LA GRANDE BUFALA DELLA SVASTICA NAZISTA

LA GRANDE BUFALA DELLA SVASTICA NAZISTA

Date un’occhiata alle seguenti cinque immagini e poi ditemi se non vi sembra di essere stati scaraventati in una realtà ucronica, cioè in un mondo alternativo i cui eventi sono diversi da quelli accaduti realmente, come quello narrato nel romanzo La svastica sul sole di Philip H. Dick.


Nel gennaio 2016, in previsione dei Giochi Olimpici che si terranno fra tre anni a Tokyo, in Giappone c’era stata la proposta di togliere dalle mappe turistiche la svastica (che i giapponesi chiamano Manji), utilizzata per segnalare i templi buddisti, e sostituirla con una pagoda stilizzata a tre piani. Secondo gli uffici promozionali turistici del posto, infatti, il Manji viene spesso scambiato dagli stranieri per il simbolo nazista. Naturalmente la proposta ha scatenato feroci polemiche perché il Manji è antichissimo e, da sempre, ha avuto e continua ad avere un ruolo chiave nella religione, nell’arte e nella scrittura giapponesi.
Mi auguro che la proposta cada nel nulla e che il Manji resti dov’è e non sparisca a causa dell’ignoranza di chi fa turismo di massa senza informarsi prima sulle usanze e i costumi del paese ospitante, o comunque sulla sua storia. Ai miei occhi, togliere il Manji dalle mappe è, infatti, l’ennesimo attacco di un processo di globalizzazione notoriamente in atto che, invece di esaltare le singole culture come sarebbe logicamente auspicabile, le appiattisce e le dissangua della linfa vitale che le sostiene, sulla base di presupposti opinabili e a senso univoco, come per esempio nel caso della svastica.
È già abbastanza imbarazzante, infatti, che un tempo minimo di storia occidentale abbia confuso e oscurato un simbolo basilare che esiste da migliaia di anni oltre a essere comune a quasi tutte le culture. Che questo tempo minimo continui a oscurarlo ancora oggi e addirittura oltrepassi i confini che gli competono (sia fisici che temporali), mi sembra oltremodo contraddittorio, se è vero che in Occidente l’opinione comune circa il nazismo non possiede valenze di periodo felice.
Felicità che, invece, è uno dei significati principali della svastica, simbolo solare per eccellenza.

Il manji e la pagoda stilizzata con cui si vorrebbe sostituirlo

Da un mio monitoraggio personale, effettuato su social o altre piattaforme, o anche in forma privata, è emerso per la maggior parte che il simbolo della svastica non solo non è conosciuto nel suo significato tradizionale, ma è anche oggetto di pubblico ludibrio; qualcuno ne conosce la simbologia antica, ma crede che quella nazista giri al contrario. Anche questo non è vero.
Prendiamo ancora come esempio il Manji. Nella scrittura e nell’arte buddista giapponese il Manji ha il significato letterale di “diecimila Dei” cioè l’Infinito, l’Ordine Universale e il suo continuo mutamento, attraverso il quale vengono rappresentati il Dharma universale, l’armonia, l’equilibrio degli opposti. Se gira a sinistra () viene chiamato Omote Manji e rappresenta l’amore e la misericordia; quando invece gira a destra è chiamato Ura Manji  () e rappresenta la forza e l’intelligenza.
L’Omote Manji rappresenta anche il fluire ciclico della vita e dell’energia positiva, cioè il sole che nasce a est e muore a ovest.

Anche in Tibet la svastica ha una chiara e doppia valenza a seconda che sia destrogira o sinistrogira: nella forma indiana, cioè quando gira a destra, fa parte del patrimonio simbolico lamaista (il buddismo tibetano), mentre la svastica che gira a sinistra è un segno fondamentale che qualifica il Bön, l’antica religione himalayana e subhimalayana prebuddista che in area tibetana ha accolto in sé influenze dal buddismo e ha trovato la sua espressione ultima.
Nell’induismo (la principale religione di area indiana), invece, la svastica rappresenta le due forme di Brahma che definiscono l’eterno ciclo del tempo: i rebbi rivolti a destra si riferiscono all’evoluzione dell’Universo, alla vita, al progresso, al benessere (Pravitti), mentre i rebbi rivolti a sinistra si riferiscono al moto involutivo, alla morte, alla distruzione (Nivritti).

