NELL’INFERNO D’ACCIAIO DI PITTSBURGH

NELL’INFERNO D’ACCIAIO DI PITTSBURGH

Questa è la storia di una ossessione. Un viaggio dantesco attraverso una città infernale svoltosi nel mezzo del cammino della vita di William Eugene Smith, uno dei più grandi fotografi di sempre. Smith aveva 37 anni quando giunse nella città industriale di Pittsburgh per un servizio fotografico che doveva durare tre settimane. Ci restò due anni, scattando oltre 17mila foto e uscendone psicologicamente devastato.

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A quel tempo era già famoso per le sue foto di combattimenti ravvicinati che aveva scattato durante la Seconda guerra mondiale sul fronte del Pacifico. Era diventato una stella grazie ai suoi reportage per la rivista Life, entrati subito di diritto nella storia della fotografia.

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Eugene Smith aveva un ego smisurato e un carattere davvero difficile. Mentre quelli di Life cercavano semplicemente di confezionare un eccellente prodotto di informazione, Smith voleva cambiare il mondo attraverso le sue foto. Inevitabilmente fini tutto con un grosso litigio.

Alla fine Smith se ne andò sbattendo la porta, convinto che avrebbe potuto realizzare qualcosa di grande anche senza Life. L’occasione si presentò nel 1955, quando Stefan Lorant assunse Smith per scattare 100 fotografie della città di Pittsburgh da pubblicare in un libro sul bicentenario della città. Questa fu la miccia che portò all’esplosione.

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Smith si trovò di fronte alla città delle acciaierie. Una città dalle forti contraddizioni. Una specie di luogo infernale dove convivevano eccessi e ambiguità. Un’esperienza nella quale fu costretto a rispecchiarsi. Costretto a confrontarsi con il suo piccolo inferno personale, dentro di sé rivedeva gli stessi eccessi, le contraddizioni e l’ambiguità di quella città.

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La storia prese subito una brutta piega. Smith visse due anni allucinanti indebitandosi, bevendo costantemente, mangiando poco e male, sostenuto dalla benzedrina e dai barbiturici. Cercando disperatamente di aggrapparsi alla sua vita precedente mentre stava precipitando nel gorgo. Sua moglie Carmen era tornata a casa a Croton-on-Hudson, nello stato di New York, a prendersi cura dei loro quattro figli, mentre a Filadelfia l’amante di Smith, Margery Lewis, aveva da poco dato alla luce il loro figlio illegittimo. Erano tempi bui resi ancora più oscuri dalla recente morte della madre di Smith, Nettie, a febbraio. Fu questo vortice di disperazione e una sorta di idealismo sfrenato che lo trattennero tutto quel tempo nella Città d’Acciaio.

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Quando arrivò a Pittsburgh si era portato dietro una quantità di bagaglio paragonabile a un trasloco. Aveva con sé pure il grammofono, l’antenato del giradischi, e tutti i suoi dischi jazz. Quello avrebbe dovuto essere il primo indizio che ciò che Smith aveva in mente era qualcosa di molto più ambizioso di un semplice saggio fotografico tradizionale. Sistematosi in un appartamento in affitto nella Grandview Avenue, sul Monte Washington, studiava libri e mappe di storia di Pittsburgh, suonando a tutto volume i quartetti di Bartok fino a notte inoltrata mentre lottava con un luogo infestato da fumi che si incrociavano. Durante il giorno girava per Pittsburgh nella sua station wagon verde, guardando la città nel modo in cui si guarda un sogno acido stravolgere i sensi. Nel primo mese di soggiorno toccò a malapena le macchine fotografiche.

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Poi all’improvviso iniziò a fotografare ogni cosa. La gamma di luoghi e scenari che ha catturato attesta la potenza del suo occhio promiscuo: i ritratti dei pranzi mondani si mescolano a scatti di baraccopoli di città; le sagome spoglie delle ciminiere si appoggiano ai tableau noirish della città di notte; gli arabeschi argentati dei cortili dei treni imitano la lucentezza delle strade suburbane e la sinuosità dei letti dei fiumi.

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I nomi evocativi delle strade di Pittsburgh: Breed Street, Love Street, Dream Street, Pride Street, Climax Street e Strawberry Way divennero presagi comprendenti dozzine, centinaia, migliaia di foto. Con i suoi altiforni che minacciavano il cielo, l’aria e gli operai, la sua atmosfera inquinata e il paesaggio sconvolto, Pittsburgh era il luogo perfetto per rappresentare un mondo che assomigliava a un paesaggio dantesco.

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Una delle sue foto più iconiche, quella che appare sulla copertina del portfolio di Pittsburgh, mostra in primo piano la testa di un operaio siderurgico che indossa occhiali di protezione e il casco. Le lenti riflettono un pennacchio di fiamma e la faccia dell’operaio è ambigua. È timorosa? Sprezzante? Allucinata?

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In un certo senso, la Pittsburgh che Smith ha documentato è una Pittsburgh da lui creata: la città è un doppio di se stesso evocato dalle sue fantasie e dalle sue ossessioni. In definitiva un autoritratto. Se il progetto di Smith si risolse in un fallimento è perché ciò che aveva deciso di catturare forse non è mai esistito veramente.
Per due anni si rincorse senza trovarsi mai.

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