JULIE DRISCOLL O JULIE TIPPETT? QUANDO UN COGNOME FA LA DIFFERENZA

JULIE DRISCOLL O JULIE TIPPETT? QUANDO UN COGNOME FA LA DIFFERENZA

Alla fine degli anni ’70 sorse in Gran Bretagna un movimento di giovani jazzisti che diede vita a una serie di formazioni e di esperimenti discografici. La critica internazionale, con stupefacente originalità, poi li riunì sotto un’unica definizione: New British Jazz. Stiamo parlando di gruppi come  Weather Report, Soft Machine, King Crimson, ColosseumMahavishnu Orchestra e di musicisti come Joe Zawinul, Elton Dean, Robert Fripp, Andy Summers, Keith Tippett, John McLaughlin, Jack Bruce ecc.
Una non trascurabile parte di loro, arsa da una smisurata sete avanguardista, approdò, di lì a pochi anni, a una sorta di negazione del jazz stesso, portando alle estreme conseguenze i concetti di improvvisazione e di libertà espressiva.
Negli Stati Uniti, pressappoco nello stesso periodo, nasceva il free jazz, con nomi come Cecil Taylor, Ornette Coleman e Art Ensemble of Chicago a rappresentarlo e a farlo apprezzare in tutto il mondo. Anche questo movimento era caratterizzato da un afflato libertario e liberatorio, ma non varcò mai i confini che separano la musica dal rumore.
In quegli stessi anni organizzavo concerti tra Terni e Perugia insieme a un amico. Lo facevamo per passione e per la gloria di una sera. Un’agenzia di Amsterdam ci propose di organizzare un concerto di Keith and Julie Tippett. “Fanno free jazz” ci dissero. Dal materiale pubblicitario che ci inviarono capimmo subito che si trattava della mitica Julie Driscoll. Sia io che il mio amico avevamo adorato i suoi dischi insieme a Brian Auger, a cominciare dal primo, Open, che entrambi consideravamo un capolavoro. Era già un mito perché la sua carriera era stata breve e fulminante. Sapevamo che si era sposata con Keith Tippett, ex pianista dei King Crimson, e che era sparita dalle scene da almeno dieci anni. Praticamente si trattava di una rentrée, sotto mentite spoglie, di una delle voci più amate della storia del pop. Il contratto parlava chiaro anche se era in inglese: non potevamo in nessun modo pubblicizzare l’evento usando il nome di Julie Driscoll. Tale perentoria clausola veniva giustificata, tra le righe, dalla necessità di prendere le distanze dai trascorsi pop della cantante per motivi artistici. Ci arrovellammo per alcune ore usando ogni sorta di additivo per farci venire un’idea che fosse risolutiva. Alla fine trovammo una bella rappresentazione grafica, in puro stile psichedelico, di Julie Driscoll la cui testa di capelli ricci e rossi, oltre ad aver segnato per sempre l’immaginario della nostra generazione, aveva ispirato numerosi artisti.
Con quel disegno altamente evocativo a fare da sfondo al manifesto pubblicitario, nessuno avrebbe letto la scritta: Keith and Julie Tippett in concert.
La sera del concerto, il teatro Morlacchi di Perugia era pieno come un uovo e molti rimasero fuori. Il mio amico Sergio e io eravamo entusiasti ed eccitati. Nel pomeriggio avevamo conosciuto Julie, una donna straordinaria, di una sensibilità al limite della fragilità, e Keith, un pazzo visionario in perenne conflitto con il mondo.
Il palco era buio. Udimmo dei passi pesanti e, poco dopo, uno spot illuminò Tippett già seduto al piano con in mano un tubo di plastica rosa shocking. Un mormorio incredulo pervase la platea. Lui si alzò e cominciò a far roteare velocemente quello strano tubo che prese ad emettere un suono continuo, molto simile alla sirena di una nave in lontananza. La cosa si protrasse per alcuni interminabili minuti, durante i quali sia io che Sergio invecchiammo a vista d’occhio.
Poi entrò in scena Julie Driscoll in Tippett e scattò un fragoroso applauso. Purtroppo anche lei impugnava uno di quei maledetti tubi. Lo brandiva come una spada, e anche lei cominciò a farlo roteare al di sopra della testa. Poi, come se qualcuno glielo imponesse, cominciò a fare degli strani gorgheggi. “Sta scaldando la voce in scena?” chiesi in italiano al manager olandese che mi sedeva accanto. Non mi rispose.
Dopo almeno dieci minuti di sibili e gorgheggi, finalmente Keith tornò a sedersi al piano. Un brusio di approvazione percorse il teatro e un barlume di speranza tornò a farsi strada nel mio cuore. Sfiorò appena i tasti delle note alte e poi si alzò, aprì il piano e ci mise dentro un oggetto che era comparso improvvisamente tra le sue mani. Tornò a sedersi e cominciò a pigiare sui tasti afoni. Evidentemente l’oggetto che aveva introdotto impediva alle corde di vibrare. Il risultato sonoro, se possibile, era peggiore di quello dei tubi di plastica.
La performance proseguì sugli stessi agghiaccianti toni per un’altra mezz’ora che Sergio e io vivemmo come sospesi in un limbo pre catastrofe. Pensammo anche di nasconderci o di fuggire. Ma l’epilogo della storia fu sorprendente. L’affetto e l’ammirazione che il pubblico nutriva per Julie Driscoll non erano stati intaccati dalla delusione di quella sera, e la gioia di averla comunque vista assolveva anche noi da qualsiasi colpa.
Ricordo una donna che, mentre aspettava fuori del camerino, ripeteva piangendo e implorando: “Perché non canta più?”. Nella sua voce c’era autentica disperazione e solo in quel momento capii il vero motivo di quella perentoria e inusitata clausola sul cognome.

Content Editor e SEO Webmaster dal 2001. Negli anni '80 e '90 è stato direttore artistico e produttore discografico di artisti come Chet Baker, Avion Travel, Mario Venuti, Ladri di Biciclette, Paolo Belli. E' stato tra gli ideatori di Umbria jazz nel 1973 e il primo a organizzare Clinics per i musicisti locali con i grandi nomi del jazz ingaggiati per il festival.

2 commenti

  1. I Weather Report non sono americani?

    • Il gruppo è nato negli USA, ma visto che Joe Zawinul (Austriaco) e Miroslav Vitous (Ceco) gravitavano sulla scena jazz inglese, io, istintivamente, li riconduco a quel movimento anche se li tenne a battesimo Miles Davis. Comunque grazie per la precisazione preziosa.

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