La svastica come è rappresentata nella  religione Bön

Il termine svastica, che in realtà andrebbe declinato al maschile, lo svastica, deriva dal sostantivo maschile sanscrito vedico (la lingua dei Veda, i più antichi testi religiosi indiani) svastika che indica, tra i molteplici significati, una croce greca, cioè questa   i cui bracci sono piegati ad angolo retto. La parola è traducibile come “è il bene” o “benessere”, oppure “fortunato”, “di buon augurio”.

I ritrovamenti più antichi in cui compare la svastica risalgono al Neolitico, e sono stati rinvenuti a Mezin, sul confine tra Russia e Ucraina, dove sono affiorati svariati oggetti di uso quotidiano e rituale, tra cui un monile di avorio di mammut con incisioni di forme geometriche che ricordano la svastica e il meandro ellenico.

Esempio di decorazione a meandro ellenico

Reperto proveniente da Mezin

La si trova anche in numerosi altri siti dell’Asia Centrale, dove è raffigurata da sola oppure dentro un cerchio a simbolizzare il sole: a volte con i bracci diritti, a volte uncinati. È certo, comunque, che fosse utilizzata fin dal Paleolitico come simbolo di fertilità.
Mentre nel successivo periodo indoeuropeo è per lo più legata al culto solare. Secondo le ultime teorie maggiormente accettate, in accordo agli studi e alle scoperte archeologiche di Marija Gimbutas, gli Indoeuropei occuparono il territorio che va dall’Europa occidentale all’India.

Giara del periodo neolitico

Reperto proveniente da Samarra (Irak), VI millennio a.C.

Nell’area indomediterranea si sono trovate testimonianze di svastica a Susa, l’antica capitale dell’Elam (area corrispondente all’attuale Iran occidentale, nelle regioni del Khuzistan e del Fars), risalenti al tardo Neolitico, 4000 a. C. circa.

Con l’Età del Ferro si è diffusa ancor di più, e si sono trovati reperti che la raffigurano su ceramiche dell’Elam, su alcune figure-idolo femminili della Troade (in Asia Minore), su oggetti di varia natura nella regione danubiana, sui vasi di stile geometrico del Dipylon (Atene) e su statue femminili a Micene (Grecia, dove veniva chiamata tetragammadion), su statuette della Beozia e su vasi dipinti di Rodi, su reperti rinvenuti a Creta, sui vasi cinerari e sulle urne a capanna del periodo villanoviano in Italia e, più tardi, fu ritrovata raffigurata anche dagli Etruschi e dai Romani (che la denominavano crux gammata). E dopo ancora, i primi cristiani spesso usarono apporla sulle catacombe come simbolo della chiesa del Cristo, ma anche per camuffare la loro croce.

Collana iraniana proveniente da Marlik, Iran, I millennio a.C. (Museo Nazionale dell’Iran, Teheran)

Monile etrusco con decorazione a svastiche rinvenuto a Bolsena, VII secolo a.C. (Parigi, Museo del Louvre)

Vaso cinerario proveniente da Montescudaio, civiltà etrusca, V sec. a.C.

Antico elmo macedone, 350-325 a.C. raffigurante una svastica sulla sommità, ritrovato a Ercolano

Moneta greca d’argento proveniente da Cnosso, Creta

Disco in oro sbalzato, Grecia, VIII secolo a.C.

Anfora greca proveniente da Atene, 900-850 a.C.

Pavimentazione a mosaico, Ercolano, prima del 79 d.C.

Sudario funerario egizio del Periodo Romano, II o III secolo d.C.

Anello tribale germanico, bronzo, 400-600 d.C. circa

Resti di chiesa bizantina in Israele

Reticella per capelli medievale, trovata a Sint-Truiden (Belgio), circa 1200-1400 d.C.

