SANTA ROSALIA È UNA COSPLAYER

SANTA ROSALIA È UNA COSPLAYER

Santa Rosalia di Max Ferrigno ha gli occhi grandi come pozze d’acqua, un piglio da generalessa, un’anima dolce e tanti tatuaggi.
È una cosplayer ma è anche Santa Rosalia, la santuzza di Max Ferrigno, torinese di nascita che ha scelto Palermo per passione, che declina i manga nipponici in sicilian-style.
«È a tutti gli effetti una cos-player: la mia Rosalia è una ragazza di Palermo come tante, alternativa, con i tatuaggi e i piercing» spiega Max Ferrigno. «La sua vita è alternative-fashion ma è appassionata della Santuzza, che è la sua eroina. Quindi i suoi tatuaggi sono un richiamo all’icona, ha un cerchietto di rose magiche, il primo teschio che trova è quello di una bottiglia glamour di vodka che beve per avere visioni mistiche. È una testimonianza di devozione alla città che esce dai canoni e provoca discussione. Una Santa Rosalia immaginifica in chiave pop surrealism che mi ha davvero incuriosito. Io la trovo fantastica, allusiva e universale».

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Il giapponismo impera. Ma è soprattutto new-pop l’etichetta che sta a pennello, a queste opere: cultura Otaku, passione per i manga e le anime sulle orme di Takashi Murakami.
Ma Max Ferrigno va oltre e fonde tutto con i motivi arabeggianti della Sicilia. Ovvero con il sud e con il mood di Palermo.
Ferrigno inizia come decoratore a Torino e va avanti fino al 2005 quando prende a divorare fumetti manga, e da lì si avvicina al pop surrealism anni ’70.

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Poi entra in gioco la nuova terra in cui l’artista ha scelto di vivere: mattonelle siciliane, ghirigori dai vasi di Caltagirone, le ceramiche dai colori violenti. I personaggi vincono sempre, ma la Sicilia fa da sfondo e crea lo straniamento che fa tanto contaminazione culturale, mix di culture, globalizzazione e infine mercato.
«I personaggi dei cartoni animati e i giochi dei bambini della generazione di Max Ferrigno diventano “attori attivi” in un tripudio di colori accesi, intensi e dissonanti, e assumono posture ironiche e dissacranti che emergono con una texture acida dal retrogusto punk rock» scrive il curatore Igor Zanti. «Animali e vegetali antropomorfizzati, ragazze sexy e diaboliche, pagliacci tristi e demoniaci, mettono in scena uno spettacolo di un’umanità ambigua, con un sottile messaggio che pervade tutto.»

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La mostra «New Pop in The Castle» – aperta fino al 30 settembre dal martedì al sabato dalle 17 alle 21 – vive anche attraverso un percorso di allestimenti digitali che accompagnano lo spettatore alla scoperta di Ferrigno, ed è visitabile al castello di Branciforte di Trabia (Palermo), un luogo straordinario che fa da co-protagonista.
Perché il luogo è regno di quella sorta di Cagliostro che fu Raimondo Lanza, gattopardo, playboy, personaggio dell’high society, artista geniale e manager sopra le righe, cui Modugno dedicò «Vecchio frac», finito male, suicida in un albergo di Roma.
Il castello era il suo buen retiro, ma è molto più antico e altrettanto sfortunato. Ne parla Edrisi nel 1153, fu mulino della regia curia, poi proprietà di nobili che lo lasciarono in testamento al convento del Carmine di Palermo che, a sua volta, nel 1441, lo cedette a Leonardo Bartolomeo, protonotaro del regno.
La nipote ed erede di Bartolomeo, Eloisia, sposò Blasco Lanza che accorpò il castello ad altre proprietà, sotto lo scudo del Gagini. E durante la rivolta contro Ugone Moncada, i ribelli assalirono il castello e lo diedero alle fiamme.

Speriamo che oggi Ferrigno goda del favore della Santuzza palermitana.

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