IL CINEMA HORROR ITALIANO IN 10 SEQUENZE

IL CINEMA HORROR ITALIANO IN 10 SEQUENZE

La recente tavola rotonda organizzata durante il Festival internazionale del cinema fantastico di Sitges, alla quale hanno partecipato Dario Argento, Sergio Martino, Lamberto Bava e Guillermo del Toro, dimostra che l’interesse nei confronti del nostro cinema dell’orrore è quantomai vivo. Nato a metà degli anni cinquanta con il film I vampiri (1955) di Riccardo Freda, si è sviluppato nei decenni successivi grazie soprattutto a registi come Mario Bava e Antonio Margheriti prima, Dario Argento e Lucio Fulci poi.
Vogliamo sottolineare l’importanza dell’horror italiano proponendo dieci sequenze tratte da alcuni titoli di grande rilievo.

L’orribile segreto del dottor Hickcock (1962), di Riccardo Freda
È senza dubbio uno dei migliori horror gotici realizzati in Italia. A proposito della regia di un film dell’orrore, Freda scrisse: «Non si può raccontare Spartaco come si racconta Il dottor Hichcock. C’è un sistema di ripresa per il film avventuroso e uno per il film dell’orrore». La storia (scritta da Ernesto Gastaldi) è simile per certi versi a quella del già citato I vampiri. Anche qui una donna creduta morta, Margaretha, moglie del dottor Bernard Hichcock, costringe il marito a donarle il sangue della seconda moglie, Cynthia, per tornare giovane.
Al tema del vampirismo, soltanto accennato, si uniscono la necrofilia e un gusto del macabro e del vetusto che contribuiscono a creare un’atmosfera del tutto particolare. Atmosfera che Freda riesce a creare anche utilizzando senza banalizzarli elementi classici del gotico e della suspense (le candele, il temporale, il vento che fischia, il gatto nero, il rumore di passi, le grida). Inoltre Barbara Steele riesce a sprigionare qui più che altrove un fascino terrorizzato e magnetico.

Danza macabra (1964), di Antonio Margheriti
Un giornalista accetta la scommessa di trascorrere la notte del 2 novembre nel castello di Lord Blackwood che si dice infestato dai fantasmi, da dove altri, prima di lui, non sono usciti vivi. Un gotico iniziato da Sergio Corbucci che utilizza temi, situazioni e immagini inedite (lesbismo, nudità, l’attrazione erotica che muove i personaggi). La filmografia di Margheriti, anche in questo senso, andrebbe studiata con maggiore attenzione. Come se non bastasse, si permette di scomodare nientemeno che Edgar Allan Poe (interpretato da Silvano Tranquilli) senza apparire blasfemo.
Sceneggiatura di Bruno Corbucci e Giovanni Grimaldi, fotografia in b/n di Riccardo Pallottini e finale estremamente suggestivo. Nel 1971 lo stesso regista lo ha rifatto pari pari, questa volta però a colori e con un cast diverso: il risultato, Nella stretta morsa del ragno, è meno riuscito ma piacevole.

Gli orrori del castello di Norimberga (1972), di Mario Bava
Uno degli ultimi grandi film gotici del cinema italiano lo firma, guarda caso, Mario Bava.
Peter, erede di un barone sadico e torturatore vissuto secoli prima, torna nel castello dove visse l’avo e che rischia di diventare un albergo per turisti stranieri. Qui viene a sapere di una leggenda secondo cui leggendo il testo riportato da una pergamena si potrebbe riportare in vita il barone.

La notte dei diavoli (1972), di Giorgio Ferroni
Ispirato al racconto “I Wurdalak” di Aleksej Tolstoj, da cui già Mario Bava aveva tratto l’episodio omonimo contenuto nel film I tre volti della paura (1963). Le differenze tra le due versioni saltano all’occhio e la dicono lunga sull’originalità con cui Ferroni affronta il genere. Diversamente da Bava, Ferroni dà poca importanza all’eleganza visiva del suo film, che anzi in certi momenti sembra addirittura scialbo e tirato via. Ma bisogna tener conto dell’epoca in cui è realizzato, e dell’influenza che sul genere (sia dal punto di vista stilistico che tematico) aveva avuto il capolavoro di Romero La notte dei morti viventi, evocato apertamente nella scena della madre e della bambina.
Il protagonista giunge in una sperduta fattoria e scopre il mistero dei Wurdalak, morti che hanno paura della solitudine e che tornano per uccidere i propri cari e condurli nell’oltretomba. Ma è tutto vero o è soltanto frutto della sua follia? Gli effetti speciali, non proprio raffinati, accentuano l’atmosfera angosciante, che raggiunge l’apice nell’insistita attenzione con cui Ferroni segue la decomposizione dei Wurdalak.

Inferno (1980), di Dario Argento
Secondo film di una trilogia sulle streghe, completata nel 2007 con La terza madre. Rispetto a Suspiria (1977), ambientato quasi tutto in una scuola di danza, Inferno si sposta da New York a Roma, due delle città dove sono costruite le residenze delle Madri (la terza è Friburgo), almeno stando a ciò che è scritto in un misterioso libro, opera dell’architetto e alchimista Varelli.
Grazie al direttore della fotografia Romano Albani, al musicista Keith Emerson e alle splendide scenografie di Giuseppe Bassan, Argento crea un film fantasmagorico che ha il respiro di una sinfonia e l’impatto visivo di un’opera d’arte. Luci, colori, tagli d’inquadratura, movimenti di macchina, dettagli, tutto contribuisce a creare un clima allucinato, delirante eppure geometrico nelle sue prospettive. Restano impresse in maniera indelebile alcune sequenze: per esempio la discesa nella cantina allagata alla ricerca di una chiave.

