LA TESTA DI MORO TRA STORIA E LEGGENDA

LA TESTA DI MORO TRA STORIA E LEGGENDA

Chissà da dove proviene l’abitudine dei sardi di sventolare la loro bandiera ai quattro orizzonti?
Eccola lungo le strade dell’isola a segnalare la presenza di un fruttivendolo ambulante e a garantire la sardità dei prodotti. Eccola ancora sulle salite del Giro d’Italia, della Vuelta o del Tour de France, questa volta per incoraggiare Fabio Aru, il cavaliere dei quattro mori.

Il cavaliere dei quattro mori, Fabio Aru

Il cavaliere dei quattro mori, Fabio Aru

Non è raro vederla negli stadi più remoti, e senza apparente motivo non essendoci spesso nessun sardo tra gli atleti. È stata vista nelle sedi olimpiche del mondo intero, come fosse di casa, a testimoniare la presenza di sardi nel pubblico. Sbuca all’improvviso durante le tournée dei nostri cantanti preferiti.

Così come gli astronauti dell’Apollo XI avevano piantato la bandiera a stelle e strisce sbarcando sulla Luna, i sardi fanno sventolare la loro quando s’inoltrano in terre inesplorate: quando il sardo mette piede in un altro paese, questo da “terra anzena” (terra straniera) diventa terra di conquista.
Sardegna regna!

Bandiera sarda a Rio de Janeiro

Bandiera sarda a Rio de Janeiro

Ci dispiace ma siamo arrivati prima noi

Ci dispiace ma siamo arrivati prima noi!

Che scorra nel suo sangue lo stesso spirito conquistatore che aveva spinto, tanti secoli fa, gli invasori musulmani, i mori, a occupare la Sicilia, il Portogallo, la Spagna e parte della Francia e dell’Italia? Ma non sono soltanto i sardi a portare la testa di moro nelle parti più remote del pianeta. Sono numerose le città e le famiglie che possono esibire nel loro stemma o blasone una testa nera mozzata. Spunta una testa di moro ovunque: nell’araldica, nelle bandiere, nella toponomastica, nella natura, perfino nei balconi siciliani. Non sarà che gli stessi mori, nonostante siano stati fermati dal re dei franchi Carlo Martello a Poitiers, battuti a Valencia dal Cid Campeador e infine ricacciati nei loro confini africani, non hanno rinunciato a fare del mondo il “loro” mondo?

Stemmi con la testa di moro

Stemmi con la testa di moro

Origine della bandiera sarda

Cito da Wikipedia: “La tradizione spagnola la considera una creazione di Re Pietro I di Aragona, quale celebrazione della vittoria di Alcoraz (1096). La vittoria sarebbe stata ottenuta grazie all’aiuto di San Giorgio (il cui stendardo era una croce rossa su sfondo bianco), il quale sarebbe intervenuto lasciando poi sul campo le quattro teste recise dei re saraceni (quattro mori). La tradizione sardo-pisana lega lo stemma al leggendario gonfalone dato da papa Benedetto VIII ai Pisani in aiuto dei sardi contro i saraceni di Musetto, che cercavano di conquistare la penisola e la Sardegna. La più antica attestazione dell’emblema risale al 1281, al sigillo della cancelleria reale di Pietro III d’Aragona. Dopo che la Sardegna entra a far parte della Corona d’Aragona, tali sigilli vi giungono a chiusura dei documenti dei re Giacomo II (1326), Alfonso il Benigno (1327-1336) e Pietro IV (1336-1387); alcuni esemplari sono conservati nell’Archivio Storico Comunale di Cagliari”.

Primo documento del blason de Aragón (1499) nel Frontispizio dell'opera obra di Fabricio Gualberto Vagad, Crónica de Aragón, Zaragoza, Paulo Hurus, 1499

Stemma di Aragona nel frontespizio dell’opera di Fabricio Gualberto Vagad, Crónica de Aragón, Zaragoza, Paulo Hurus, 1499

