L’ESTETICA NAZISTA

L’ESTETICA NAZISTA

Paradossalmente, l’estetica nazista viene ricordata solo perché si è appropriata di uno stile artistico che voleva distruggere.

Adolf Hitler era nato in un paesino austriaco di confine; in seguito si trasferì a Vienna per lavorare, con scarsa fortuna, come pittore.

I suoi soggetti erano i paesaggi urbani, nei quali manifestava interesse per le atmosfere romantiche.

Ecco un paio di dipinti di Hitler.

Il movimento politico da cui nascerà il “Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori” ha origini ecologiste. Tra le sue radici, infatti, ci sono i raduni nei boschi tipo hippy o nudisti per celebrare la natura.

Nelle memorie e nei diari giovanili di esponenti nazisti anche molto diversi tra loro, come Albert Speer ed Heinrich Himmler, è tutto un raccontare di lunghe escursioni nelle foreste o di tentativi di avviare fattorie per lavorare come agricoltori in campagna.

I nazisti al potere vietarono la sperimentazione animale, mentre Hitler continuava ad affermare di essere contrario alla caccia e vegetariano.

Nell’illustrazione sotto, gli animali grati salutano con la mano tesa il ministro Goering dopo la proibizione della vivisezione.

Mentre per i nazisti il “vero tedesco” si deve legare alla terra, i finanzieri sono invece globalizzati come il denaro che maneggiano. Identificati con gli ebrei, diventarono il nemico contro cui compattarsi.

Secondo la teoria paranoica nazista, gli ebrei erano l’origine di tutti i mali. Non solo controllavano l’alta finanza, ma avevano anche creato il suo pericoloso opposto, il comunismo, che da alcuni anni governava la Russia.

I comunisti tedeschi, con i loro scioperi, secondo Hitler avrebbero fatto perdere la Grande guerra quando ancora le truppe teutoniche occupavano vasti territori stranieri. I comunisti avevano poi cercato di prendere il potere in Germania, riuscendoci, per breve tempo, solo nella regione della Baviera.

Ebrei e politicamente orientati a sinistra erano, in gran parte, gli esponenti delle correnti artistiche e architettoniche d’avanguardia tedesche, come il Bauhaus. Fondata da Walter Gropius, la scuola Bauhaus propugnava il razionalismo e il funzionalismo.

La sua sede era un perfetto esempio dello stile che veniva insegnato negli anni venti, durante la tribolata Repubblica di Weimar governata dai socialdemocratici.

Hitler poteva accettare il funzionalismo per l’architettura delle fabbriche, non per gli edifici abitativi o per gli uffici.

Il dittatore era un patito dell’architettura classica e rinascimentale (apprezzava poco l’estetica medievaleggiante di Himmler): aveva disegnato personalmente un’enorme costruzione sormontata da una cupola, che il suo architetto e ministro degli armamenti Alber Speer avrebbe dovuto costruire a Berlino dopo la fine della guerra.

Per dare un’idea della spaventosa monumentalità dell’edificio, eccolo a confronto con altre costruzioni gigantesche, compreso l’attuale grattacielo più alto del mondo.

Alla Bauhaus si insegnava anche pittura. Tra i principali esponenti di questa arte c’era Lyonel Feininger, un autore che nel 1906 aveva rivoluzionato il fumetto americano, fino a quel momento prigioniero dentro rigide griglie di vignette e in storielle autoconclusive.
Il primo a seguire l’esempio di Feininger fu Winsor McCay.

All’inizio, il nazismo non aveva elaborato una teoria dell’arte.

Joseph Goebbels chiamò Albert Speer per arredare il proprio ministero con alcuni quadretti di Emil Nolde (sotto), il massimo esponente dell’espressionismo tedesco.

Solo quando Hitler venne a visitare il ministero, i due alti esponenti nazisti scoprirono all’improvviso che per il führer l’espressionismo era un’arte “degenerata” e riportarono subito i quadri al museo da dove li avevano presi in prestito.

L’arte che piaceva a Hitler era quella di artisti come Ernst Liebermann e Arno Breker, dei quali vediamo le opere, anche se i loro stili non si possono dire del tutto avulsi dalle correnti moderne.

Eppure, anche se l’arte razionalista era guardata con sospetto, lo stilista Hugo Boss rifornì le SS di divise che risentivano fortemente dell’influsso di Bauhaus e affini.

