L’OSSESSIONE DEL CORPO NEL CINEMA GENERA MOSTRI

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Gli ottanta sono passati alla storia come gli anni dell’edonismo. Dopo la sbornia idealistica degli anni settanta, improvvisamente l’importante non fu più rinnovare il mondo, ma il guardaroba e, con esso, quello che c’è sotto i vestiti: il corpo. Un ideale “neopagano” di bellezza, forza, potere e splendore personale entrò nell’immaginario pubblico e ne prese possesso.
Furono gli anni del boom del body building e delle palestre, del silicone, dell’aerobica sponsorizzata dall’ex contestatrice Jane Fonda.

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Jane Fonda, regina del fitness

Un corpo mostruosamente perfetto

La sensibilità di alcuni registi riesce ad andare oltre le apparenze, a scavare più in profondità. Riesce a scoprire che dietro l’ossessione per il corpo forse c’è qualcos’altro, ci sono insicurezza, fragilità e in ultima analisi paura. La paura della deformità, l’angoscia della trasformazione, l’ansia e il tormento della carne.
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Questa scoperta avviene tramite il recupero di tematiche estreme, tipiche del Romanticismo europeo: le atmosfere allucinate, l’esplorazione dell’irrazionale, l’attrazione per l’orrido, il grottesco e il deforme, l’ossessione ricorrente della morte e della follia, il fastidio per la quotidianità seguendo le orme di Poe, Hoffmann e Baudelaire.
Prendiamo in considerazione quattro film che illustrano questa tendenza: “La cosa”, “Stati di allucinazione”, “La mosca” e “The Elephant Man”.

“La cosa” di John Carpenter (The Thing,1982)

“La cosa” rappresenta una delle più profonde e amare riflessioni sul corpo umano di tutto il cinema di John Carpenter. È la storia di un gruppo di scienziati che svolgono delle ricerche in una base americana nell’Antartide, la cui quotidianità è sconvolta dall’arrivo di un parassita extraterrestre capace di cambiare il proprio aspetto in quello dell’essere vivente con cui viene a contatto. La tensione è aumentata dal fatto che non vediamo mai la forma originale della Cosa, è tutto e niente insieme, non sappiamo neanche se ha una vera forma che sia solo sua.
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Il terrore nasce qui, come nei racconti di H.P. Lovecraft, nel trovarsi di fronte a qualcosa che non ha una forma ben precisa: in sostanza è proprio l’estrema ambiguità morfologica del parassita a disorientare. Inoltre, la Cosa è qualcosa di alieno che vive dentro di noi, qualcosa che prende possesso del nostro corpo e ci cambia profondamente. Se si va oltre l’apparenza, la Cosa può essere letto come la rappresentazione di un aspetto della malattia e della morte. La Cosa potrebbe essere l’Aids, il cancro…

Potrebbe anche essere semplicemente l’invecchiamento, il disfacimento del corpo. Solo all’inizio l’orrore arriva da fuori, come un virus, poi viene da dentro, è in noi e infatti l’unico modo per sapere se i personaggi sono ancora umani è un’analisi del sangue (una delle scene più sottilmente inquietanti del film), come si fa per l’Aids, perché “è l’analisi del sangue che determina cosa sta davvero succedendo dentro il corpo umano”. Un film angosciante e senza speranza, che fu misteriosamente rigettato dal grande pubblico, forse perché andava a toccare corde troppo sensibili.

“Stati di allucinazione” di Ken Russel (Altered States, 1980)

Che le droghe psicotrope possano trasformare la mente è un dato di fatto. Ken Russel in “Stati di allucinazione” si chiede se, per caso, possano trasformare anche il corpo. La domanda non deve apparire oziosa: non sono forse mente e corpo un’unica identità inestricabile? La risposta il regista la dà attraverso la storia del dottor Jessup, uno psichiatra insoddisfatto dei risultati delle sue sperimentazioni sugli effetti della vasca di deprivazione sensoriale.
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Così decide di intraprendere un viaggio per le foreste messicane e prendere parte a un rituale che prevede l’ingerimento di una sostanza psicotropa estratta da un fungo allucinogeno. Fungo che poi porta con sé e continua a utilizzare con peculiari e inquietanti conseguenze psicofisiche. La scena che apre il capolavoro del regista inglese mostra un uomo galleggiante in un liquido verdazzurro, che sembra avvolgerlo come in un abbraccio. L’obiettivo utilizzato per le riprese, insieme alla presenza del liquido, contribuisce a dilatare e distorcere i lineamenti dell’uomo suggerendo il verificarsi di un cambiamento corporeo.