Paura nella città dei morti viventi (1980), di Lucio Fulci
La costruzione del plot, in cui le singole scene si susseguono senza una necessità forte, impediscono allo spettatore di godere dello spettacolo dell’orrido, che dunque finisce per non assolvere la sua funzione catartica: l’occhio di chi vede sanguina come quello dei personaggi, perché non c’è alcun riparo consolatorio.
Non vi è lieto fine, né vi sono eroi o interpretazioni di particolare bravura che possano in qualche modo mitigare l’effetto delle scene più scioccanti. Anzi, Fulci brutalizza proprio i due attori di maggior richiamo (in cui in teoria lo spettatore avrebbe potuto identificarsi), vale a dire l’americano Christopher George, il duro di tanti western, e la svedese Janet Agren, sex-symbol degli anni Settanta.

Antropophagus (1980), di Joe D’Amato (Aristide Massaccesi)
Secondo lo sceneggiatore e interprete Luigi Montefiori (George Eastman), inizialmente la vicenda doveva avere un taglio diverso ed essere maggiormente incentrata sulla figura del cannibale. Il successo in quel periodo di Venerdì 13 portò a farne quasi un body-count.
Un gruppo di turisti in vacanza nel mare Egeo si ferma in un isola greca, la stessa dove, nel prologo, sono stati massacrati da un misterioso assassino due giovani tedeschi. Quasi tutti i componenti della comitiva vengono uccisi, finché si scopre che il maniaco è un uomo che tempo prima era impazzito in seguito a un naufragio. Alcune scene di Antropophagus sono entrate di diritto nella storia del cinema estremo: soprattutto quella in cui il cannibale estrae il feto dal ventre della donna incinta (interpretata da una Serena Grandi agli esordi), divorandolo, e la scena finale in cui si ciba delle proprie viscere.

Zeder (1983), di Pupi Avati
Ancora una volta Avati sceglie di ambientare il film nella sua terra, tra Bologna e Rimini, anche se la parte iniziale si svolge a Chartres. Proprio i luoghi rendono Zeder particolarmente intrigante, più che la storia, scritta dallo stesso Avati insieme al fratello Antonio e a Maurizio Costanzo, poiché non tutto, man mano che si arriva all’epilogo, risulta chiaro.
Il protagonista è uno scrittore a cui la fidanzata regala una macchina per scrivere elettrica, nel quale l’uomo trova un nastro con ancora impresso uno strano e inquietante testo. Indagando, lo scrittore scopre che la macchina apparteneva a un prete cacciato dalla chiesa per via di alcune sue ricerche che lo avevano portato alla scoperta di determinati terreni, denominati terreni K, i quali permettono ai morti di risorgere. Notevoli soprattutto gli ultimi venti minuti, con l’immagine davvero terrificante del morto che esce dalla tomba ridendo.

Dèmoni (1985), di Lamberto Bava
Uno dei maggiori incassi del 1985 e l’ultimo horror italiano di grande successo. L’azzeccata frase di lancio era: «Faranno dei cimiteri le loro cattedrali, e delle città le vostre tombe». Una ragazza, Sharon, riceve da uno sconosciuto con una placca di metallo che gli copre parte del volto due biglietti per la prima di un film dell’orrore al cinema Metropol di Berlino. Il film nel film narra di come Nostradamus avesse previsto l’avvento dei dèmoni sulla Terra. Sia nella pellicola proiettata sullo schermo che nella sala cinematografica, qualcuno si punge con una maschera demoniaca e dà il via al contagio.
Dèmoni non è qualitativamente all’altezza della precedente produzione di Dario Argento, Zombi (1978) di George Romero (a cui si ricollega nel finale, con l’elicottero che sfonda il tetto e la città ormai preda dei mostri), ma resta un buon film. Bava riesce a dare un ritmo vorticoso alla narrazione, cosa non facile considerato che la prima mezz’ora scorre su un doppio binario. L’idea del film nel film è particolarmente azzeccata, anche perché permette di raddoppiare gli orrori. L’uso della musica hard-rock e heavy-metal, già sperimentato da Argento in Phenomena, completa l’opera, aggiungendo alla violenza parossistica un martellamento sonoro quasi costante.

Spettri (1987), di Marcello Avallone
Scritto insieme a Maurizio Tedesco e Andrea Purgatori (il quarto sceneggiatore accreditato, Dardano Sacchetti, non ha partecipato attivamente alla stesura dello script) con il proposito evidente di replicare il successo di Demoni. Grazie alla buona cultura di genere e alla passione con cui Avallone costruisce il film, Spettri risulta un horror discreto.
La vicenda non offre sostanziali novità, elaborata su un soggetto più volte sfruttato: un gruppo di studiosi porta alla luce la tomba di alcune antiche e crudelissime divinità pagane. Risvegliati dalla profanazione, gli dei cominciano a seminare morte e terrore. Avallone sceglie uno stile di regia più classico, non esagerando né con il ritmo né con gli effetti gore e citando classici del fantasy come Nosferatu e Il mostro della laguna nera. Riesce comunque a creare una buona suspense nel finale.

 

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