Divise così eleganti e moderne dovevano attirare, insieme a tutta una serie di benefit, i più capaci giovani tedeschi nelle file delle SS.

La stessa grafica della sigla delle SS, in caratteri runici, rimanda al razionalismo.

Manuali con simboli e divise alimentavano il feticismo dell’immaginario nazista.

Tutti i giovani ambiziosi accorsero nelle SS. Dal futuro scrittore pacifista Gunther Grass a Horst Tappert, in seguito interprete dell’Ispettore Derrick.

E se l’arte ufficiale dei quadri era classicheggiante, alcuni manifesti potevano adottare lo stile razionalista in chiave espressionista.

Anche per rappresentare una tipologia di donna moderna, come in questo manifesto di Ludwig Hohlwein.

Gli ornamenti architettonici oscillavano pericolosamente tra il déco e il cubismo.

E il suggestivo arredo all’interno del parlamento ricordava fortemente l’architettura da interni espressionista.

Per non parlare della modernità razionalista delle grandi adunate naziste, rese famose dagli spettacolari documentari della regista Leni Riefenstahl.

Con in più l’innovazione di Albert Speer, che utizzando 130 fari anti-aerei realizzò una “cattedrale di luce”. Nacque così l’architettura immateriale.

Lo stesso Adolf Hitler, con la consulenza del fotografo di fiducia Heinrich Hoffmann, lavorò per rendere espressivo il proprio volto insignificante.

Gli bastò pettinarsi con un grande ciuffo, tagliarsi i baffetti in verticale (come le depilazioni pubiche in voga tra le donne qualche anno fa) e valorizzare gli occhi profondi.

Naturalmente il massimo contributo, sempre involontario, della grafica moderna al nazismo fu il simbolo della nera svastica inscritta in un cerchio bianco su campo rosso.

In conclusione, l’immaginario nazista si fonda sullo stile funzionalista e razionalista che Hitler aveva combattuto in tutti modi, facendo fuggire all’estero i suoi fautori a partire da Lyonel Feininger.

Rimane invece ben poco dello stile classicheggiante che adorava Hitler o dei riferimenti al cupo medioevo amati da Himmler.

Persino lo stile grottesco dell’espressionismo alla Otto Dix venne ripreso in questo manifesto delle SS olandesi, per sbeffeggiare gli americani.

Per approfondire questo argomento con il supporto di altre immagini, vai nel gruppo di Facebook Immaginario nazi*antinazi.

Contatto E-mail: info@giornale.pop

6 commenti

  1. […] cinque anni prima di un terzo disegnatore, Adolf Hitler: i suoi disegni li trovate nel mio articolo “L’estetica nazista”. Purtroppo per il mondo, a differenza di Paul e Fleischer, Hitler non cercò fortuna artistica in […]

