ICONE POP, ROCK, FUNKY: LA STRATOCASTER C’È

ICONE POP, ROCK, FUNKY: LA STRATOCASTER C’È

La Stratocaster. È un’icona, sono tutti pazzi di lei: ragazzi nei garage, stelle del pop, del rock e del blues, ieri e oggi. Ma perché?

È antiquata, piena di difetti, sicuramente migliorabile, ma la Fender Stratocaster non accenna a lasciare il suo posto sul podio delle chitarre più amate di sempre.

Appena la colleghi all’amplificatore, inizia a ronzare come una mandria di calabroni selvaggi. Ha poco volume, standard di qualità altalenanti, il ponte tremolo la fa scordare continuamente, e lo stesso design, se comparato alle finiture della concorrenza Gibson o PRS, è un po’ povero ed essenziale.

E poi quelle infinite varianti, fabbriche, versioni nuove e usate, USA, Mexico, Japan, pre-CBS, post CBS… un ginepraio inestricabile! Ogni chitarrista sa che scegliere una Strat richiede uno sbattimento pazzesco, e quelle americane non costano nemmeno poco rispetto all’intuibile costo di produzione, certamente inferiore a quello della concorrenza.

Ma allora, perché la Fender Stratocaster è la chitarra più pop e desiderata al mondo? La più copiata, la più venduta, quella con il design leggendario che è diventato simbolo e rappresentazione oggettiva della chitarra elettrica per antonomasia?

Perché dopo sessant’anni dalla sua nascita nel garage di Leo Fender riscuote ancora l’ammirazione e direi l’adorazione dei fan? E perché ha un appeal quasi sessuale che, a dispetto di tutti i suoi difetti, le ha dato la fama di migliore chitarra elettrica del mondo?

Eppure a metà degli anni ’60 non era così: anzi, nell’epoca pre-Hendrix, il calo di vendite aveva indotto Fender a una drastica riduzione della produzione di Stratocaster. E forse, se non fosse stato per Hendrix, la storia della Stratocaster sarebbe finita lì.

Statistiche di vendita alla mano, la rinascita che ne fa la chitarra number one è databile agli anni ’80.
Ed è una riscossa che nasce da un banale corto circuito.

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Né Dick Dale né Buddy Holly, e nemmeno Jimi Hendrix avrebbero salvato la Stratocaster dall’oblio. Dopo un picco dovuto a questi fuoriclasse, le vendite continuano a calare fino agli anni ’80, nonostante l’enorme influenza musicale esercitata da questi musicisti anche nei decenni successivi. E se è vero che anche alla fine degli anni ’70 molti chitarristi di influenza hendrixiani e non usavano la Strat (pensiamo a Ritchie Blackmore dei Deep Purple), Gibson et similia rimanevano le numero uno, soprattutto nel rock duro che andava affermandosi (Jimmy Page dei Led Zeppelin) e la Stratocaster faticava ancora a stare sul mercato.

Nemmeno glam rock, prog rock, il punk e la nuova ondata di fine anni ’70 avevano fatto della Strat lo strumento d’elezione: Telecaster e Gibson la facevano ancora da padrona.
Ma qualcosa stava succedendo. Un modding quasi casuale, un falso contatto, l’estro di un chitarrista. Ed ecco che nei generi funk e disco la Strat comincia a rivelarsi come uno strumento indispensabile (ascoltate gli Chic, quelli di Le Freak). È una magia. I chitarristi funky hanno scoperto che se si incaglia l’interruttore a tre vie della Strat tra le due posizioni di arresto, in modo tale che due pickup operino insieme, si ottiene un suono unico che nessun’altra chitarra in commercio può produrre. In più, è un tono frizzante, davvero interessante e incredibilmente funky che diventa subito una sorta di marchio distintivo del genere.  Un suono che è del funky, come di nessuno stile musicale precedente.

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È il 1977, siamo in piena era Disco e Fender, fiutata l’aria, decide di montare un selettore a cinque vie al posto del precedente a tre. Fino a quel momento due quinti della personalità che la Strat aveva restavano celate dietro allo switch a tre vie.

Non occorre più cercare da soli quel suono della terra di mezzo, cortocircuitando artificialmente il selettore in una posizione in cui non dovrebbe stare. È la riscossa. L’interruttore a cinque vie arriva appena in tempo a salvare una chitarra in crisi d’identità, che adesso scopre di averne non una, ma mille, e forse di più.

Sono gli anni 80, e la nuova plettrata pulita e frizzante ma corposa e caratteristica è diventata di tendenza nella musica pop. Non c’è più alternativa alla Strat. Il nuovo settaggio, con i pickup centrale ponte/manico, ha definito e caratterizzato il suono di chitarra pop degli anni ’80.
La Les Paul non poteva produrlo, la ES-335 non poteva produrlo, e nemmeno la Fender Telecaster poteva. Occorreva una Strat.