La bandiera corsa

Benché gli storici preferiscano l’ipotesi dell’origine aragonese, come per la bandiera sarda all’origine della testa di moro nella bandiera della Corsica c’è una leggenda.
Quando la testa di moro fu adottata come emblema della Corsica da Pascal Paoli nel 1755 si credeva che si trattasse della testa di un certo Mansour Ben Ismail, così come riferito da J-A Giustiniani in Légendes du Pays corse.
Una giovane corsa di Aleria, Diana, fu rapita dai corsari e venduta come schiava al re di Granada. Il fidanzato, Paolo, riuscì a liberarla e a riportarla in Corsica. Al colmo della rabbia il re incaricò Mansour, uno dei suoi ufficiali, di riportargli la ragazza viva o morta. Mansour raggiunse la Corsica con le sue navi. Attraversarono la regione di Vico massacrando e razziando. Poi arrivarono alle porte di Aleria dove l’aspettavano Paolo e i suoi amici. Vi fu una lunga e cruenta battaglia. A terra giacevano duemila cadaveri. Al centro, una lunga lancia sormontata da una testa di moro cinta da un nastro bianco: era la testa di Mansour.

Bandiera corsa

 

La ceramica siciliana

Si narra che in un quartiere di Palermo, la Kalsa, durante l’occupazione araba c’era una bellissima ragazza. Trascorreva i giorni occupandosi dei fiori sul suo balcone. Venne a passare un giovane moro che la notò e le dichiarò il suo amore. Si innamorarono follemente l’uno dell’altra. Purtroppo lui era sposato e aveva prole e per colmo di sfortuna doveva andare via. Che fece lei? Prese un pugnale, lo uccise nel sonno e, tanto per assicurarsi che sarebbe per sempre rimasto al suo fianco, gli tagliò la testa e l’utilizzò come vaso per il basilico. Il basilico, annaffiato dalle lacrime della ragazza, cresceva rigoglioso. Così i vicini invidiosi cominciarono a fabbricare dei vasi dalla forma di testa di moro…

A spiegare tale tradizione c’è un’altra leggenda. Una bella ragazza benestante si innamorò pazzamente di un povero moro provocando le ire della famiglia. Questa volta furono mozzate entrambe le teste dei giovani e, nei balconi siciliani, possiamo trovare ancora oggi sia la testa maschile sia quella femminile.

Vasi di terracotta siciliani

Vasi di terracotta siciliani

Abbiamo, infine, una novella di Giovanni Boccaccio: la storia dell’amore contrastato di Elisabetta di Messina e Lorenzo.

“I fratelli d’Ellisabetta uccidon l’amante di lei:
egli l’apparisce in sogno e mostrale dove sia sotterato;
ella occultamente disotterra la testa
e mettela in un testo di bassilico,
e quivi su piagnendo ogni dì per una grande ora,
i fratelli gliele tolgono,
e ella se ne muore di dolor poco appresso”.
(Il Decameron, Boccaccio Giovanni, quinta novella, quarta giornata).

La testa di moro nella penisola iberica: la Cabeza del Moro, la Cara del Moro e la Cueva del Moro
La cabeza del Moro (la testa del Moro)

Intorno all’anno 1000 nel piccolo e monotono villaggio spagnolo di Berzocana viveva, nella più grande povertà, Ederata, una bellissima ragazza dagli occhi e i lunghi capelli neri. Un giorno arrivò nel villaggio un cavaliere moro, probabilmente uno dei soldati saraceni che stavano saccheggiando la regione. Il suo nome era Yaqub Yusuf. I loro sguardi s’incrociarono. Lui se ne innamorò all’istante. Il giovane moro prese a recarsi spesso nel villaggio, cercando con ogni mezzo di conquistarla. Ma il cuore di Ederata batteva per un altro, un giovane mugnaio che viveva in un mulino un po’ distante dal villaggio. I continui rifiuti della giovane, il suo disprezzo per il moro non facevano che rafforzare l’amore del saraceno. Il soldato non si arrese e cercò di arrivare alla donna attraverso i suoi genitori: regalò loro una capra, nera e giovane, un po’ di carne affumicata e una misura di cereali. Ricevette in cambio la gratitudine dei genitori ma non il cuore di Ederata.

