutti sul naso di Pinocchio, cominciarono a beccarglielo tanto e poi tanto, che in pochi minuti quel naso enorme e spropositato si ritrovò ridotto alla sua grandezza naturale.

L’immagine è troppo precisa ed eclatante per non pensare a un’influenza diretta esercitata da Lear su Lorenzini, che, volontariamente o no, ripescò dalla propria mente quell’invenzione straordinaria, e ancor più straordinariamente ne fece una delle immagini-simbolo del suo Pinocchio.

Attilio Mussino, “Le avventure di Pinocchio”, 1911

Attilio Mussino, “Le avventure di Pinocchio”, 1911

Enrico Mazzanti, “Le avventure di Pinocchio”, 1883 (prima edizione libraria)

Enrico Mazzanti, “Le avventure di Pinocchio”, 1883 (prima edizione libraria)

Pinocchio di Luisella Meloni

Una più recente versione di Pinocchio con i picchi sul naso di Luisella Meloni

E questa era la mela principale, la più gustosa, anche se di mele che Collodi colse da alberi altrui ce ne sarebbero ancora, ma io mi fermo qui, al naso leariano, che mi sembra già abbastanza, e, in conclusione, sento la necessità di fare ammenda per il titolo di questo trattatello apparentemente anticollodiano. Gli ho dato del “copione”, e forse ho esagerato. Avrei dovuto scrivere “ladro”, che è molto meno grave.
Ma come?, diranno subito i miei “piccoli” lettori, uno che ruba è molto peggio di uno che copia! Manco per niente, rispondo io da grande estimatore di Picasso, che asseriva: “L’artista mediocre copia, mentre il genio ruba”. Quanta ragione aveva!

Angiolo Tricca, caricatura di Carlo Collodi,1875

Angiolo Tricca disegnò la più celebre caricatura di Carlo Collodi, questa, nel 1875

E malgrado io abbia scritto “copione”, ritengo Carlo Collodi tutt’altro che mediocre, ma un grande genio, di quelli veri, di quelli che non sanno di esserlo, e che credendo di rubare idee altrui riescono a farle proprie e a elargire capolavori inaspettati ed eterni all’universo mondo.
Come Pinocchio, che mangiò le pere mentre suo padre Carlo… sgraffignava le mele.

pinocchio

Illustrazioni da libri, riviste e segnalibri: collezione Gianni Greco.
In copertina: illustrazione di Attilio Cassinelli, 1981

 

3 commenti

  1. interessante. tutto il libro di janet si trova qui, per chi volesse: https://gallica.bnf.fr/…/bpt6k164585x/f1.image.texteImage
    mi permetto di dire che quello illustrato altro non è che la trasmissione e la formazione della cultura, nulla vien scritto senza quello che venne scritto e raccontato prima. ho apprezzato. meno il fiorentinismo accanito, che trovo inutile ma son robe di fiorentini, mentre la frase “il non troppo originale e parecchio sopravvalutato Gianni Rodari” mi ha fatto scompisciare. ah!, quanta migliore opinion di noi daremmo se non ci lanciassimo in innecessari incisi

    • Ringrazio del commento, significa che ho destato interesse, peraltro la mia fiorentinità mi porta a irridere gli stessi fiorentini, come si può leggere. Ma son robe di fiorentini, giustamente, e i fiorentini hanno fatto storia, arte e cultura. Ma tant’è. Quanto a Gianni Rodari mi permetto di scompisciarmi a mia volta quando un commento è dettato più da faziosità politica che da più ampia visione. Raccomando la lettura di Edward Lear. Cordialità.

  2. Purtroppo alla tua “mania” nel mio piccolo ho contribuito anch’io . Nel tempo , purtroppo sei diventato più “attento” o meglio meno disponibile a spendere . Comunque nella tua collezione ci sono diversi pezzi che negli anni mi hai comprato . Ciao

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