Contemporaneamente, anche nel mondo del rock allora d’avanguardia, la mania di personalizzazione della fine degli anni ’70 aveva portato la Stratocaster fuori dal pantano, al centro della scena. Manico avvitato, facilmente sostituibile e impianto elettrico montato sul battipenna sono la base perfetta per la personalizzazione, e i rocchettari sono sempre più attratti da alcuni dei nuovi effetti che, uniti all’uso sfrenato della whammy bar, attizzano le loro orecchie. Ora i produttori di terze parti, pickup, switch, megaswitch, push-pull, meccaniche, ponti vibrato più performanti, manici scalloped e una più ampia gamma di effetti elettronici lavorano per affrontare le carenze della Strat. E la Stratocaster può finalmente sottomettere la sua eterna rivale Gibson Les Paul.

Tra le mani dei guitar hero spuntano le mitiche super-strat che, come è risaputo, hanno travolto il mercato della chitarra rock negli anni ’80. Molte di queste special sono costruite da terzi e differiscono enormemente da quella originale del 1954, ma sono ancora “a forma di Stratocaster”, sono imbullonate insieme come una Stratocaster e vengono riconosciute dal grande pubblico come delle Stratocaster.

Anche se magari hanno un humbucker, il Floyd Rose e dodici switch, anche se le produce Jackson, Ibanez o Pinco Pallino Inc.

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La Frankenstein guitar di Van Halen ne è un esempio eclatante, ma nemmeno Brian May o Malmsteen o lo stesso Blackmore hanno lasciato la propria Strat così come esce dalla Fender factory. Un po’ come la Citroen Xsara che guidiamo tutti i giorni e quella che ha vinto il mondiale rally.

1990: Il suono è mio e me lo gestisco io. Se gli anni ’80 furono un decennio di novità, gli anni ’90 hanno visto la chitarra elettrica tornare alle sue radici. Il rilancio del blues nei primi anni ’90 avrebbe potuto ristabilire il dominio di chitarre più adatte al genere. Ma in realtà molti dei protagonisti di quella rinascita continueranno a suonare una Stratocaster. Eric Clapton, Robert Cray, Buddy Guy, Bonnie Raitt, Jimmie Vaughan e il fratello Steve Ray, Otis Rush utilizzano strumenti d’epoca, o comunque basati sul progetto originale.

Ed è interessante notare che il nuovo Strat sound è molto importante anche per questa riscoperta del blues: non era perfetto solo per funk, disco e pop anni ’80, funzionava anche per il ritorno alle radici del blues.

Per moltissimi chitarristi, i primi anni ’90, grazie anche all’incessante campagna pubblicitaria Fender, sanciscono dunque la consacrazione della Stratocaster a icona pop.

Ogni chitarrista influente che ha suonato una Fender Strat nel corso degli anni ha il suo suono unico, riconoscibile, inconfondibile. Pur usando la stessa chitarra, il suono che produce è totalmente diverso da quello di qualsiasi altro. Stevie Ray Vaughan non ha nulla in comune con Nile Rodgers, e Mark Knopfler è lontano mille miglia da Ritchie Blackmore.

David Gilmour, altro Strat-hero, dichiarò in un documentario di quel periodo di avere scelto la Stratocaster come strumento principale quando si era reso conto che più di ogni altra gli permetteva di esprimere la sua personalità. E penso che questa sia la seconda chiave del successo della Stratocaster: con una Les Paul, è come se fosse la chitarra a caratterizzare il sound, molto più del chitarrista. Le Strat hanno sempre fatto faticare di più, con smanettamenti, modifiche e accessori, e ancora ci fanno penare per trovare quella “giusta”. Ma quello che il pubblico ascolta non è la Fender Stratocaster, bensì il chitarrista. Il suo suono unico per un musicista che vuole essere inconfondibile nel mare magnum del rock business è il Sacro Graal.

Se si riesce a suonare come nessun altro chitarrista al mondo, a giudicare dalla storia, una Strat è la scelta migliore. La Stratocaster è trasparente, personalizzabile, camaleontica, docile, arrendevole.

Ecco perché piace. Ella è una, nessuna e centomila.

Ed ecco che la popolarità eccezionale di questo strumento non è più un mistero. La Fender Stratocaster è la via per il Sacro Graal, e questo non ha prezzo.

Tutto questo articolo è confutabile e confutato da svariati personaggi, circostanze, fatti ed eventi, ma è pur sempre un pezzetto di verità.

stratocaster story

Strat official site

Strat story timeline

1 commento

  1. […] un pochino nell’ascoltatore la sensazione amara che nessun musicista potrà più suonare una Stratocaster con le stesse […]

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