LA REALTÀ VIRTUALE NEI FILM DEGLI ANNI ’90

LA REALTÀ VIRTUALE NEI FILM DEGLI ANNI ’90

Non c’è metro di giudizio più obiettivo del tempo, che passa imparziale e impietoso fornendoci il famoso senno di poi.

Sul finire degli anni ottanta e all’inizio dei novanta l’esponenziale crescita della tecnologia di consumo dava l’impressione di vivere già del futuro. Dal walkman al lettore cd, ai telefoni cellulari, computer e primi videogame in 3D. Pareva di stare in piedi sulla cuspide del tempo, pronti a fare il saltino per ritrovarci in un idealizzato “mondo del domani”.
Anche e soprattutto la realtà virtuale pareva a portata di mano: calchiamoci bene in testa uno di quei caschi dalla forma impossibile e buttiamo l’occhio su una manciata di film che la ipotizzavano.

Il Tagliaerbe (The Lawnmower Man – 1992)

La realtà virtuale nei film degli anni '90-il-tagliaerbe-lawnmower_man

Come non iniziare da Il Tagliaerbe, simbolo per eccellenza dell’ingenuità di quegli anni, che con arroganza tentavano di descrivere un futuro virtuale? Questo è uno dei film più bizzarri provenienti da quei giorni di un futuro passato perché esattamente a metà fra il salvabile e la sepoltura di pernacchie.

Abbiamo Pierce Brosnan nei panni del dott. Angelo, un tipico scienziato pazzo con giusto pizzico di sensualità dato dal petto villoso in bella mostra. Nonostante i risultati con gli scimpanzé abbiano dato esiti discutibili, Angelo imperterrito porta avanti i propri esperimenti basati sull’idea che l’intelligenza umana possa essere espansa e incrementata artificialmente.
Entra quindi in scena Jobe, interpretato da Jeff Fahey, un poveraccio considerato lo scemo del villaggio perché, beh… sì, insomma a conti fatti lo è. Il dott. Angelo dagli scimpanzé sposta quindi la sperimentazione su Jobe, il quale, dopo alcune settimane di trattamenti a base di cocktail fantamedici e videogiochi finto-futuristici, si trasforma in un genio superintelligente. Il problema sta nel fatto che l’intelligenza di Jobe continua a crescere vertiginosamente, tanto che a un certo punto, in un delirio di onnipotenza, si autodefinisce “Cyber-Cristo” e decide di conquistare il mondo.

Il film è stato accreditato e pubblicizzato come tratto da un racconto di Stephen King, mentre in realtà, fatta eccezione di piccoli punti in comune, Il Tagliaerbe è talmente differente dal materiale a cui millanta di ispirarsi che lo stesso King fece causa ai produttori per fare rimuovere il proprio nome dai credits.
La sceneggiatura scritta dal regista Brett Leonard e sua moglie, inizialmente intitolata Cyber-God, presenta molti più punti in comune con il famoso racconto di Daniel Keyes “Fiori per Algernon” che con il racconto di King. (A proposito, procuratevi assolutamente “Fiori per Algernon”, uno dei racconti di fantascienza più belli di sempre).

Arcade (1993)

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A essere ottimisti, il film prodotto dalla gloriosa Full Moon di Charles Band (qui anche sceneggiatore) è stato tirato su con l’equivalente in potere d’acquisto di tre pizze e una birra grande. Arcade è un fantahorror dal budget e dal taglio fin troppo straight-to-video, con effetti speciali che paiono usciti direttamente dal Super Nintendo. Però c’è da dire che presenta un’idea di fondo piuttosto accattivante.