Chiesa parrocchiale di Rosazza (Piemonte), architettura neoromanica, circa 1850

La svastica è stata anche ritrovata nella scrittura utilizzata dalla Cultura di Vinča (VI-III millennio a.C.) che fiorì nella penisola balcanica. Altri reperti dell’Età del Bronzo furono ritrovati nella zona di Sintashta (Russia) e altri dell’Età del Ferro nel Caucaso settentrionale e in Azerbaigian.

Frammento di antica stoffa russa (Vologda), XIX secolo

È di poco tempo fa lo straordinario ritrovamento di un frammento in ceramica che risale perlomeno a oltre 5000 anni fa, emerso durante gli scavi in corso a Riben, nella zona nord-occidentale della Bulgaria. Il cantiere era stato aperto per esaminare una fortificazione romana del III secolo d. C., ma ha portato in superficie anche una locazione molto più antica databile al periodo neolitico, cioè risalente fino a oltre settemila anni fa.
Secondo un esperto, Peter Banov, potrebbe trattarsi della più antica raffigurazione della svastica, conosciuta fino ad oggi.

Riben, Bulgaria, reperto risalente al periodo neolitico

Dovunque, più che un motivo ornamentale, la svastica sembra essere un simbolo religioso solare e/o con poteri soprannaturali e magici. Poteri che, infatti, gli antichi attribuivano al Sole.

Era conosciuta dai Mesopotami, dagli Egizi, dai Celti.  Nell’antica tradizione norrena dei popoli scandinavi la svastica era identificata col martello del dio Thor. E naturalmente era ed è conosciuta inIndia (è ricorrente nelle religioni giainista, buddista e induista) e in Cina, in Tibet e in Mongolia.

Pietra sacerdotale celtica, Irlanda, IV secolo d.C.

Croce nestoriana proveniente dalla Mongolia

Fibbia ostrogota in oro e granato, con cerchio in cristallo, decorata da una svastica portatrice di buona fortuna e benessere, VI secolo d.C.

Antichi sigilli provenienti da Harappa, Pakistan

Emblema della religione giainista, India

Antiche monete provenienti dallo Sri Lanka

Le svastiche che corrono lungo il muro del labirinto al vecchio Palazzo d’estate di Pechino

Budda

La svastica compare nell’America del Nord e del Sud fin dall’epoca precolombiana, Alaska compresa. Nel manoscritto precolombiano chiamato Codex Borgia, proveniente dall’altopiano messicano (oggi visibile nel British Museum), si vede la bella svastica che segue, finemente decorata.

Manoscritto precolombiano noto come Codex Borgia

In Perù, in una piramide a Huaca Rajada, è stato ritrovato questo vaso precolombiano.

Huaca Rajada, Perù

A Puma Pumku, in Bolivia, nello straordinario complesso monumentale a struttura modulare di Tiwanaku, scoperto all’inizio del XX secolo dall’ingegnere tedesco Arthur Posnansky, si può vedere questa splendida svastica. Il complesso risale a un periodo che va dal 536 al 600 d.C.

Puma Pumku, Bolivia

Passando al Nord America, nel Pueblo Grande Museum di Phoenix, in Arizona (Stati Uniti), è possibile ammirare un reperto di ceramica Hohokam.

Ceramica Hohokam

Sempre in Arizona è stato ritrovato questo antico monile in argento realizzato dagli indiani navajo.

Monile in argento, indiani navajo dell’Arizona

Nel nord e nel centro America, la svastica era utilizzata con accezioni terapeutiche e legate ai miti della creazione. Ancora oggi, gli sciamani navajo la dipingono sul terreno durante cerimonie curative, e ai bambini viene dipinta sulla sommità della testa come benedizione.

Il capo indiano Tommy Thompson, Celilo Falls, Oregon

Anche in Africa la svastica era conosciuta: si sono trovate testimonianze nel Sudan occidentale e nella Guinea superiore. La si vede raffigurata sui pesi degli Ashanti, cultura precoloniale dell’Africa occidentale (oggi Repubblica del Ghana). Ma sono stati ritrovati anche oggetti decorativi costituiti da svastiche radiali racchiuse in cerchi.