La ragazza continuava a incontrare il giovane mugnaio, a metà strada tra il mulino e il villaggio. Nascosto dietro i cespugli Yaqub assisteva, il cuore infranto, al loro amoreggiamento. Passarono due estati poi tornò di nuovo l’inverno. Il moro aveva perso il sorriso. Quell’anno, l’inverno fu terribilmente freddo. Neve e ghiaccio stringevano il paese in una morsa. Il giovane moro scese da cavallo e si sedette tra le rocce. Amareggiato, osservava le case del villaggio. Piangeva. Passò l’inverno e tornò l’estate, poi di nuovo l’inverno e un’altra estate. Yaqub era ancora lì. L’acqua, il vento, il sole avevano pietrificato quella figura immobile tra le rocce fino a integrarla pienamente nel paesaggio. Da lì cominciò il suo viaggio verso il villaggio un piccolo ruscello.

La Cabeza de Moro pressi Berzocana

La Cabeza del Moro presso Berzocana, in Spagna

 

La cara del Moro (il viso del Moro)

Un’altra leggenda narra che il califfo di Alicante voleva dare in sposa la sua preziosa figlia Cántara a uno dei due giovani musulmani che erano follemente innamorati di lei. Per sceglierne uno, il califfo decretò che ognuno doveva svolgere un compito specifico, e Allah avrebbe deciso. Il primo, Almanzor, doveva andare alle Indie per portare spezie rare alla sua amata. L’altro, Ali, doveva scavare un fossato per portare alla sua amata acqua verde da Tibi ad Alicante.

Si dice che Almanzor avesse dedicato molto impegno al suo lavoro, mentre Ali si era dedicato a scrivere poesie su Cántara e a predicare la sua bellezza, così che la ragazza si era innamorata di Ali. Quando Almanzor tornò dalla sua avventura, il Califfo gli concesse la mano di sua figlia. Ali, disperato, si suicidò gettandosi in un burrone. Cántara scelse di morire come il suo amato. Il califfo morì di tristezza e, sorprendentemente, la sua effige fu incisa sul monte Benacantil. La corte, impressionata, decise di chiamare la città “Alicántara”, da cui proviene l’attuale nome di Alicante.

La Cara del Moro presso Alicante

La Cara del Moro presso Alicante

 

La cueva del Moro (la grotta del Moro)

Quest’ultima leggenda non tratta di un luogo a cui la natura abbia dato il profilo della testa di moro ma è così tenera che vale la pena di leggerla.

Si dice che ai tempi di Reconquista un gruppo di soldati mori fu annientato nel passo della Hermida. L’unico sopravvissuto, un giovane sellaio artigiano aveva perso l’orientamento e camminava senza meta, nel freddo gelido, evitando la gente e rubando il cibo durante la notte. Dopo diversi giorni, trovò rifugio in una piccola grotta vicino alle alte rocce di Somo dove, a causa dell’impraticabilità del passo di Valdeon, si preparò a trascorrere il rigido inverno.

Ma il cibo scarseggiava e fu costretto a scendere al villaggio più vicino. In una stalla c’era una mucca. Omar entrò. Abituata alle persone, la mucca si lasciò mungere e il moro poté bere del latte caldo. Sul tavolo c’erano delle piccole forme di formaggio. Ne mise alcune nella sua bisaccia. Nella casa accanto, una famiglia rideva e si riscaldava al caminetto.

Omar si sentiva più solo che mai, e la nostalgia della sua gente gli faceva male dentro, come un nodo che gli stringeva il cuore. Pensò alla follia dell’uomo, intrappolato in quella lotta crudele e inutile. Sospirando, raccolse in fretta le sue cose e tornò alla sua tana, senza rendersi conto che sul piatto del formaggio aveva dimenticato il suo coltello nel suo bel fodero di cuoio arabo in rilievo, che avrebbe tradito la sua visita. Il mattino seguente, si rese conto dell’oblio e cominciò a temere che la gente del villaggio sarebbe venuta a cercarlo per ucciderlo. Tuttavia, la giornata trascorse tranquilla.

