LA NOTTE DI DRUILLET, PRATT, MILLER, BRECCIA, PAZIENZA E MOORE

LA NOTTE DI DRUILLET, PRATT, MILLER, BRECCIA, PAZIENZA E MOORE

La notte non è che uno stato d’animo. Un velo che modifica il mondo su cui si posa.
Nella storia dell’umanità, la notte ha sempre avuto un suo fascino. Misteriosa, pericolosa, eppure capace di presentare un cielo stellato che si stende a perdita d’occhio, mostrandoci l’immensità dell’universo. Facendoci sentire più piccoli e risvegliando in noi le fatidiche domande di sempre: chi siamo? Da dove veniamo?

E poi di notte tutto è più facile: i rapporti si fanno più intimi, le confidenze più profonde, i discorsi più decisivi. La notte non poteva certo essere ignorata dai creatori di fumetti che spesso hanno dato un’ambientazione notturna ad alcune delle loro storie più belle.

Philippe Druillet: Notte di morte

La notte di Philippe Druillet è una notte dell’anima. Di fronte al terribile dolore per la morte della moglie il maestro della bédé si rifugia nella sua arte. Costruisce un monumento funebre all’amata sotto forma di fumetto. La moglie di Druillet venne uccisa dal cancro nel 1975.

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L’artista cadde in un abisso di disperazione che cercò di riempire con alcol e droghe. Poi iniziò febbrilmente a lavorare alle tavole de La Notte. L’opera fu pronta in un rapido tempo e venne pubblicata nel 1976. La notte di Druillet è colorata di verde, il colore della morte. Il disegno è molto particolare, le tavole si possono guardare con la lente d’ingrandimento tanto sono piene di particolari. Gli sfondi sono ricchi e i colori appariscenti tanto da ricordare un viaggio lisergico.

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L’equivalenza tra la notte e la morte, tanto cara ai poeti romantici, viene qui declinata nella strana storia di una banda di motociclisti alla disperata ricerca di una sostanza dai poteri magici.
Le tavole hanno qualcosa di organico e tattile, popolate come sono di figure biomorfe: ricordano le foreste fantastiche del grande pittore surrealista Max Ernst.
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La violenta lotta tra i leoni e i teschi raccontata in queste pagine non è che una metafora della lotta interna al corpo umano tra le cellule sane e quelle cancerose. “La Notte è il mio requiem, il mio Taj Mahal”, scriverà Philippe Druillet nel suo autoritratto. “Sto tornando a casa, ma la casa e vuota, l’amata, il mio grande amore non è qui, è abominevole…”.

Hugo Pratt: Notte di luna

La notte di Hugo Pratt è una notte di luna. Di quelle quando il satellite del nostro pianeta risplende di luce argentata e illumina il paesaggio a giorno. “Dry Martini Parlor” è il quarto episodio degli Scorpioni del deserto pubblicato nel 1982. Il capitano Koinsky e il tenente De La Motte stanno fumando sotto la luce della luna. “È bella questa falce di luna, mi ricorda una cara amica di Djibouti…”, sospira Il giovane tenente francese.

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È una notte di ricordi. Il passato diventa ancora più dolce e allo stesso tempo malinconico, se confrontato al presente dominato dalla truce realtà della guerra. La luna, in fondo, è un bagliore di speranza al centro della notte, ci rammenta che la luce persiste anche in presenza del buio.


Per una seconda volta di nuovo Koinsky e De la Motte si ritrovano sotto la luna, questa volta piena. Di nuovo è il momento dei pensieri, dopo l’azione che ha dominato il giorno. “Chissà cosa farà la moglie di Stella in questo momento…”, pensa Koinsky.

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La terza notte, la luna sorge dal mare e si specchia nell’acqua che ondeggia ricamando scaglie di luce argentea sulla superficie. Koinsky comincia ad averne abbastanza di tutto questo romanticismo e, come è nel suo stile, confessa di “averne le palle piene di queste lune malinconiche”.

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L’ultima luna illumina la triste morte del maggiore Fanfulla, il tragico personaggio protagonista del racconto. Koinsky osserva mesto sciami di nere nubi coprire la luna.

Frank Miller: Notte nera

La notte di Frank Miller è nera. Il noir si svolge sempre di notte. Sin City può considerarsi un neo-noir. Risente in maniera evidente delle atmosfere chandleriane e hammettiane. “Una donna per cui uccidere” ne è l’esempio lampante. Per Sin City, Miller si inventa uno stile denso, dominato dai neri. Uno stile di ombre lunghe e di luci taglienti. Che scava nei volti dei personaggi alla ricerca di una emozione. Che non trova.


Sin city è ambientato nella notte più nera. Dove è estremamente difficile distinguere le cose. La storia inizia presentando una dark lady. Una donna come ce ne sono poche. Una per cui si può anche uccidere. Nuda sotto una luna gigantesca si tuffa in piscina.
Una scommessa quella di presentare un fumetto in bianco e nero, nell’epoca del “più è colorato più vende”.

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Il tratto di Miller è distratto, ma allo stesso tempo deciso, e preciso nel dar vita a forme che emergono dalle ombre di una notte che più nera non si può. Un bianco e nero fortemente contrastato che ricorda Steranko di Atmosfera Zero, ma che allo stesso tempo è diverso.
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Le silhouette bianche su fondo nero. I mille segni sui volti. I corpi scolpiti da ombre sensuali. I racconti della città del peccato sono così: contrasti netti tra la morte e il desiderio di sopravvivenza. Non si trovano elementi positivi tra le pagine di Miller.