Uno scorcio di chiesa copta scavata nella roccia a Lalibela, Etiopia

Pettine di legno proveniente dall’etnia Akan, Ghana, 1960

Scarificazione con svastiche

Anche nell’isolata Oceania pare siano state trovate svastiche.
Al momento in Australia, però, non mi sembra siamo messi bene quanto a informazione circa l’argomento, da parte delle forze governative. Nel Queensland, addirittura, leggo di arresti durante una pacifica manifestazione volta alla sensibilizzazione sul reale significato della svastica.
Notizia del 27 giugno 2010.

In Tibet, in India, in Cina e nell’Oriente asiatico in generale continua ad essere un simbolo accomunato alle immagini del Budda. In Giappone lo si trova nei templi buddisti. In India è anche simbolo della settantesima reincarnazione del dio induista Tirthankara, e i suoi quattro rebbi rappresentano i quattro livelli dell’esistenza: il mondo degli Dei, il mondo degli Uomini, il mondo degli Animali e il mondo dei Demoni.
I contadini tibetani (dopo l’occupazione cinese non si sa più affermarlo con certezza) la tracciano sulla porta di casa perché non entrino influssi malefici; e infatti in molte culture ha avuto e continua ad avere un valore apotropaico, cioè di tenere lontano il male.

Qualche anno fa, in Nepal, durante le elezioni gli elettori espressero il loro voto apponendo una svastica vicino al nome del candidato scelto.

 

Il Dalai Lama, Tenzin Gyatso, massima autorità dello stato sovrano del Tibet, ora costretto all’esilio e rifugiato in India dal 1959-60 in seguito all’usurpazione cinese. Nel suo paese è in corso tutt’ora un sistematico genocidio della popolazione autoctona, da parte dei cinesi.  Della seconda massima autorità del Tibet, il Panchen Lama, e della sua famiglia, non si sa più nulla dal 1995, da quando l’autorità cinese ha dichiarato di averli messi sotto la sua “tutela protettiva”.
Il Dalai Lama, o Kundun come viene chiamato dai tibetani, fu insignito del Premio Nobel per la Pace nel 1989.
Qui lo vediamo in uno dei suoi numerosi raduni, tra paramenti tradizionali che recano la svastica.

Una “mala”, tipo di rosario tibetano

Rappresentazione induista del dio elefante Ganesha

Svastica giainista

Armature di samurai. Epoca Tokugawa

Anche in Europa e nelle Americhe la svastica ha sempre continuato ad essere usata e raffigurata. Anzi, tra la fine del diciannovesimo secolo e l’inizio del ventesimo conobbe una rinnovata popolarità, se mai ne avesse avuto bisogno, in seguito alle scoperte e agli studi del famoso archeologo Heinrich Schliemann, che scoprì la croce uncinata tra le rovine della leggendaria Troia. Schliemann, facendo raffronti con del vasellame scoperto in Germania, ipotizzò che fosse un “importante simbolo religioso dei nostri progenitori”.
Da questi scavi si deduce che, dal modo in cui è situata la svastica sul corpo di figure di donna, la svastica fosse utilizzata come simbolo di fertilità e vita. E anche dee della fertilità trovate in alcune tombe a Micene hanno questo simbolo sul seno e sulla gola. In un sarcofago si vede la signora della vita, che poi venne chiamata Artemide, circondata da svastiche.

Statuetta di divinità femminile ritrovata da Schliemann a Troia

La dea Artemide, vaso greco del VII secolo a.C.

Nel 2008, a Gerusalemme, durante l’incontro avvenuto tra il Gran Rabbinato d’Israele e l’Hindu Dharma Acharya Sabha, è stata siglata la seguente dichiarazione comune: lo svastika è un antico e importante simbolo religioso dello Hindūismo, che nulla ha a che fare con il nazismo e l’utilizzo passato di tale simbolo da parte di questo regime è stato assolutamente improprio.

Di questo antichissimo simbolo ne parlò diffusamente anche l’esoterista René Guénon in Simboli della scienza sacra, dove conclude che la svastica rappresenta il “Principio Originante”, il Verbo greco, l’Omindù,  insomma: l’Axis Mundi, termine che nella storia delle religioni indica il concetto di asse dell’universocomune a differenti religioni e mitologie.