C’è il solito gruppo di ragazzini con l’hobby di rincoglionirsi con i videogame. Nella sala giochi che frequentano viene installato un nuovo gioco chiamato Dante’s Inferno, che all’inizio pare una gran figata. Finché non si scopre che è in grado d’intrappolare al proprio interno i giocatori coinvolgendoli in una partita mortale (qualcuno ha detto Tron, per caso?). Ciò perché la società che l’ha sviluppato, per rendere Arcade più “realistico” e malvagio, ha usato le cellule cerebrali di un bambino ammazzato di botte dalla madre. Bisogna ammettere che il connubio uomo-macchina è stato sfruttato in maniera alquanto creativa.
Tralasciando i già citati scarsi mezzi a disposizione, il film è abbastanza divertente.

Brainscan (1994)

La realtà virtuale nei film degli anni '90-brainscan

Altro anno, altro giro di giostra. Uscito agli inizi del 1994, Brainscan è quello che succede quando capre con palesi disturbi mentali vengono dotate di poteri decisionali.

Il protagonista, Edward “John Connor” Furlong, è un ragazzo introverso traumatizzato dalla morte della madre. Appassionato di tecnologia e videogames prova di tutto tranne la droga (per restare nel politicamente corretto) in modo da evadere dalla triste, buia e grigia realtà. Finché non gli arriva questa pubblicità accattivante: “Entra nel gioco che si rivelerà più vero della realtà… La più spaventosa esperienza con cui tu abbia mai avuto il dispiacere di venire a contatto. Quel che rende Brainscan unico è l’interfaccia con il tuo subcosciente, tu ci dai l’ispirazione e noi ci occupiamo del resto”.
Edward accetta di provare il nuovo gioco, il cui scopo è quello di uccidere chiunque capiti a tiro senza lasciare tracce. Peccato che quanto fatto nel mondo virtuale si rifletta in quello reale. Com’è come non è, fa la comparsa il Trickster, ovvero il demone virtuale creatore/padrone del gioco, il quale spinge il protagonista sempre più all’estremo.

In sé il film non è malaccio. Scritto da Andrew Kevin Walker, autore poi di Seven e 8 mm, Brainscan è cupo e con tante buone idee. Il problema sta nel fatto che se le capre citate all’inizio non avessero alterato lo script originale all’ultimo momento, per inserire il cattivo in stile Freddy Krueger nella speranza di fare soldoni facili, il tutto avrebbe potuto essere di gran lunga migliore.

Virtuality (Virtuosity – 1995)

La realtà virtuale nei film degli anni '90-virtuosity-1995

Riecco Brett Leonard che, a tre anni di distanza da Il Tagliaerbe, con Virtuality torna a occuparsi dei rischi in cui si incorre facendo uso smodato di tecnologia. Nel farlo sceglie di cavalcare l’onda del momento utilizzando la formula dell’action-thriller.

Denzel Washington interpreta il classico poliziotto caduto in disgrazia che, guarda caso, è l’unico in grado di risolvere una situazione difficile. In questo caso un’entità artificiale creata per pensare come un essere umano: il problema è che questa entità è stata sviluppata utilizzando i tratti psicologici di duecento criminali. Come il cugino Skynet, l’entità diventa autocosciente e, tramite la costruzione di un corpo costituito da nanomacchine e silicone, riesce ad abbattere le barriere tra realtà e virtualità seminando terrore e morte a gratis.

Il nome di questo superprogramma senziente finto-Terminator è Sid 6.7, interpretato da quel Russel Crowe al tempo in forma, che da lì a poco sarebbe diventato celebre come il Generale Massimo Decimo Meridio e oggi cosplayer ufficiale di Mario Merola. Alla fine della fiera il film non è male. Forse un po’ ingenuo nel volere fornire spiegazioni non necessarie costruite alla cazzomannaggia e un Russell Crowe che saltella epilettico come un Joker fatto di acidi. Tolto questo, ripeto, non è male.

Johnny Mnemonic (1995)

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Prima di calarsi a pasticche rosse e blu in Matrix, il vecchio, caro, Keanu Reeves è stato protagonista di un film più o meno simile basato sul racconto omonimo, “Johnny Mnemonico”, di William Gibson.

