LA REGRESSIONE DEGLI ANNI OTTANTA IN 10 SEQUENZE

LA REGRESSIONE DEGLI ANNI OTTANTA IN 10 SEQUENZE

Il cinema degli anni ottanta suscita sempre maggiore interesse. Lo dimostra la realizzazione di Blade Runner 2049, sequel di un titolo che, piaccia o meno, rappresenta bene il decennio. Non a caso il cinema contemporaneo sembra aver molto a che vedere con quello segnato in maniera indelebile dal film di Ridley Scott.
Può quindi risultare utile qualche riflessione sugli anni ottanta, sui temi e le particolarità figurative che li hanno caratterizzati. Il cinema americano, per esempio, esaspera alcune tendenze già attuate in precedenza. Una è la regressione, che viene espressa in vari modi.

Innanzitutto attraverso il recupero e la rilettura dei generi più iconici (spiccano il noir e la detective story). Nonché con forme narrative, musicali e visive appartenenti al passato. Si pensi alla grande quantità di titoli girati in b/n. Significativo in questo senso è un film che affronta l’autentica sfida tecnico-espressiva di ricreare con precisione assoluta il noir americano degli anni quaranta e cinquanta, pur facendone la parodia. Oltretutto, i protagonisti interagiscono con attori e situazioni di quel periodo cinematografico, attraverso il montaggio di scene tratte da famose pellicole hollywoodiane. Ci riferiamo ovviamente a Il mistero del cadavere scomparso (Dead Men Don’t Wear Plaid, 1982) di Carl Reiner.

Ci sono poi i numerosi remake, che in fin dei conti non differiscono molto dalla parodia. Produttivamente, tra i primi ad avere l’idea di rifare celebri film è il titanico Dino De Laurentiis, che nel 1976 realizza King Kong, diretto da John Guillermin e nel 1979 Uragano, di Jan Troell. Non è invece generalmente ritenuto un remake Flash Gordon (id., 1980), di Mike Hodges.
Tuttavia va considerato che del fumetto di Alex Raymond esiste una versione girata negli anni trenta, sia pure costituita da una serie di cortometraggi come si usava allora. In ogni caso, remake o meno, Flash Gordon rappresenta l’ulteriore tentativo da parte del produttore italiano di riproporre mondi narrativo-visuali appartenenti al passato.

I remake sembrano essere soprattutto pellicole ad alto budget e ricche di effetti speciali, nate da esigenze industriali (le grandi case di produzione stavano cercando di recuperare terreno).
Tuttavia finiscono per occuparsene anche gli autori della “nuova” Hollywood. Per esempio Paul Schrader, che con Il bacio della pantera (Cat People, 1982) rifà il film omonimo del 1942 di Jacques Tourneur.

Pensiamo poi alle scenografie dai forti contrasti passato-futuro in Blade Runner (id., 1983) di Ridley Scott e Strade di Fuoco (Streets of Fire, 1984) di Walter Hill, o comunque agli sfondi architettonici e al design inattuali presenti in film di ambientazione contemporanea e fantascientifica.
Come in Ghostbusters – Gli acchiappafantasmi (Ghostbusters, 1984) di Ivan Reitman, nel quale lo scenografo John De Cuir, per progettare gli interni del palazzo nel quale abita Dana (interpretata da Sigourney Weaver), si è ispirato allo stile art déco.

Si può intendere la regressione come semplice tema in sé, legato a una serie di situazioni narrative. Tra le più classiche c’è il viaggio nel tempo, su cui Steven Spielberg in veste di produttore realizza quello che può essere considerato uno dei film simbolo del periodo.
Il giovane Marty torna indietro nel tempo, ma non in un’epoca qualunque: negli anni cinquanta (decennio in cui gli adolescenti cominciarono a dettare legge), in Ritorno al futuro (Back to the Future, 1985) di Robert Zemeckis.

Se in Ritorno al futuro gli anni cinquanta li viviamo insieme al protagonista, in un altro film cardine prodotto da Spielberg vengono rievocati riproponendo quattro tra le migliori storie raccontate in una leggendaria serie televisiva, andata in onda per la prima volta sul canale americano Cbs alla fine del 1959.
Il primo e il terzo episodio hanno a che fare con la regressione (viaggio nel passato e mondo a misura di bambino). Nel secondo, intitolato Il gioco del bussolotto (Kick the Can) e diretto proprio da Spielberg, alcuni anziani di una casa di riposo riescono addirittura a coronare il sogno di tornare bambini grazie al miracoloso intervento di un nuovo ospite. Il film in questione è Ai confini della realtà (Twilight Zone: The Movie, 1983), di John Landis, Steven Spielberg, Joe Dante, George Miller.

Riguarda l’aspetto narrativo anche la regressione intesa come forma di ritorno dell’uomo a uno stato bestiale o in generale come nostalgico desiderio di ristabilire un rapporto idilliaco e/o selvaggio con la natura.
Si va dai tanti titoli sui lupi mannari a Stati di allucinazione (Altereted States, 1980) di Ken Russell. Non dimentichiamo inoltre un film poco considerato quando uscì, ma che visto oggi risulta estremamente significativo, cioè Gorilla nella nebbia (Gorillas in the Mist, 1998) di Michael Apted.

Il contenuto regressivo di molti titoli del periodo evidenzia un tema a esso intrinsecamente legato, cioè l’ossessione per lo scorrere del tempo e il costante ricorso alla memoria.
Ne è una sintesi esemplare C’era una volta in America (Once Upon a Time in America, 1984), di Sergio Leone.

La regressione marca oltretutto in maniera netta un sempre più accentuato giovanilismo di gran parte delle produzioni. Legato ovviamente alla necessità di adeguarsi all’abbassamento anagrafico dello spettatore tipo, ma che, aldilà dell’aspetto commerciale, non impedisce ad alcuni registi di ottenere notevoli risultati artistici.
Come nel caso di Rusty il selvaggio (Rumble Fish, 1984), di Francis Coppola.

Il giovanilismo spinge in vari casi a rappresentare personaggi adulti con caratteristiche adolescenziali e che si comportano di conseguenza.
È così, per esempio, in I vicini di casa (Neighbors, 1981) di John G. Avildsen.

 

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