LA PIOGGIA IMPLACABILE DEI FUMETTI

LA PIOGGIA IMPLACABILE DEI FUMETTI

La pioggia nel fumetto è spesso usata per rafforzare ulteriormente un’atmosfera già di per sé drammatica, ma non solo.
Vediamo come l’hanno utilizzata alcuni maestri del fumetto.

La pioggia disperata di Magnus

Siamo nelle pagine iniziali di un episodio dello Sconosciuto di Magnus, il quarto della prima serie: “I cinque gioiellieri”.
Unknow/Lo Sconosciuto barcolla sotto la pioggia. È una pioggia che scende torrenziale, che sferza con impeto gli scalini. La pioggia è resa da Magnus mediante sottili linee appaiate inclinate di circa 60 gradi. Le linee sono nere dove lo sfondo è bianco e bianche sopra gli sfondi neri. Con minuscoli puntini bianchi sono rese le gocce che rimbalzano sugli scalini. Notare anche il sapiente uso del retino, che diventa fondamentale per rendere l’atmosfera. Magnus copre sapientemente il ruuuumble con il grigio, per dare l’idea del brontolio del tuono in lontananza. La figura del protagonista, per la maggior parte in ombra, procede lentamente sotto l’acqua. Con il capo chino di chi non ce la fa più.

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Nella vignetta successiva lo sconosciuto si siede sul selciato con la testa tra le ginocchia mentre la pioggia cade sempre più forte. Cascatelle d’acqua scendono verso il basso dal muro alle sue spalle. Davanti a noi abbiamo un uomo che si sta arrendendo alla vita.

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Ma è solo un attimo. Nell’ultima vignetta il protagonista recupera forza morale mentre la pioggia continua a scendere.

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Il personaggio si ricompone e comincia persino ad avvertire una certa fame.
Questa drammatica sequenza ben si presta ad una ambientazione piovosa che esalta le note tragiche della situazione.

La pioggia epica di Hermann

“Deserto senza luce”, quinto episodio della saga western Comanche di Greg ed Hermann.
Uscito da poco dal carcere dove era stato imprigionato per avere ucciso un malvivente, Red fa ritorno al ranch 666.
Il ritorno non è però dei più felici: una banda di criminali, capeggiata da Shortgun Marlowe, opera da mesi sul territorio assaltando villaggi e ranch isolati, uccidendo chiunque le si opponga.
La resa dei conti con la banda di Marlowe, dal sapore epico, avviene in uno scenario quasi apocalittico nella città deserta sferzata senza sosta dalla pioggia battente disegnata da Hermann.

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Sono le piogge di novembre, quelle che ti entrano nelle ossa. Calano senza sosta sulle baracche di legno del West, infradiciandole. La pioggia, cadendo, forma chiazze d’acqua sugli scalini rendendoli scivolosi. Il terreno è ridotto a un mare di fango magistralmente reso dai segni nervosi del pennino di Hermann.

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Sullo sfondo una pioggia fine e fitta cade incessante da un cielo di piombo. La battaglia finale ha inizio, i toni sono subito drammatici, i protagonisti si affrontano sotto la tempesta d’acqua.

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Spari di pistola, scoppi di bombe, cavalli stramazzati nel fango. Tutto un repertorio drammatico si dispiega sotto la pioggia incessante. Fino all’epilogo finale con la morte del bandito. Allora anche la pioggia perde la sua tragicità e diventa speranza di rinnovamento.

La pioggia diluviale di Will Eisner

Will Eisner scrive “Contratto con Dio” dopo la morte della figlia Alice, una perdita incolmabile. “Salivo di sopra, dove allora c’era lo studio, e non riuscivo a dormire fino alle tre, alle quattro del mattino, e talvolta non dormivo per tutta la notte, e disegnavo, disegnavo immagini, figure”, ricorda Eisner. “Fu l’unico modo in cui riuscii ad andare avanti”. “Tendo sempre a cercare di aggrapparmi alla vita, e ad andare avanti. Ricordo che alla morte di Alice mia moglie era distrutta. Diceva di volere morire, e io le risposi ‘No, non morirà nessuno, andremo avanti e ce la faremo’”.

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“Dal punto di vista emotivo, per me il disegno è stato una specie di salvezza. Sono riuscito a usarlo come uno strumento per superare momenti molto difficili. Quando Alice mori mi rivolsi a Dio chiedendogli: ‘Perché io?’. Contratto con Dio è la conseguenza della morte di Alice: la sua morte mi aveva riempito di una grande rabbia. Ero furibondo. Era morta nel fiore degli anni. E poi, quei momenti strazianti, a vegliare quella povera ragazza mentre moriva. Quelle scene provengono dalla mia vita”.
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Quel piccolo uomo in impermeabile e cappello che procede, ripiegato su se stesso, nelle prime pagine dell’opera, sotto una pioggia che nasconde alla vista il paesaggio circostante, è proprio lui, l’autore di The Spirit, Will Eisner. La quantità d’acqua che scende sulle strade del Bronx è talmente copiosa che sembra un diluvio, una punizione divina mandata da un cielo del quale è impossibile individuare i contorni.

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Eisner disegna strade completamente allagate, dove le fogne sono straripate e l’acqua invade ogni cosa. Un uomo solo cammina attraverso quella distesa liquida. Un uomo straziato dal dolore di chi ha appena seppellito l’unica figlia. Le cateratte del cielo che si aprono, a fare da cornice a questa immane tragedia, saranno le lacrime di diecimila angeli, conclude poeticamente Eisner.