Ed è stata acquisita anche in ambito massonico, che componendo quattro volte ad angolo retto la lettera greca G, ossia Γ (cioè ribaltando quattro squadre equilibrate), ha dato origine a una svastica, la quale simboleggia la reale sede del Sole centrale celato nell’Universo.
Dove G sta per simbolo e abbreviazione di: Geometria, Dio (God in inglese), e Grande Geometra dell’Universo (Great Architect of the Universe).

Rudyard Kipling, scrittore e massone, usava apporre la svastica sulle copertine dei suoi libri

Alcuni manga giapponesi, poi modificati quando escono dal territorio nazionale, in origine contengono il simbolo del Manji.
Per esempio in Naruto, il manga scritto e disegnato da Masashi Kishimoto.

Oppure in One Piece, il manga scritto e disegnato da Eiichirō Oda.

Ma torniamo alle prime cinque immagini dell’inizio.
La svastica, in tutta la storia dell’umanità, non è mai stata dimenticata né tantomeno disprezzata. L’accezione negativa l’ha avuta solo per un brevissimo e funesto periodo nel Novecento.
In realtà, ancora agli inizi del Novecento, in Occidente compariva dovunque, perfino negli annunci pubblicitari.

Quella che segue è una targa metallica dell’ASEA, società milanese di elettricità. Nel 1883 la società installò a Milano i primi generatori in corrente continua progettati da Edison.

Asea, Società Italiana di Elettricità, Milano

Un furgoncino di lavanderia. Irlanda, 1912.

Irlanda. Furgoncino di lavanderia, 1912

Il logo a svastica azzurra dell’aeronautica militare finlandese, adottato nel 1918. Fu dismesso nel 1945.

Emblema a svastica azzurra dell’aviazione finlandese. Fu introdotto nel 1918

Una banconota russa dei primi anni del Novecento.

Banconota russa, primo Novecento

La squadra canadese di hockey su ghiaccio in una fotografia del 1916.

Canada, 1916. Squadra di hockey su ghiaccio

Negli Stati uniti l’utilizzo della svastica fu addirittura pervasivo, complice l’antica tradizione dei nativi americani, mai distrutta del tutto.
Concludo con le seguenti immagini, il cui contenuto è anteguerra.
Mai simbolo è stato più chiaro, se non altro perché da sempre simboleggia il Sole.

Sigarette Swastika, in commercio dal 1913 al 1916

Rasoi Swastika. Furono in commercio dal 1865 al 1881

Cartolina augurale con una citazione di Shakespeare. Usa, 1909

Cartolina augurale di Buon Anno. Usa, 1930

Farmaceutica, Bottiglia della Coombs Drug Company. Usa, prima della Seconda guerra mondiale

Cartelli di autostrade statali statunitensi

Cartello pubblicitario dell’Hotel Tovar in Arizona

Annuncio pubblicitario di calzature nativo americane, circa 1920

Confezione di un panetto di burro della Chief Sandouski Company

Lampadine statunitensi. Quando venivano accese, le svastiche irradiavano luce. Erano molto popolari fino a poco prima della Seconda guerra mondiale

 

Per tornare a dare il significato che compete alla svastica anche qui in Occidente, dove è stato perso e continua ad essere perso, non c’è che un modo: sapere la vera storia della svastica.
Censurandola si continua solo ad alimentare un’aberrazione storica e culturale, fondata sulla precisa volontà di alterarne il significato originale.
Voltaire mi sembra abbia scritto: “È la caratteristica delle censure più rigide quella di dare credibilità alle opinioni che attacca.”

2 commenti

  1. Bell’articolo. Sull’argomento scrissi una breve tesina per un corso universitario analizzando proprio come il simbolo ed il significato differiscano sulla base delle differenze culturali.

    Unico neo che intravedo, sono invece le dichiarazioni dell’occupazione/usurpazione cinese in Tibet. Visto che ci stiamo scagliando sull’errata percezione culturale che gli occidentali hanno nei confronti della cultura orientale, mi sarei aspettato una maggiore preparazione su questo fatto.

    Molto semplicemente, la richiesta di indipendenza del Tibet fu spinta e sovvenzionata nel XIX secolo dalle forze inglesi. Basti vedere anche storicamente che il Tibet ha da sempre richiesto l’aiuto ed il protettorato delle forze cinesi fin dal XII secolo e divenne parte integrante della Cina già sotto la dinastia Qing.

