LA FANTASCIENZA SENZA SUPEREROI DI ENDER

LA FANTASCIENZA SENZA SUPEREROI DI ENDER

Mentre la Marvel e la Dc Comics continuano a sbancare il botteghino con i loro variopinti supereroi, alcune proposte cinematografiche cercano di percorrere una via alternativa per gli spettatori che gradiscono un approccio alla fantascienza meno rutilante e fracassone.

È il caso di film come “Gravity” o “Snowpiercer” o ancora il controverso ma, a mio parere, bellissimo “Interstellar”.
In questo filone alternativo può essere tranquillamente inserito anche “Il Gioco di Ender” (Ender’s Game) di Gavin Hood, un film del 2013 che non ha raggiunto iperbolici incassi pur toccando vette di ottima qualità. Tratto abbastanza fedelemente dal romanzo omonimo di Orson Scott Card, è un’opera che molti hanno classificato come “Storia di formazione” (accostandola in qualche modo alla saga di Harry Potter), ma che personalmente inquadrerei come storia di sentimenti che non lesina interrogativi su irrisolte questioni morali.

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Spoiler! Da qui il film verrà raccontato integralmente.

La vicenda è ambientata in un futuro in cui il genere umano ha dovuto accettare una profonda restrizione delle libertà di scelta individuali. Il progressivo depauperamento delle risorse ha spinto le autorità a emanare delle ferree leggi demografiche, ma, nonostante ciò, l’equilibrio rimane molto precario. Poi, improvvisamente, un auspicato e temuto contatto con gli alieni avviene.

In due ondate successive, orde di creature spaziali chiamate formics portano morte e distruzione sul pianeta Terra. La seconda ondata vincerebbe definitivamente la guerra se non fosse per l’eroismo del comandante della Flotta Internazionale, Mazer Rackham, che si immola per annientare il nemico. Ora le forze terrestri si preparano allo scontro definitivo, servono leader, menti brillanti che sappiano fronteggiare l’attesa terza ondata. E queste menti brillanti devono avere la dinamica plasticità che solo il cervello non appesantito dalle sovrastrutture culturali dei bambini hanno.

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Il reclutamento dei potenziali leader avviene in tempi precocissimi: a sei anni d’età i migliori prospetti vengono selezionati per essere avviati alla Scuola di guerra, una durissima accademia militare che ha il compito di forgiarne il carattere e di esaltarne le qualità. Ciò che occorre alla Flotta è un talento fuori da ogni scala, un ragazzo che, da solo, potrà portare alla vittoria. Il colonnello Hyram Graff è sicuro che questo elemento esista: il suo nome è Andrew “Ender” Wiggin.
La famiglia Wiggin è stata già due volte al centro dell’attenzione della Flotta, ma Peter, il primogenito, si era rivelato troppo aggressivo e Valentine, la secondogenita, poco incline alla competizione.

Ora la palla è passata nelle mani di Ender, il terzogenito nato in deroga alle leggi sul controllo delle nascite. Sulle spalle del ragazzo che non doveva venire al mondo grava il peso dell’intera specie umana.
Così Ender, timido, ma strategicamente brillante, viene condotto alla Battle School per essere addestrato assieme agli altri bambini. Senza grandi sforzi vince giochi di guerra sempre più difficili, fino a ottenere il rispetto tra i suoi coetanei. Dal primo momento il colonnello Graff lo favorisce suscitando la gelosia degli altri allievi. Questa strategia obbliga Ender ad affrontare i problemi senza contare sugli altri e a essere perfetto in tutto, per soddisfare le attese dei superiori su di lui. Tutto ciò ha un prezzo molto alto: la perdita dell’infanzia e dell’innocenza.

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In virtù della sua eccezionale attitudine alla tattica e al comando, ma anche per l’avvicinarsi della guerra incombente, il ragazzo avanza nel percorso di addestramento molto più in fretta degli altri.
Ender viene promosso e assegnato direttamente all’orda delle Salamandre, sotto il comando dell’orgoglioso Bonzo Madrid che lo mette ai margini del gruppo, intimandogli di non partecipare alle simulazioni di battaglia a gravità zero Quando Ender viola gli ordini per salvare la sua squadra dalla sconfitta, Bonzo va su tutte le furie e lo rimprovera colpendolo anche fisicamente, ma durante la colluttazione cade sbattendo la testa e sprofondando in un coma irreversibile.
L’incidente sembra mettere fine alla carriera di Ender, invece viene promosso alla Scuola di Comando dagli insegnanti.

Il suo nuovo insegnante è Mazer Rackham, l’artefice del precedente successo umano contro i formics (che non era morto, come tutti credevano, nella sua missione contro la seconda ondata), il primo a rendersi conto che gli alieni erano guidati da una mente collettiva e potevano comunicare telepaticamente a una velocità superiore a quella della luce.