Johnny è un ricordante, ovvero un contrabbandiere di ricordi che tramite modifiche speciali (un aggeggio impiantato nel cranio) è in grado d’immagazzinare dati che i clienti gli affidano per poi consegnarli ai destinatari, i quali, tramite una password, possono successivamente scaricare.

Sorvolando sulla trama in sé, Johnny Mnemonic a distanza di ventun anni dall’uscita si regge ancora in piedi? Fondamentalmente “nì”. Se la storia ha un bell’intreccio e ti appassiona, il cast fa un buon lavoro e via dicendo, dall’altro lato soffre del problema tipico di questi film: ovvero il risultare posticcio per via dell’impianto futuristico su cui si fonda, eccessivamente retrodatato e già inevitabilmente scaduto.
Per dire, “Johnny Menomico” Gibson lo scrisse nel 1980, per poi inserirlo nella famosa antologia “La notte che bruciammo Chrome” del 1986. Anche se lo stesso Gibson quindici anni dopo partecipò alla stesura della sceneggiatura, adattandola alla meglio ai tempi correnti, non riesce a staccare dal film l’aria di stantio. Questo è un male? In fondo no. Anzi, vi consiglio sia di andare a comprare il libro sia di vedere il film.

Tra parentesi, a un certo punto Johnny deve utilizzare un “raddoppiatore di capacità”, ovvero un aggeggio che dalla sua iniziale capacità d’immagazzinamento dati di ottanta giga lo fa arrivare a centosessanta. Oggi fa ridere, ma nel 1995 era qualcosa di allucinante, visto che gli hard disk a stento arrivavano a dieci Gb. Io nel 1997 possedevo un glorioso Pentium III con un hd dalla sbalorditiva capienza di ben, e dico ben, diciotto Gb. Mica roba da ridere, eh.

Strange Days (1995)

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Strange Days, scritto da James Cameron e diretto dall’ex moglie Kathryn Bigelow, è uno dei miei film preferiti. Vero è che al botteghino fu uno di quei flopponi che vanno su una scala da zero ad Alex l’Ariete. Probabilmente ciò fu dovuto al fatto che Strange Days al momento dell’uscita, per il suo essere “borderline”, non riuscì a trovare una giusta collocazione.

Ambientato nella Los Angeles del 1999, all’alba del nuovo millennio, il film vede Ralph Fiennes interpretare Lenny Nero, un ex poliziotto con la vita finita a mignotte, essendosi trasformato in uno squallido spacciatore della “droga del futuro”, ossia le clips per il filo-viaggio. Trattasi di mini-disc su cui vengono registrate tutte le esperienze altrui, includendo ogni input sensoriale annesso e connesso, dalla vista all’olfatto, che tramite un dispositivo chiamato Squid possono essere fruite da chiunque. Quando a un certo punto gli capita un “Black Jack”, cioè uno snuff movie (un film dove l’interprete muore davvero), Lenny si trova in mezzo a una perversa e inquietante cospirazione.

Il film tocca molti temi, tra cui abusi di potere, razzismo e, più palese fra tutti, il voyeurismo estremo reso possibile dalla tecnologia. Tutto con un ritmo serrato e allo stesso tempo claustrofobico che dà al film una forza non indifferente. Soprattutto, senza tutti quei pipponi esistenziali che si vedono solitamente nei film che trattano queste tematiche.
A differenza della stragrande maggioranza dei film anni 1990, saturi e stracarichi di effetti visivi, Strange Days non fa un (ab)uso di cgi smodato. La visione della Bigelow di una Los Angeles prossima ventura è solida, fondata e realistica. Tutto ciò rende Strange Days decisamente meno, molto meno, datato degli altri film della sua epoca.

Detto questo, credo sia tutto

Stay Tuned, ma sopratutto Stay Retro.

 

1 commento

  1. […] virtuale, un concetto affascinante che abbiamo già visto in relazione all’uso fatto nei film di fantascienza e horror. Quando negli anni ottanta si iniziò a parlare “seriamente” della […]

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