Immagini pallide e granulose comprimono il corpo nudo e allargano la testa, facendolo rassomigliare a un feto umano pronto a nascere dal grembo di una macchina. Il protagonista è visto nello spazio del serbatoio come un corpo alterato, per un verso con caratteristiche riconoscibilmente umane, ma, allo stesso tempo, con qualcosa di diverso, di non umano. Dopo la sua uscita dal serbatoio, nel progredire dei suoi esperimenti con la psicotropia e la deprivazione sensoriale, la trasformazione corporea diventa sempre più evidente e sempre più pervasiva fino a raggiungere lo stato più primitivo della materia biologica.

“La mosca” di David Cronenberg (The Fly, 1986)

È la messa in scena della storia di un ricercatore che si isola dalla comunità scientifica per sperimentare il teletrasporto di uomini e cose. Jeff Goldblum, nel film, è un mad doctor, molto fiducioso nelle proprie conoscenze. Mentre decide di usare in prima persona le telepod, le capsule per il teletrasporto, un insetto entra nella macchina e mescola il proprio genoma con il suo. Il risultato è un mostro, un uomo-mosca in continua mutazione: un percorso evolutivo al contrario che conduce lo scienziato verso la morte.
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“La mosca” di David Cronenberg è una specie di diario patologico della malattia del dottor Seth Brundle. La prima notte dopo il teletrasporto, il parassita (costituito dal Dna dell’insetto) è incubato all’interno del corpo. Al risveglio, il corpo è già mutato e riesce a compiere azioni inedite: le sue necessità alimentari mutano e si evidenziano attraverso un costante bisogno di zucchero; la sua libido sessuale è incontenibile, animalesca. In questa fase, gli effetti della malattia sono solo di tipo sintomatico, la metamorfosi non è ancora in atto (a parte la crescita di alcuni peli anomali su una ferita della schiena).

Nella fase successiva, che occupa gran parte del film, assistiamo alla terrificante trasformazione. Via via il corpo di Brundle perde sempre più le caratteristiche che lo rendevano umano (pelle, denti, capelli…) e acquistano quelle di mosca. Il lento processo assomiglia a quello dell’invecchiamento o al peggiorare di una grave malattia. Il richiamo alla Metamorfosi di Franz Kafka è inevitabile. Però, mentre la mutazione di Gregor Samsa lo trasforma in una mente umana imprigionata nel corpo di un insetto, nel caso di Seth Brundle la fusione è totale, quello che si realizza è un «organismo psico-fisico» metà uomo e metà mosca nel corpo quanto nel cervello.

“The Elephant Man” di David Lynch (1980)

David Lynch svolge in “The Elephant Man” una profonda meditazione sul corpo deforme e sul suo rapporto con l’anima. Corpo e anima, in Lynch, sono due componenti distinte e separate, probabilmente scisse all’origine: se il corpo è ciò che appare, ciò che suscita il giudizio esterno della massa, l’anima è la componente più vera, ma sovente imperscrutabile all’essere umano che si arresta alla superficie esteriore, nemmeno troppo indagatore dell’alterità che gli si svela, perché ingannato dall’apparenza dell’immagine. Il film prende lo spunto dalla vera storia di Joseph Merrick, nato bambino normale nell’inghilterra vittoriana.
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Cominciò a deformarsi verso i tre anni di età, quando alcune cisti iniziarono ad apparire sul lato sinistro del suo corpo, simili a piccoli bernoccoli. All’età di 12 anni, quando sua madre muore, la deformità di Joseph è già grave. Suo padre si risposa e la matrigna caccia Joseph di casa, spaventata dalla sua deformità. Dopo un periodo passato in strada vivendo di espedienti, Joseph trova lavoro in un freak show con il nome di “Uomo Elefante”. Così, esibendosi come fenomeno da baraccone, riesce a mettere da parte una somma di denaro e a essere trattato con un minimo di dignità.

Durante uno dei suoi spettacoli, incontra il dottor Frederick Treves, medico dell’ospedale di Whitechapel, che anni dopo lo porta con sé trattandolo sempre con rispetto e calore umano, anche se non possiamo dire che l’esposizione del corpo deforme di Merrick nella clinica sia poi tanto diversa da quella del baraccone dal quale proveniva. Persino in clinica, infatti, il fascino e la ripugnanza del corpo abnorme hanno la meglio su tutto il resto, pur in un contesto di insegnamento e convertito in merce medica da vendere a un pubblico più selezionato del precedente.

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