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Ender viene affiancato nell’addestramento da un gruppo dei suoi migliori comandanti, amici e sottoposti della Scuola di Guerra, tra cui Alai, Petra e Bean, ai quali assegna i singoli squadroni mantenendo per sé la supervisione generale. Le battaglie proposte dal simulatore diventano sempre più stressanti: il nemico spesso è in superiorità numerica e impara ad adattarsi alle tattiche di Ender, che è sempre più perseguitato da incubi che gli ostacolano il sonno, affaticandolo fisicamente e mentalmente.
Giunto all’esame finale della Scuola di comando, il gruppo si trova in possesso di una piccola flotta in avvicinamento a un pianeta, Lo spazio intorno brulica di migliaia di navi aliene. Ender, stufo di essere manipolato dagli adulti, decide di vincere con una mossa sleale e contro le regole, scavalca gli avversari e utilizza un’arma di disgregazione molecolare contro il pianeta, dissolvendolo insieme alla flotta nemica. In questo modo ritiene di essersi dimostrato inadatto al comando di una vera flotta. Invece, al termine della simulazione, scopre che lo stato maggiore al completo (che ha seguito in diretta la battaglia) esplode in un incontenibile entusiasmo!

La realtà è agghiacciante: Rackham e Graff rivelano al ragazzo che non stava affatto giocando contro un simulatore, ma che fin dall’inizio aveva comandato la Terza Invasione. Le morti erano reali (anche quelle degli equipaggi che aveva sacrificato per farsi strada) ed aveva appena distrutto il mondo di origine dei nemici, sterminando per sempre la loro razza. Anche se per tutti è un eroe, nel suo intimo Ender sa di essere stato autore di un totale genocidio. Avverte il peso delle morti che ha causato, aggravato dall’amore e dal rispetto che aveva imparato a provare per i formics. Eppure, forse, la storia non è ancora finita perché le creature aliene hanno lasciato un messaggio telepatico proprio per il loro distruttore. Un’ultima regina è sopravvissuta in forma di pupa e gli rivela che la guerra è stata il frutto di un tragico fraintendimento culturale. I formics avevano ritenuto che gli esseri umani non fossero senzienti in quanto indipendenti l’uno dall’altro, ma, una volta compreso l’errore, avevano deciso di non attaccarli più. L’invasione e lo sterminio erano stati assolutamente inutili. A Ender spetterà il compito di riparare per quanto è possibile.
Trovare un pianeta per la regina in cui ridare vita alla sua specie.

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La figura di Orson Scott Card, scrittore statunitense nato nel 1951, è piuttosto controversa, in particolare per la sua posizione contro i gay e l’integralismo religioso, frutto della sua educazione secondo i principi dei mormoni. Tuttavia “Il Gioco di Ender” e il ciclo di romanzi seguenti risentono abbastanza poco delle sue convinzioni personali.

Card affronta temi forti: fino a che punto l’omicidio può essere giustificato per vincere la lotta per la sopravvivenza? Abbiamo il diritto di distruggere gli altri solo perché non sono come noi? Nel romanzo originale entrano in gioco altre tematiche che il film trascura. Anche di fronte a una minaccia globale è lecito affidare le leve del comando a una élite? E possibile militarizzare una intera società e quale è la porzione di libertà che siamo disposti a sacrificare per la causa comune?

Altro tema che il film non approfondisce, pur avendo una estetica da videogioco, è che l’autore, con anticipo sui tempi (il romanzo è del 1985) e con straordinaria prospettiva visionaria, è la possibilità di internet di costruire a tavolino le suggestioni e gli stati d’animo collettivi. Si tratta di questioni epocali che richiederebbero una trattazione specifica. Il regista Gavin Hood non ha un nome famoso, ma riesce a conferire alla storia sostanza e ritmo. Opera facilitata dalle belle interpretazioni dei due principali protagonisti.

Asa Butterfield è un Ender credibile e misurato, non strizza l’occhio alla platea, seduce con il suo faccino pulito, ma “graffia” e commuove con lo sguardo a tratti perso nel vuoto. Harrison Ford è un Graff disarmante, burbero, bonario e persino comprensivo, ma dietro la facciata si cela un uomo senza scrupoli, una perfetta macchina da guerra che troverà pace solo con l’annientamento del nemico.
Meno convincenti le prestazioni di Ben Kingsley e Viola Davis (due veterani che sembrano in debito d’ossigeno), mentre sono funzionali allo scopo i giovanissimi attori del cast con una particolare citazione per Abigail Breslin (la bambina di “Signs” è diventata grande).

Esiste una versione a fumetti de “Il Gioco di Ender” prodotta dalla Marvel e pubblicata in Italia dalla Panini nel 2013. Si tratta di due volumi che raccolgono le mini serie “Ender’s Game: Battle School” ed “Ender’s Game: Command School”.
La sceneggiatura è di Christopher Yost, i disegni di Pasqual Ferry. Niente male.

 

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