Alberto Breccia: Notte da incubo

La notte può diventare anche incubo. E quello che ci confeziona Alberto Breccia con il primo episodio di Mort Cinder, “Gli occhi di piombo”, scritto da Héctor Oesterheld, ha tutti i connotati dell’incubo. In un vicolo buio della vecchia Londra, l’anziano antiquario Ezra Winston ha appena notato che un prezioso orologio Luigi XVI si è fermato, quando un enigmatico personaggio soprannominato Scheletro, che raccatta oggetti nelle soffitte, gli fa visita per sottoporre alla sua attenzione uno strano, sgraziato amuleto a forma di ragno, incartato in un giornale che reca la notizia dell’impiccagione di un tale Mort Cinder. C
L’oggetto ispira a Winston una istintiva, immediata repulsione, che aumenta quando l’antiquario si accorge che l’amuleto ha lasciato sul palmo della sua mano destra una macchia a forma di ragno che non vuole andarsene via: l’oggetto era forse radioattivo? Mentre cerca il nome di un dermatologo per farsi visitare, Winston riceve la visita di tre enigmatici individui, uomini dagli “occhi di piombo”, vestiti tutti uguale, che gli chiedono se lo Scheletro è stato lì.

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Li congeda con una bugia ed esce per recarsi dal dottore, ma il disperato antiquario ovunque vede il segno dell’amuleto e il nome di quel Mort Cinder, e inoltre capisce ben presto di essere seguito dai tre uomini dagli occhi di piombo. Tutto sembra assumere i contorni di un incubo. Questo è l’inizio mozzafiato sceneggiato da Oesterheld. Tutto accade in una notte buia e senza luna, piena di ombre che si proiettano in un dedalo di viuzze che sembrano non condurre da nessuna parte.

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Pare che la serie sia nata da uno scatto d’orgoglio del grande disegnatore argentino rimproverato da Hugo Pratt davanti a un caffè: “Vos sos una puta barata, porque estàs haciendo mierda pudiendo hacer algo mejor”. Ne uscirà un capolavoro realizzato con inchiostro di china con coccoina, lamette da barba, tamponi, e persino una guarnizione in gomma presa da una vecchia bicicletta.

Andrea Pazienza: Notte di sogno

La notte è anche il territorio dei sogni. E i sogni sono la specialità di Penthotal, l’alter ego del grande Andrea Pazienza. Nella prima tavola di Penthotal, il protagonista dorme accasciato sul letto. Nell’aria si librano due figure di fantasia: Parigi e Double Face. “Siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni”, diceva Shakespeare e nessuno sembra averlo preso più sul serio del maestro di San Severo.

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Per coloro che credono di avere trovato un senso al fatto di dover dormire, il sonno costituisce un terreno sconosciuto e affascinante: è infatti sorprendente che la mente, durante il sonno, possa lavorare e immaginare senza alcun apparente intervento della volontà.
Per costoro il sonno costituisce un’esperienza affascinante e misteriosa, la possibilità di addentrarsi in un mondo magico e fantastico, che informa sul presente e sul futuro con un linguaggio oscuro e di difficile interpretazione.

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Pazienza opera in un terreno impervio al confine tra sogno e realtà. Le tematiche della vita quotidiana si ripresentano deformate dal flusso onirico all’interno dei sogni. La leggerezza del sogno da parte sua invade la vita reale e la piega alle logiche proprie della attività morfeica. Pazienza lavora, come molti in quegli anni, attorno al concetto di utopia.

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Il fuoco del movimento del Settantasette si spegnerà di lì a poco, senza aver riportato apparentemente risultati significativi. La principale ragione del fallimento di un’intera generazione che si rifugerà nelle droghe va forse ricercata nella sua incapacità di tradurre le sue enormi aspirazioni in qualcosa di concreto.

Alan Moore: Notte infinita

Fateci caso, in Watchmen di Alan Moore e Dave Gibbons non è mai giorno. Tutto si svolge in una notte infinita. I personaggi si muovono sulla scena seguendo un meccanismo ad orologeria che li guida senza errore nei labirinti di un mondo buio e privo di luce. È notte quando Rorschach si arrampica sulla liscia parete che conduce all’appartamento dal quale è precipitato Il Comico.

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E senza soluzione di continuità è ancora notte e piove quando i Watchmen presenziano al funerale del loro amico brutalmente ammazzato. È di nuovo notte quando Gufo Notturno e Spettro di Seta escono con il velivolo per una scorribanda, durante la quale vanno a liberare Rorschach dal carcere. È notte persino nel finale in Polo Sud, quando Rorschach e Gufo Notturno vanno a caccia di Ozymandias.

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Il luogo principale dove si svolge la vicenda è la città di New York. La città è più oscura e malata che mai, ma è impreziosita da elementi tecnologici più avanzati rispetto alla nostra realtà. La costante presenza del buio contribuisce in modo determinante a costruire quella atmosfera senza speranza che caratterizza l’opera.

Il mondo senza supereroi è un mondo senza luce, dove la gente si dibatte inutilmente alla ricerca di un senso che non c’è. Watchmen è una celebrazione della notte. La notte intesa come perdita, come fine di ogni speranza. Come quotidiana incapacità di vivere. Alla disperata ricerca di un sole che non sorgerà.

2 commenti

  1. Bell’articolo, ovviamente ci sarebbero tante altri notti nel mondo dei Comics, penso a tutto il nero italiano ma anche a Cattivik ed a mille altre cose. Ma la panoramica che tu fai è decisamente d’autore e trasversale.

  2. Articolo molto interessante.
    Solo un appunto: da quello che so io, Druillet stava già realizzando La Notte per “Rock & Folk” quando la sua compagna si ammalò, e il fumetto prese di conseguenza un’altra direzione.

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