    • Rachael con gli occhi simili a due tizzoni ardenti mi si avvicina giocherellando con la sua torcia laser:” L’estetica nazista?? Certamente post- moderna, ma a parte gli abiti dei militari, le loro innumerevoli divise in parte disegnate dallo stesso Hitler, per il resto l’estetica nazista è una sorta di ritorno all’ordine che ha il limite di essere una sorta di rimasticazione del realismo in pittura e di una sintesi di avanguardie architettoniche che Speer coniugava con l’apoteosi degli apazi dilatati a dismisura per contenere folle oceaniche. L’androide Nexus 7 che ostenta il suo grado di generale a tre stelle della Gestapo, scruta Rachael e sorride sinistramente. La ragazza dai lunghi capelli neri estre una pistola laser in miniatura e con calma e decisione la punta al petto del generale e preme il grilletto. Colpito in pieno il Nexus 7 si disintegra in un migliaia di pezzi che cadono rumorosamente sul pavimento di granito rosa. Fumando tranquillamenteuna lunghissima sigaretta infilata in un bocchino di oro ed avorio, Rachael mi guarda senza sorridere e mi punta la pistola contro.Io sono raggelato e non riesco a muovere un dito. Rachael scoppia in una lunga risata da contralto, ripone la pistola, si avvicina al sottoscritto e con uno slancio improvviso mi si avvinghia e mi bacia arentemente. Io non sono travolto dalla passione, poiché da quando la Nexus mi ha sistemato il 90% del corpo, non mi si drizza più nemmeno un solo pelo! La capo redattrice del Giornale Pop livida di gelosia se ne va sbattendo la porta del Museo arti e mestieri. Tiziana dall’alto della cattedra in ebano, argento e grosse pietre preziose, con voce suadente si rivolge al volgo che attende a bocca aperta:” Credo che al di là di qualsiasi analisi storica, la cosa più interessante di questo articolo sia la chiave di accesso ai contenuti : il fumetto, come qualsiasi altra forma di espressione artistica, si fa carico di interpretare i fatti e di essere testimone degli eventi. Non so se ancora oggi questo avvenga e se nei fumetti attuali si trovi il corrispettivo oggettivo di quanto è descritto in questo articolo o se le scelte editoriali siano più inclini ad assecondare le leggi del mercato, visto il calo verticale dell’interesse per la lettura. Sarebbe interessante vedere se e come questo atteggiamento sia cambiato da allora fino ai giorni nostri”. Io fingo indifferenza per evitare di innescare la proverbiale rabbia della inquietante Rachael:”Ma senza l’analisi storica basata su prove documentali e non su saggi scritti da “testimoni” slealmente e volutamente di parte,che attuano in modo consapevole la distorsione della Storia per i loro fini, come è possibile capire quando un fumetto ne è realmente un testimone (dei tempi)? A volte il linguaggio dei comics è occulto, spesso palese: giornali di matrice cattolica come “Il Vittorioso” che è vissuto dal 1937 al 1970 e che io ho avuto la ventura di leggere e rileggere, ha questa caratteristica bifronte, anche quando imperava il Duce, l’uomo che aveva sempre ragione e che quindi non sbagliava mai. Ma anche nel tempo di Pacelli Papa, si avverte nel “Vittorioso” l’eco del suo scontro con l’Azione Cattolica progressista.Mah, discorso di ardua gestione.
      “La chiave di accesso ai contenuti”: si intende con questo semplicemente ” la comprensione dei contenuti?”.Gabbato finisce di bere la tazza di camomilla alla fragole di bosco e sorridendo mi dice;”L’annientamento delle masse è venuto dopo. Non agli inizi della carriera di questi dittatori, Prospero. Se avessero detto fin dall’inizio che il loro proposito era ammazzare gente innocente, nessuno li avrebbe seguiti. Quanta gente hanno ammazzato i comunisti in Russia in 70 anni? Secondo te se i comunisti avessero rivelato questi propositi in Russia nel 1917 all’apice della rivoluzione la gente li avrebbe seguiti? Solo dopo hanno capito che razza di criminali erano i comunisti russi”. Mah, che vi devo dire, non saprò mai se quello che ho capito corrisponde al senso del messaggio scritto qui, in questo commentario relativo anche al romanzo di Dick Beh, che ci posso fare se Rachael ha altre gatte da pelare con quel suo “amico” cacciatore di Androidi e mi lascia a bocca asciutta??
      Comunque, mi permetto di suggerire alla colta frequentatrice del sottoscritto di fare pressione sul tenebroso Der Alter perché metta in cantiere un intervento su Gianni de Luca e possibilmente sull’ultimo episodio “Fantasmi”del Commissario Spada: si potrebbe discuterne con più competenza, visto l’argomento sempre più attuale e nel tempo più vicino a noi che non i fumetti jacovittesti del 1945%47, sul senso dei quali suppongo ce ne siamo abbeverati da fonti eterogenee.
      Mah?
      Va beh, inizio io qui a ciarlare di questo argomento: se negli anni ’60 Gino Tommaselli e Gianluigi Gonano non avessero lavorato gomito a gomito nell’ambito di quanto prodotto e poi proposto dalla rivista di fantascienza”Gamma”, ebbene’, in quel caso non sarebbe mai nato il personaggio fumettistico de il Commissario Spada.
      Oppure sarebbe nato ugualmente, poiché Tommaselli e Gonano erano – non saprei dire in quale modo imparentati – e quindi si frequentavano ed erano amici.
      La leggenda vuole che poi Gonano si trasferisca a Parigi e ispirato dall’atmosfera dall’aura multiculturale della città delle luci, inizi a scrivere racconti di fantascienza: per la rivista prima citata denominata “Gamma” Qualcuno mi ha bisbigliato di si. Mah??
      Comunque, sia stato quello che sia stato, Gonano verso la fine del 1969 viene chiamato dalla redazione de “Il Giornalino” della quale Gino Tommaselli è caporedattore e gli viene fatta la proposta di diventare scrittore e sceneggiatore di una ipotetica serie a fumetti da pubblicarsi per “Il Giornalino” stesso con il contributo necessario e fondamentale del già celebre disegnatore Gianni de Luca, rientrato nell’aria delle storie disegnate per ragazzi dopo quasi dieci anni passati a fare l’artista. Gianni de Luca, un bel tipetto, un artista geniale, introverso, con ambizioni legate al suo desiderio di grandezza volto a portarlo a diventare il nuovo Michelangelo del fumetto.
      Cose lette dentro, sopra e sotto e fra le righe di quanto scritto da questo o quello ma riconfermate da quanto emerge dalla lunghissima e frammentaria intervista ( 1997/91) rilasciata dal Nostro alla figlia Laura: almeno, io ho avuto questa impressione leggendo con pazienza certosina quell’intervista, apparsa in un volume della serie formata da 4 tomi, dedicata al Commissario Spada dall’editrice BlackVelvet-EdizioniBD .
      Comunque nel 1970 appare a puntate su “Il Giornalino” la prima avventura intitolata “Il ladro di uranio”, tutta a colori e disegnata da par suo dall’apparentemente ringhioso e cupo De Luca che poi nella realtà era allegro e sereno, felice di lavorare per i Paolini, capace di rifiutare altre allettanti offerte di lavoro, come quella proveniente da “Il Corriere dei Ragazzi” nel 1972 e quella dell’editrice CEPIM per la serie di albi “Un uomo un’avventura”. Non solo, ma anche di snobbare Bonelli nell’ambito di una delle famose serie di giornate di “Lucca Fumetto, manifestazione cult degli anni ’70!
      Che cosa penso, io sottoscritto povero amanuense, di questa serie di fumetti del Commissario Spada??
      Ehh, dipende dai giorni!
      Ossia, visto che sono meteoropatico e non saprei dire che cosa d’altro sono o non sono, a volte certi episodi mi piacciono e altre volte non me ne piace nessuno, ad eccezione de “Il segreto dell’isola”, perché avventura giovanilistica del figlio di Spada Mario e della sua amichetta, della quale ora e qui non ricordo il nome.
      Diciamo che nel complesso le storie di Gonano/De Luca sono secondo me troppo impegnate e immerse nell’antropologia del sociale, nell’attualità di quel famoso decennio degli anni’70, al servizio di una pubblicazione ufficialmente ed ostentatamente cattolica che proprio per questo non poteva permettere che il o i cattivi morissero senza prima redimersi o se cacciati in galera non mostrassero segni se non di ravvedimento, almeno di pentimento.
      Il disegno di de Luca?? Come possibile criticare un genio? Però devo dire che l’ultimo episodio della saga,”Fantasmi” del 1982, mostra De Luca impegnato in una ricerca puntigliosa dell’essenza del gioco delle luci e delle ombre attraverso un uso del chiaroscuro pensato come se sempre una serie di riflettori illuminassero la scena . Io preferisco de Luca elegante e sintetico di altre storie.Purtroppo io tendo a scrivere in fretta , almeno io lo faccio qui pressato da molteplici stimoli,Molte volte ho precisato che io condanno a priori tutte le dittature, rosse , nere o brune che siano: è un postulato dal quale non prescindo.Non ho mai detto e neppure scritto che Stalin e il suo comunismo fosse diverso e in un certo senso migliore del nazismo.
      Poi, per quanto riguarda la storia del terzo Reich e la dittatura hitleriana, possiamo stabilire un punto di partenza nel 1933, anno nel quale ci furono assassini a tutto spiano nei confronti degli avversari di Hitler, avversari politici di destra come lui, ebrei, oppositori politici liberali e democratici, artisti di ogni tipo non allineati all’idea dell’arte che aveva quel demente di Hitler. Proprio allora si instaurarono i primi campi ci concentramento, destinati a diventare col tempo 2campi di sterminio”.
      Tutte queste belle idee Hitler le aveva espresse già negli anni venti sul suo “La mia lotta”.
      Purtroppo Hitler aveva espresso chiaramente i suoi propositi che in parte collimavano con il desiderio di rivincita del popolo tedesco sconfitto nella prima guerra mondiale e ingiustamente penalizzato dai vincitori con enormi somme da pagare come risarcimento e territori con abitanti in parte di lingua tedesaca annessi alla Francia, Polonia eccetera.La mentalità comune di allora individuava negli ebrei che detenevano il capitale bancario e che avevano alle spalle la forte comunità ebraica americana, la causa di tutti i mali.Quando i nazisti iniziarono a confiscare i beni degli ebrei tedeschi, la popolazione germanica di certo non pianse e non gridò di orrore e riprovazione quando gli ebrei, prima della seconda guerra mondiale, venivano mandati nei campi di concentramento: in quella situazione moltissimi ebrei morirono fra i più deboli, bambini, vecchi, donne….
      Questo era sotto gli occhi di tutti. In America si sapeva poiché arrivavano i sopravissuti a raccontare gli orrori dei campi di concentramento, non ancora di “sterminio” che furono messi in attività a partire dalla fine del 1941. Io non sono ebreo, ma ho avuto amici ebrei che erano fra i pochi sopravissiti all’Olocausto. Quel maiale di Mussolini nel 1938 promulgò le leggi razziali, tanto per baciare il sedere di Hitler!
      Quelli erano i tempi, non bisogna dimenticare, oppure miminizzare i fatti accaduti, oppure addirittura negarli. perchè l’ombra della follia e del male è sempre presente alle nostre spalle, in attesa di ritornare alla barbarie e agli orrori che i dittatori di allora, Hitler, Stalin, Mussolini e il generalissimo Franco riuscirono a seminare sulla terra.
      Io non prego, ma auspico la pace per tutti gli uomini di buona volontà.

