LA BONELLI È SIMONE AIROLDI

LA BONELLI È SIMONE AIROLDI

Dal marzo 2016, Simone Airoldi è direttore generale della Bonelli. In quanto tale è responsabile delle strategie della casa editrice, salvo restando che l’ultima parola spetta all’editore e che i creatori dei personaggi hanno sempre voce in capitolo (come nel caso dei coniugi Sclavi). Vero anche che alla Bonelli c’è collegialità nel quadrumvirato che la dirige.

Simone Airoldi proviene dalla Panini, dove ricopriva un ruolo analogo. Interessante notare come questa casa editrice sia l’opposto della Bonelli. La Panini pubblica su licenza fumetti esteri di nicchia in vari Paesi del mondo, mentre la Bonelli pubblica fumetti italiani di propria produzione con alte diffusioni, e solo in Italia (le poche edizioni straniere sono a cura degli editori locali).

I fumetti della Panini (escluso Topolino) sono indirizzati agli esperti di fumetti, mentre quelli della Bonelli vengono letti in gran parte dalle persone “normali” che non digiterebbero mai il nome dell’eroe preferito per cercare notizie nel web. Queste differenze non sono da poco.
Tra parentesi, il pubblico non fumettofilo che ha fatto la fortuna della Bonelli viene sempre più snobbato da questa casa editrice, a favore di quello numericamente limitato che segue le notizie dei fumetti su internet e frequenta le fumetterie. Ciò porta la Bonelli a realizzare fumetti che seguono le mode dei fumettofili, piuttosto che fumetti popolari adatti alla “maggioranza silenziosa”.

Dopo la scomparsa di Sergio Bonelli e prima dell’arrivo di Simone Airoldi, la cosa più evidente nelle scelte della Bonelli è stata la tendenza di passare dal bianco e nero al colore. Una scelta che sembra presa da chi non legge fumetti, come i responsabili dei quotidiani che pubblicano i fumetti in bianco e nero colorandoli, anzi, “colorizzandoli” (persino lo scurissimo Diabolik).
In realtà al grande pubblico italiano (e giapponese), abituato al bianco e nero, il colore importa meno di niente. Soprattutto non si può sperare di attirare nuovi lettori con il colore, che in Italia contrassegna il fumetto di nicchia. Agli italiani, siano lettori di fumetti o meno, un fumetto a colori (se non è per bambini) non dà affatto l’idea di un fumetto popolare e per questo lo evitano.

Ora Airoldi (all’interno del quadrumvirato) mi pare stia applicando ai fumetti generalisti della Bonelli i precetti validi per i fumetti di nicchia della Panini, a partire dalla vendita degli albi nelle fumetterie. Negli Usa era stata una scelta obbligata per Jim Shooter, direttore generale della Marvel negli anni ottanta, perché la distribuzione nelle edicole era disastrosa. Soprattutto per l’assenza delle rese, che non permetteva di sapere quante copie venissero effettivamente vendute: Shooter raccontò situazioni pittoresche che aveva visto con i propri occhi.
In Italia, al contrario, una pubblicazione non di nicchia trova nella perfettamente organizzata distribuzione delle edicole il modo più efficace per essere venduta. Va bene, di edicole ce ne sono sempre meno…

La vendita degli albi nelle fumetterie metterà in difficoltà le edicole come temeva Sergio Bonelli? Direi che spingeranno sempre di più la tendenza al fumetto di nicchia.

Alla Bonelli si sta pure cercando di imporre un nuovo formato di 64 pagine (magari a colori) più grande di quello tradizionale.
Così, mentre gli editori di nicchia cercano di ampliare le proprie diffusioni imitando il formato bonelliano, incredibilmente la Bonelli presenta albi in un formato adatto per i prodotti di nicchia. Le vendite di questi albi saranno sicuramente più basse di quelli nel formato tradizionale.

L’unico motivo razionale per realizzare albi con meno pagine e dal formato più grande potrebbe essere quello di presentare un prodotto dall’aspetto più appetibile per il mercato estero, ma questa ipotesi avrebbe senso solo se, appunto, li si pubblicassero in qualche Paese straniero perché in Italia sono un flop.

In conclusione, l’attuale politica della Bonelli sembra ricalcare quella della Panini. Ma se la Panini trae qualche vantaggio indiretto dalla nuova strategia della Bonelli, perché si vede rafforzare il suo principale canale distributivo (le fumetterie), non si capisce dove sia la convenienza della Bonelli nel cercare di allontanarsi dal formato che le ha garantito un successo pluridecennale.

Non si devono poi dimenticare i contenuti. Molte nuove proposte della Bonelli sono horror o comunque di genere “tetro”, per cavalcare il (calante) successo di Dylan Dog. I personaggi appaiono spesso segnati da una sorta di maledizione e si muovono in un mondo distopico (sfigato).
Sarebbe invece opportuno variare l’offerta per andare incontro ai diversificati gusti del pubblico, e di conseguenza cercare di aumentare i lettori, con personaggi dal carattere allegro e atmosfere non necessariamente cupe. Se i testi della Bonelli sono sempre più seriosi e tristi, il successo del primo Dylan Dog era dovuto alla sua verve brillante, che non stava solo nelle battute di Groucho.

Insomma, occorrerebbe più varietà nei contenuti e nessun cambiamento al classico formato bonelliano di 96 pagine in bianco e nero. Il contrario di quello che si sta facendo.