Quando venne la notte, scese di nuovo al villaggio per prendere il suo coltello. Omar entrò. Andò al tavolo dove erano i formaggi e cercò il suo coltello. Lo vide appoggiato su un grande pane. Si guardò attorno spaventato e non vide nessuno, ma all’improvviso udì una voce: “Ti stavamo aspettando, moro, non volevamo andare a cercarti per non farti rischiare la vita sul ghiaccio cercando di fuggire. Il passo per Los Arrudos è pericoloso e fa molto freddo”. Omar cadde ai suoi piedi: “Fai ciò che vuoi di me, non posso scappare, morirò di freddo e di fame”. “Niente di tutto ciò, moro”, gli disse, “Ci sono stati abbastanza morti e abbiamo bisogno di te vivo e al nostro fianco: è stato un brutto anno per tutti, tutte le mani sono necessarie, abbiamo perso troppi uomini in guerra, e quelli di noi che sono tornati sono in cattive condizioni”, disse l’uomo mentre Omar si accorse che gli mancava un braccio.

“Il mio nome è Turno e questo è l’affare: avrai posto e alloggio qui, in cambio lavorerai per tutti, ora mangerai e riposerai un po’ fino all’alba. Non farti illusioni, la vita non sarà facile, ma hai un rifugio, se rubi di nuovo o fai del male a qualcuno, ti lascio sul ghiaccio e sai cosa significa”.

Turno lo lasciò solo. Dopo un po’, il moro si addormentò.

La mattina seguente, Turno venne a cercarlo. “Vamos, moro” disse, “devi sistemare un tetto”. Furono raggiunti da altri del villaggio, ma erano troppo giovani o troppo vecchi, mancavano i giovani. Lavorarono tutto il giorno, togliendo prima la neve e poi le tessere, per rimpiazzare le traverse marce con quelle sane, e poi di nuovo le tessere. A metà pomeriggio si gelava forte, e Omar andò alla stalla, dove Turno gli portò uno stufato di legumi, un pezzo di pane e alcune mele. Stanco del lavoro ma più rincuorato, Omar si distrasse un po’ intagliando un pezzo legno con il suo coltello, ma presto si addormentò.

E così, tra un lavoro e l’altro, trascorsero i freddi mesi invernali. Ogni sera, con il suo coltello, modellava delicatamente il legno grezzo, abbellendolo con rilievi, con la sua arte proveniente da sud. Ogni giorno lasciava nel legno una figura in cui rifletteva la speranza di tornare alla sua terra. E ogni mattina lasciava il suo dono nella finestra di un vicino. Ma quando passarono alcune settimane i bambini della città vennero a vederlo intagliare le sue miniature. “Moro, fammi un campanello”, dissero. “Moro, voglio un fiore”, “Moro, per me una spada”. Il paziente Omar li intratteneva ogni pomeriggio, vicino al fuoco, mentre lui parlava loro con il suo strano accento della sua terra lontana, dei minareti, degli ulivi, del caldo.

Omar si sentiva parte della comunità, fino a quando i giorni si stavano allungando e il momento della sua partenza arrivò. Turno era andato a cercarlo come ogni giorno, ma aveva portato un’altra faccia, la faccia di addio. “Domani è un giorno di mercato nel villaggio, porteremo i formaggi e poi potrai andare, moro. Sei un brav’uomo, vai a casa, hai la tua famiglia e vivi in ​​pace con la tua gente”.

Caricarono i formaggi sugli asini e lasciarono la stalla. Prima di attraversare il ponte Omar si accorse che tutto il villaggio era venuto a salutarlo, e tutti avevano in mano una figura, una per ogni giorno che Omar era stato con loro, una per ogni giorno di lavoro e fraternità tra persone semplici e umili. Il Moro si fermò con ciascuno e si portò la mano al cuore, facendo un gesto di ringraziamento con la testa.

Non lo videro mai più, ma in ogni casa del villaggio per molto tempo ci fu una statuetta di legno.

Ancora oggi è possibile visitare la Cueva del Moro da cui Omar osservava la strada.

Ricordiamo che la grotta del Moro si trova a Tarifa (Cadice) in Spagna, nel sud dell’Andalusia e rappresenta il Santuario paleolitico più meridionale del continente europeo.

La cueva (grotta) del Moro

La cueva (grotta) del Moro

La testa di moro potrebbe essere un formaggio?

Sì, si tratta di un formaggio olandese tondo e a pasta dura come quella del nostro parmigiano e che deve probabilmente il nome al suo colore bruno. È il formaggio più noto e utilizzato dai taitiani nelle loro ricette.

Formaggio olandese "Tête de Maure"

Formaggio olandese “Tête de Maure”

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