      Comix Archive.
      Leggo solo ora il tuo commento del 9 Ottobre, apparso – come sovente accade- non in tempo cronologico.Questa faccenda genera confusione, ma che si può fare?
      Si, certo, la mia memoria può fare cilecca!: io “Mein Kampf” lo lessi per la prima ed ultima volta nel 1956, mentre mi preparavo per l’esame di stato dell’Istituto d’Arte Venturi. Lo lessi perché in storia dell’arte avevo preparato una tesina sulla pittura nel terzo Reich.Quindi ….
      Però devo dire che sinceramente non mi parve un saggio pacifista.
      Comunque , corregimi se sbaglio, fin dai primordi il partito nazista, forse ispirandosi nei metodi a quello fascista, un’arma che usava era la violenza, l’intimidazione usata con la forza.
      Certamente ora non mi metterò a rileggere “Mein Kampf”, che fra l’altro fu per me “un mattone” indigeribile” quando lo lessi a 19 anni, figurati ora che ne ho 79!!
      Sarei sinceramente curioso di capire che cosa veramente pensi sulla nascita ed evoluzione del nazismo e sui metodi di Goebbels per indottrinare ed informare le masse: in questo caso sono più fresco di letture, perchè il caso di Goebbels nell’ambito della propaganda nazista e il suo sistema di manovrare il popolo tedesco attraverso l’informazione è cosa che considero attuale, visto come stanno andando le cose.