(Inutili precisazioni finali. Recentemente un sito mi ha accusato con veemenza di ordire oscure manovre verso la Bonelli. Va be’, datemi i nomi dei manovrabili che magari provo a manovrarli davvero. In realtà, ho smesso di scrivere per gli albi della Bonelli dai tempi di Ronny Balboa e già quando curavo Intrepido mi occupavo soprattutto dei volumetti cartonati per ragazzi della De Agostini. In seguito sono diventato giornalista e non ho praticamente fatto più niente per il fumetto: proprio perché non sono parte in causa mi sento libero di parlarne. L’altra critica che mi viene rivolta quando scrivo qualcosa di ampio respiro è: “Con quale autorità ti permetti di criticare?”. A parte il fatto che ognuno può criticare quello che vuole, spesso ho fatto e faccio consulenze editoriali per direttori generali e amministratori delegati di grandi case editrici e di agenzie pubblicitarie. Anche se in quelle sedi mi sono occupato solo due o tre volte specificamente di fumetti, qualche vaga nozione sul mercato editoriale dovrei averla).

Contatto E-mail: info@giornale.pop

9 commenti

  1. Pensieri condivisibili e riflessioni giuste. Mi pare che il fumetto popolare stia morendo in ragione di scelte radical chic. Bonelli sapeva che sarebbe andata così. E sapeva pure che tutte le sue testate avrebbero risentito del calo di lettori portando il fumetto popolare a trasformarsi in qualcosa di diverso. Peccato che il figlio Davide, e quindi l’idea stessa di bonellianita’ siano così latitanti….

  2. E delle geniali trovate marketing di Airoldi, vogliamo parlarne ?
    Come l’allegare carte da gioco d negli albi Bonelli.
    Una cosa che aveva già fatto più di 20 anni fa quando nacque la Marvel Italia .
    Ora mancano solo gli occhiali da sole o l’orologio che diedero nel n 0 di X-Force

  3. se dovessero allegare re un orologio per ogni albo Di un personaggio io lo comprerei.magari mi piace la storia e comprerei quel personaggio anche senza gadget.formato o non formato.

  4. Caro Sauro se l’articolo è un’inizio di discussione è interessante ma mi sembra un pò affrettato nelle conclusioni.
    Sono solo un lettore di lunga lunghissima militanza e come Voi, più addentro di me, ho visto cambiare continuamente gusti e modalità di proporre il fumetto e i personaggi.
    Quello che è certo è che chi lo produce è interessato a vendere e quindi tenta strade sempre nuove e magari non necessariamente valide.
    Sul colore della Bonelli mi permetto di spendere una parola di stima perchè è tra le pochissime Case che offre un colore piacevole e che non offende il lettore e i disegni di chi ha lavorato per offrire un bel prodotto che viene ucciso da brutali e insensate colorazioni.
    Su carte e altro dico solo che se leggiamo vari siti di internauti sembrano più interessati a stick copertine variant gadget che a storie e disegni.
    Per il formato faccio una sola osservazione personale sul periodico ” ORFANI ” nel formato Bonelli quando era uscito, pur apprezzando il colore e il tentativo di novità, dopo alcuni numeri mi ero stufato e avevo smesso di comprarlo successivamente con la proposta settimanale de la Gazzetta ho preso a comprarlo e lo apprezzo di più e lo ritengo se non un capolavoro un tentativo valido e meritevole all’insegna di quei suggerimenti che Lei dava.
    ora sarà meglio che mi fermi.
    Amo il fumetto, come sono di sicuro Lei, il problema è che oggi è in sofferenza ( ho nove nipoti e vedo il loro rapporto con i giornailni )e non vedo facili strade per rilanciarlo.
    Una cosa mi piacerebbe conoscere e lei in qualche modo lo ha trattato è come sia possibile oggi la diffusione di così tante proposte a prezzi interessanti per quantità esigue.
    Un saluto e un grazie per le piacevoli letture che mi offre

    • Non ho capito la questione dei colori che non offendono gli occhi, ma ho l’impressione che di fumetti a colori ne legge pochi. Almeno sulla base di questa sua affermazione. Ovviamente questa è una “provocazione”: penso di aver capito cosa intende, ma non mi trova d’accordo per niente.
      Per il resto concordo sul fatto che cercare nuove strade non è un male ma è anzi vitale e, per Bonelli, questo significa colore e formato differente. Personalmente sarei anche più estremo.
      Peró, proprio per lo stesso motivo, penso che Sauro abbia ragione nel dire che l’offerta andrebbe variata anche nei contenuti, oltre che nel formato.

  5. i fumetti della bonelli sono cupi per modo di dire, se leggete wolf guy, shamo, berserk ecc ci rimanete?

    • Non è che uno ci rimane… è che hanno stufato.

  6. Credo che il fatto sia che oggi le vendite nelle sole edicole non siano poi cosi soddisfacenti…e la ricerca di nuovi canali si fa obbligata. Io stesso poi pur essendo marvel dipendente non mi sono mai interessato alle variant ma vi assicuro che c’è un pubblico che se le accaparra in maniera compulsiva.

  7. Sono due anni che sottolineiamo che la Bonelli si sta marvelizzando e anche prima che arrivasse dalla Marvel/Panini Airoldi. Il processo è in atto dal marzo 2010, cioè da quando la Bonelli ha smesso di essere concorrente della Panini per affidare a quest’ultima la gestione dei suoi diritti esteri e se si pensa che la Panini svolge la stessa attività con i diritti della Marvel e che la Marvel dipende dalla Disney… non è difficile arrivare alla conclusione che è sotto gli occhi di tutti.

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