La pioggia astratta di Alan Moore

“The Killing Joke” di Alan Moore e Brian Bolland è considerata una delle storie più belle di Batman. Forse la storia più bella con protagonista il Joker. La storia inizia e finisce con la stessa vignetta, come a dire che tutto ciò che ci sta in mezzo non modifica nulla. Due vignette che hanno come protagonista la pioggia. Rare gocce di pioggia sferzano l’asfalto creando cerchi nell’acqua che mandano i riflessi dei fari di un’auto nel buio della notte. Guardandolo attentamente, il motivo dei cerchi concentrici multipli sembra perdere la sua funzione rappresentativa e trasformarsi in motivo astratto.
AAlcune foglie fradicie vengono portate via dal vento mentre un auto si avvicina. È la batmobile. È l’inizio del fumetto di Alan Moore. La storia narra del tentativo del Joker di dimostrare che la follia è una possibilità all’interno di ciascuno di noi. Sono solo le circostanze della vita, secondo lui, a determinare chi manifesterà esternamente questa follia e chi invece la manterrà nascosta dentro di sé.
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Questa storia è famosa anche per il finale ambiguo che lascia spazio a diverse interpretazioni. Lo scrittore Grant Morrison sostiene che nel finale Batman uccide il Joker rompendogli l’osso del collo, motivo per cui la risata del Joker si interrompe. A dipanare l’arcano non ci aiutano nemmeno le indicazioni di Moore nella sceneggiatura per l’ultima vignetta: “Now we have close in so tight we can just see the silver white ripples pattern spreading out across the inky blackness, more an abstract design than anything else”.

La pioggia eccessiva di Frank Miller

“La pioggia è un problema solo se non vuoi bagnarti”. Frank Miller mette in bocca questa ambigua frase alla ennesima dark lady del suo repertorio nell’episodio intitolato “Deviazione sbagliata”, della fortunata serie di Sin City. Lei è bellissima. Un’esplosione di curve fasciate a stento da un vestitino blu, che risulta colorato anche se la serie è in bianco e nero. Sdraiata sul ciglio della strada rischia di essere investita dalla Studebaker che procede nervosa sotto la pioggia torrenziale.

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Frank Miller con Sin City compie una svolta che segnerà il mondo del fumetto. Lo fa dando libero sfogo alla sua parte più selvaggia. Tutto in questa serie diventa eccessivo: l’inchiostro nero che invade le vignette fino a coprire ogni angolo, le chiazze bianche di luce accecante, le macchine che sembrano volare, tanto sono veloci, i corpi smisurati dei protagonisti.

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Persino la pioggia di Sin City è eccessiva. Non sono più gocce, sono diventate delle lame di luce che fendono il buio della notte. Strisce di inchiostro bianco fittamente accoppiate le une alle altre. Quella che scende dal cielo nero della città del peccato non è più nemmeno acqua, sono lapilli di lava incandescente che eruttano selvaggiamente attraverso la pagina per abbattersi sui corpi avvinghiati di un uomo e di una donna.

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Ovviamente l’incontro con una dark lady non porta mai nulla di buono. Dopo un amplesso esplosivo consumato sotto una pioggia battente l’uomo verrà immediatamente ammazzato.

La pioggia fastidiosa di Gipi

Gipi è sincero. Quello che racconta in qualche modo lo ha vissuto. Lo ha provato sulla sua pelle. O ha provato qualcosa di simile. Le sue storie hanno una storia, sono germinate dentro di lui prima di sbocciare. C’è sempre, in quello che racconta, un filo sottile di velata autobiografia. Molta della sua poetica nasce da crudi stralci di realtà accoppiati a vaghe reminiscenze di ribellione adolescenziale. Nei suoi racconti spesso è protagonista una goffa criminalità umanizzata, una serie di caricature di improbabili delinquenti e teppistelli da Bar Sport.

Altre volte recitano la parte principale giovani sgangherati che attraversano le storie lasciando una sensazione di vuoto profondo. Il nostro racconto di pioggia, che si intitola “Hanno ritrovato la macchina”, realizzato nel 2006, non fa eccezione. La vicenda inizia e finisce lasciando la strana sensazione che manchino dei tasselli. Narra di due uomini che, per motivi a noi ignoti, in una notte di pioggia vanno a commettere un omicidio.

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E attraversano questa pioggia, che è una pioggia sottile, fatta di migliaia di singole gocce che scendono. È una pioggia fastidiosa, come uno sciame di mosche impazzite che ti annebbia la mente e ti confonde i pensieri.

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Stranamente l’ambientazione piovosa non è costruita per drammatizzare la situazione. L’omicidio avviene senza enfasi, senza emozione, senza rumore.
Lasciandosi dietro solo il vuoto di questi uomini privi di spessore.

(Per quanto riguarda la pioggia nei fumetti di Edgar P. Jacobs, rimandiamo all’articolo di Giornale POP “Viaggio al termine della notte con Mortimer” – NdR).

 

1 commento

  1. …e poi c’è la pioggia di Cothias & Juillard, che arriva a intermittenza per sottolineare i momenti più drammatici e poi sparire di colpo quando il pathos è finito. Ma magari in Alvernia il clima è veramente così.
    Se non ricordo male, in un’intervista a BoDoi Van Hamme aveva detto che Vance aveva fatto solo una modifica alle sue sceneggiature: Un inseguimento notturno sopra le carrozze di un treno doveva avvenire al chiaro di luna, ma il disegnatore ci mise la pioggia per renderlo più drammatico, anche se ovviamente più laborioso da disegnare. Il che mi fa pensare che probabilmente ricordo male e l’aneddoto va letto al contrario, visto che mi sono ricordato che di modifiche ai testi di XIII Vance ogni tanto ne faceva (principalmente per “censurare” le scene in cui il protagonista mangia, che sono molto comuni nelle sceneggiature originali di Van Hamme ma che Vance non amava molto).

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