MAX CAPA E L’UNIVERSO QUADRATO

MAX CAPA E L’UNIVERSO QUADRATO

Non faccio un’analisi critica di Max Capa, perché al fumetto e alla storia del fumetto non mi sono mai dedicata. Parlo di questo autore solo perché uno dei miei generi preferiti è sempre stato la fantascienza, sia in letteratura sia nelle arti visive. Non sto nemmeno a confondermi sulla presunta distinzione per cui, sia in letteratura sia nelle arti visive, la fantascienza o qualsiasi altro genere non è “genere”, invece è “genere”, lo è solo per metà, o un quarto e un po’, e via di seguito.
Per me, quando un libro è un buon libro supera qualsiasi genere ed è Letteratura e basta. Anche perché questa distinzione ormai ha superato se stessa e sempre più c’è commistione. Che ci siano solo elementi fantascientifici (o fantastici, oppure orrifici), un libro non vale per le caselle in cui lo si vuol inserire, ma per la qualità di ciò che è.

Mentre stavo vagabondando per casa ho visto una vecchia rivista singolare, fondata da Louis Pauwels. Per capirci, il signor Pauwels fu quello che scrisse, insieme a Jacques Bergier, “Il mattino dei maghi, Introduzione al realismo fantastico”, 1960: un saggio spiazzante, esplosivo, e anche molto criticato. Però negli anni successivi diventò di culto perché introdusse domande e punti di vista che preludevano a una nuova visione del fantastico.
La rivista di cui parlo è Pianeta (Planéte nell’edizione francese), periodico bimestrale dal contenuto innovativo e anticipatore, di una ricchezza di immagini spropositata e dalla veste grafica inusuale (20 x 20 cm), dove confluivano nomi illustri di ogni competenza, e il cui filo conduttore dava origine a un pensiero differente. Tanto per fare qualche nome, ci scrissero Roberto Assagioli, Konrad Lorenz, Ray Bradbury, Dino Buzzati, Salvador Dalì, Henry Miller, Ennio Flaiano, Jorge Luis Borges, Federico Fellini, Frank Oppenheimer e Mircea Eliade.
Il primo numero uscì nel 1962 e la rivista continuò a essere pubblicata fino ai primi anni Settanta.
Resta probabilmente ancora troppo moderna e scardinante anche ai giorni nostri perché, nonostante sia stata forse la rivista culturale più venduta della storia, ho la strana sensazione che sia stata volutamente sommersa. In pochi la ricordano.

Nel numero 54 di Pianeta (settembre-ottobre 1973) ho trovato due storie fantascientifiche a fumetti di Max Capa: Universo quadrato e Dentro la stella spenta. Non mi risulta che siano in Rete.

Max Capa, veneziano, classe 1944, è un autore di fumetti italiano che da molti anni risiede in Francia. Esordisce nella cosiddetta editoria “underground” pubblicando diverse riviste-fanzine con fumetti e articoli filosofico-politici legati agli anni della Contestazione studentesca, la più nota delle quali è Puzz, del 1971. Oltre a pubblicazioni più difficilmente catalogabili, come Robota Nervoso, rivista di “fantascienza e socialità”. Nel 1977 fonda una casa editrice, Edizioni Iguana, pubblicando alcune testate di fumetti mainstream. Nel frattempo disegna per altre riviste controcorrente. Sarà pubblicato anche dalla più tradizionalista Urania della Mondadori.

Chi sia Max Capa lo spiega meglio Sauro Pennacchioli nell’articolo “Ranxerox il cannibale”, sebbene mi pare ne dia un quadro non privo di ombre.

E quindi passo subito alle strisce di Universo quadrato – due storie parallele convergenti – Dentro la stella spenta.

Mi ricordo che quando vidi per la prima volta queste strisce di Max Capa, tempo fa, per un attimo pensai che fossero di Antonio Rubino. E precisamente il Rubino di Tic e Tac che muoveva i suoi personaggi dentro il tempo di Pampalonia, città fantastica in cui l’attività principale era costruire giocattoli. E non è detto che, all’immaginario ambivalente e alle simmetrie più o meno esplicite del grande illustratore sanremese, e non solo disegnatore ma molto altro, Max Capa non debba qualcosa.
Ma lo pensai solo per un attimo.

Il tratto di Capa non è fiabesco come quello di Rubino. È onirico e rasenta il surreale, è spigoloso anche se ingentilito dagli sfondi curvilinei ed è meno geometrico, anzi, in certi momenti rasenta lo sgangherato. La storia è acida e dai toni neri: “Buffo! Il consumatore si chiama Ecologia!” dice l’alieno, nella prima storia che pare essere un j’accuse molto esplicito. Dove però nell’ultima vignetta, che è un inno all’antieroismo del chissenefrega, compare proprio chi sarà uno dei protagonisti della seconda storia convergente, non certo dedicato alla salvezza dell’universo, ma anche lui consumatore, a quanto pare. Anzi, nell’attivo ruolo di estrattore, per la precisione.
Il finale non è da “così vissero tutti felici e contenti”; per questa volta il “cattivo senza apparente coscienza” l’ha fatta franca.

Rileggo le strisce e mi affiorano concatenazioni di idee, non riesco a non pensare a troppe cose. Anche, e non solo, a continenti depredati e lasciati a se stessi. Ma non nell’universo: qui e ora.
Se questo voleva essere un “fumetto” per gettare uno squarcio su disastrose contraddizioni esistenziali e sociali, insomma mettere a nudo la mancanza di coscienza, penso che Max Capa ci sia riuscito, dando la stura a più di una interpretazione. Però a me piacciono le storie che lascino spazio anche a intuizioni per futuri migliori, oltre a provocare rottura. Per arrendersi c’è sempre tempo.

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