    A parte questa lunga parentesi tibetana, trovo anche io che sarebbe auspicabile che il Giappone non cambi i Manji sulle mappe. Piuttosto si potrebbe pensare ad una piccola didascalia in cui si specifica che cos’è e cosa significa. In questo modo, al posto che piegarsi nuovamente all’unificazione culturale globalizzata, si può trasmettere un po’ di conoscenza a noi occidentali

    • Grazie, Jappo.
      Sì, “simbolo e significato differiscono sulla base delle differenze culturali”, come dici, ma l’essenza del significato originario è comune a tutte le culture. Ed è quello che conta.

      Per quanto riguarda il Giappone, infatti, ci sono state proposte divulgative nei confronti del turista, riguardo al Manji. Spero prevalga questa soluzione.

      Per quanto riguarda il Tibet e la mia mancanza di preparazione, ahimè, ti devo dare ragione. E mi tocca fare un wall text.
      Dal punto di vista di chi scrive la storia, sembrerebbe proprio che abbia affermato qualcosa di non vero.

      Purtroppo un altro punto di vista sostiene che il Tibet facesse gola a parecchi, compresa la grande Inghilterra…
      E no, il Tibet ha sempre cercato di liberarsi e tenersi lontano dall’ “amicone” cinese, sempre molto tristemente pesante nella sua ingerenza. Fin dai primi re guerrieri tibetani.

      Detto terra terra, se è come dici, si potrebbe affermare che l’Italia non sia uno stato sovrano perché è sempre stata occupata, o si è sempre tentato di occuparla. E quindi potremmo affermare anche, magari per via di qualche antico matrimonio contratto nell’antichità, che se uno di questi giorni la Francia, l’Austria o la Spagna si arrogassero diritti sull’Italia, ne avrebbero tutte le ragioni.

      Vista così, la cosa cambia parecchio.

      Ai giochi politico-commerciali delle grandi potenze di oggi, fa comodo affermare che il Tibet non sia uno stato sovrano – cosa che invece è, tant’è che il suo governo è stanziato nel nord dell’India, paese dove ha trovato rifugio in seguito all’invasione cinese del 1959.
      Fa comodo perché queste potenze fanno buon viso a cattivo gioco, come si suol dire; e perché fanno buon viso a cattivo gioco? Perché la Cina è una di queste potenze, la cui attuale degenerazione culturale si consolida e trova giustificazione attraverso l’attuazione di violenza. Cito solo Tienanmen, come esempio. Ma la casistica è ampia.
      Ed è a questo punto di vista cinese che le altre grandi potenze si attengono, perché affermare il contrario, come dovrebbe essere, condurrebbe a esiti poco felici da parte cinese.

      Ma la legge del più forte non è sinonimo di verità.
      Detto ancora più terra terra, Andersen l’ha spiegato bene questo meccanismo nella sua fiaba “I vestiti nuovi del’imperatore”, dove un giorno l’imperatore uscì vestito di nuovo (ma era nudo).
      Al passaggio del re nudo, solo un bambino disse: “Ma il re è nudo!” Tutti gli altri, pur vedendo, invece accondiscendevano e si prostravano ai nuovi “vestiti” dell’imperatore.

      La storia del Tibet scritta comincia con il XXXIII re del Tibet, Songtsen Gampo (617-650), che pose le fondamenta dello stato, dotando la lingua tibetana di un alfabeto, introducendo il buddismo indiano e codici legislativi. Purtroppo, alla sua morte, di nuovo nascono lotte sanguinose contro la Cina imperiale che si concludono con un’alleanza matrimoniale. Che però, attenzione, non era una sottomissione del Tibet alla Cina.
      La scusa di questo antico matrimonio fu anche quella che le gerarchie cinesi addussero per giustificare l’invasione del Tibet nel ’50. (Tra l’altro ahaaha, contro l’imperatore e per la repubblica popolare, ma serviamoci del primo quando potrebbe venire utile.)