  2. […] promozionali turistici del posto, infatti, il Manji viene spesso scambiato dagli stranieri per il simbolo nazista. Naturalmente la proposta ha scatenato feroci polemiche perché il Manji è antichissimo e, da […]

  3. […] a una funzione, seguendo i criteri moderni diffusi soprattutto nella Germania degli anni venti. Il razionalismo e il fascismo erano contrari a qualsiasi decorazione che appesantisse […]

  4. Benedetti professori dell’Accademia di Vienna! Cosa vi costava ammettere questo appassionato d’architettura? Che danno poteva arrecare all’Accademia dal mondo? Tanto poi guardate dove siamo finiti! Le installazioni e la rapina del lavoro di tanti bravissimi illustratori del cinema operata da Mimmo Rotella, strappando dal muro i manifesti vere opere d’arte e spacciando il collage come sua arte! Quanti morti, quante sofferenze, quanta distruzione si sarebbe potuta evitare lasciando che il giovane Adolfo si sfogasse a disegnare palazzi, che assomigliano a quelli del quartiere romano chic Coppedé, tanto osannati e valutati! Quanto sarebbe stato meglio per il mondo intero! I nazionalsocialisti sarebbero ancora lì a farsi le canne tutti nudi a Parco Lambro e a battersi contro la vivisezione! Che meraviglia!

  5. […] Ma solo dal 1906, grazie a Lyonel Feininger (come abbiamo visto en passant nell’articolo “L’estetica nazista”), la grandezza della pagina viene sfruttata per realizzare vignette spettacolari non più rinchiuse […]

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