PARALIPOMENI AI MONOLOGHI DELLA VAGINA

PARALIPOMENI AI MONOLOGHI DELLA VAGINA

Alcuni anni fa, molto giovane e bruciante di passione per un uomo di ghiaccio e ferro, ho composto ciò che ritengo una sincera prova di autoerotismo letterario, e forse uno dei più allarmanti sintomi di dove porti la frustrazione umana.
Difatti è finita – malamente – con quell’uomo di ghiaccio e ferro che aveva dimenticato di essere di carne e merda, e mi sono innamorata di chi quel proclama masturbatorio me l’ha poi fatto davvero, senza saper nulla di queste parole al vento del 2011.
La circolarità dei propri sentimenti, desideri e scelte, si deve sempre tenere d’occhio.

Invecchio e mi vengono voglie.
Di quelle che non potrei (mi si fermano il cuore e la fica), di quelle che sennò crepo.
Ma onestamente fottesega della salute e di sistemazioni pluriennali: sono nei venti, ho bisogno di godermela, farmi altre mille scopate, leccate e ditali (solo per citare i Classici): mani, labbra, lingua sulla passera, mentre continuo a scrivere poesie disperate.

Ho ancora bisogno di una dichiarazione, d’amore e dei redditi, simile a questa:
Fai pure la puttana col mondo, prendilo dentro da chiunque e godine, ma io – Cristo santo – ti ho visto oltre alle stronzate che dici, scrivi e fai. E ti amo. Ho voglia di te, ho voglia di averti non solo nel modo più semplice, entrandoti per un po’ di centimetri. Voglio mente, cuore, mani, piedi, visceri e appendici. Non mi vanno più svuotini e promesse. Durerà perché non mi esaurisco assieme al mio seme. Rinasco dopo ogni orgasmo: vengo guardandoti e trovo ogni volta me stesso. Sono qui a recensire perché sento il dovere di impedire che una troietta qualunque ti legga, si bagni, schizzi e diffonda, senza capire.

Nessuno me l’ha fatto un proclama del genere, di cui sottoscrivo ogni lettera e che capovolgendo il genere è mia. Ed è mia comunque. Quindi I’m in love. Sul crederci, però, non sono ancora persuasa. Diamo un contraddittorio al fidanzatino qui sopra:
Vuoi me e le mie quadruple labbra, da anni. Ok. Ma viverci assieme è diverso. È attraente quanto spaventoso. Perché al di sopra del sorriso verticale vive un mondo intero, senziente e cosciente. Morde come la nota Osteria, e stride, eietta, si barrica e nega. Continua ad estendersi, emerge e poi scappa. A tratti scompare intonando Guccini, infine torna e apologizza, ma pretende Meglio di Prima.

La conclusione non tarda a proporsi. Se si vive per sé, realizzandosi, si fuggono lotte di genere e razza: uomini e donne, d’Italia o d’Altrove, s’associano e stringono mani. Negli occhi c’è il fine, nel mezzo, solo in quello, la carne.

Puoi amarmi, se ascolti la mia musica.

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