      Altro saltino temporale, nel frattempo altre lotte: siamo nell’anno 821. Il re Tritsug Detsen firma un trattato di pace con la Cina che garantisce l’indipendenza delle due nazioni e delimita le rispettive frontiere. Il testo viene inciso su tre pilastri, uno eretto alla frontiera sino-tibetana e chiuso con la frase “i Tibetani saranno felici nel Tibet e i Cinesi saranno felici in Cina”.

      Nei secoli dopo altre ingerenze cinesi, e poi storia interna a cui prendono parte i mongoli.
      L’invasione degli Zungari nel 1718 apre la possibilità di una forte nuova ingerenza cinese in Tibet, che determina un forzato protettorato durato fino all’inizio del Novecento.

      Altra invasione nel 1788 da parte dei Gurka, qui si sospetta lo zampino britannico (East India Company?). Per l’occasione Tibet e Cina si alleano.

      Di nuovo i britannici tentano un secolo dopo di aprirsi contatti e relazioni in Tibet. I tibetani non sono interessati ad avallare le richieste dei britannici e allora i britannici stipulano relazioni con i cinesi, i quali presentano il Tibet come una loro dipendenza politica (che invece non è), dando ai britannici la facoltà di circolare in Tibet. Ma i tibetani fanno immediatamente sapere ai britannici che le clausole dell’accordo sono da ritenersi nulle.
      E quindi qui c’è un primo tacito consenso da parte dei britannici – brava gente – a riconoscere diritti ai cinesi sul Tibet che di fatto non hanno.

      Nel 1894 la Cina entra in guerra contro il Giappone. Russi e inglesi allora guardano subito al Tibet. E siccome gli inglesi temono che i russi si approprino del Tibet, lo invadono nel 1903. Ma anche i cinesi temono che il Tibet possa diventare un protettorato britannico, così occupano Lhasa.
      Il XIII Dalai Lama è costretto a fuggire. Ma un anno dopo il Tibet si solleva.
      Con il crollo dell’impero manciù, il presidente provvisorio della repubblica di Cina, ricomincia con la solfa che il Tibet appartiene alla Cina. Peccato che il Dalai Lama, ormai rientrato nel paese, ribadisce, invece, l’indipendenza del Tibet.
      La conferenza di Simla, nel 1913, alla quale partecipano Gran Bretagna, Cina e Tibet, riconosce l’autonomia del Paese. Anche se la Cina insiste sotto sotto ad arrogarsi dei diritti, che condurrà a rapporti sempre più tesi tra Tibet e Cina.
      A più riprese la Cina continua a premere sul Tibet, fino a quando non riuscirà a costringere una delegazione tibetana, nel 1951, a firmare un accordo sotto costrizione che consegna il paese ai cinesi (evito di pensare ai sistemi utilizzati per ottenere queste firme). Ma i cinesi non rispetteranno l’autonomia regionale né le credenze religiose locali.
      Quindi, se anche l’accordo fosse stato equo, di fatto cessa.
      Poi c’è il 1959, e poi ancora il 1989.
      Ometto le testimonianze dirette e pubblicate, da chi le cose le ha vissute in prima persona e le ha viste come sono successe.
      Il Tibet è uno stato sovrano, sotto occupazione, che fa gola a molti per le sue ricchezze naturali. Il cui governo risiede all’estero, in esilio, perché impossibilitato a governare nel proprio territorio. E in cui viene perseguito il genocidio della popolazione autoctona.
      Che poi alle gerarchie cinesi questo non faccia piacere sentirselo dire, è un’altra storia, appunto. E posso capirlo: non è facile sostenere di fronte al mondo la montagna di frottole che si sono inventate.
      E mi spiace, no, gli inglesi non spinsero né sovvenzionarono certamente alcuna richiesta di indipendenza, a meno che indipendenza non significhi far parte del dominio inglese perché, appunto, il Tibet lo volevano loro. E mannaggia, gli andò male.

      Per tornare in argomento, la svastica può anche venire mistificata, ma la mistificazione è effimera, perché la veracità intrinseca si palesa senza sforzo. Il sole può anche essere oscurato dalle nuvole per un momento, ma nella realtà continua a splendere.
      I miei saluti. Semper ad maiora.

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