I PIRATI CHE DISTRUSSERO IL MONDO ANTICO

I PIRATI CHE DISTRUSSERO IL MONDO ANTICO

Questa è l’incredibile storia dell’identificazione dei Popoli del mare e della loro avvincente epopea: vedremo Ramses III vantarsi di vittorie mai riportate, leggeremo la lettera di un re preoccupato per i pirati, incontreremo due grandi archeologi, un francese molto per bene e un inglese acclamato e poi disonorato. E un team di scienziati intenti a decifrare per anni antichi geroglifici.

(Le datazioni sono in Era Comune, abbreviata in e.c. = era comune, a.e.c. = avanti l’Era comune. La nuova terminologia è stata adottata per evitare riferimenti religiosi che non si addicono alle culture che nulla hanno a che vedere con il cristianesimo. In pratica, il 2018 e.c. e il 2018 dopo Cristo sono lo stesso anno e avanti Cristo si scrive a.e.c.). 

Londra 2017 e.c. Gli inglesi sono un popolo di corsari, cioè pirati sotto l’egida della Corona. Ne incontro uno fuori dalla stazione di King’s Cross. Pesante giacca blu da marinaio, barba bianca incolta, occhi chiari come l’acqua intorno a Tortuga. “Ti procurerò un maledetto brigantino”, dice mentre mi artiglia una spalla, “e venti barili di rum!”. Serviranno come zavorra per uscire da Plymouth, o saranno tracannati prima ancora di lasciare il porto? Caracolla verso i Docks e temo che non lo vedrò per molto tempo.

Cutty Sark, Queen of the high seas, son of Thunder

Vorrei navigare nel Mar Mediterraneo verso la baia di İskenderun, o Golfo di Alessandretta, e vedere il profilo della costa turca che reca il segno del distacco dell’isola di Cipro, la quale ancora scivola lentamente verso sud-ovest. Da quella baia ampia e riparata partirono i corsari che devastarono le ricche città costiere di Siria, Palestina, Cipro, Creta ed Egitto.

 

Il golfo di İskenderun, prospiciente l’Isola di Cipro

Prima però vado a conoscere il figlio di un archeologo-filibustiere dei nostri tempi, che tra i documenti del padre scoprì una mappa del tesoro rimasta occultata per più di un secolo.

Egitto 1180 a.e.c. ottavo anno di regno di Ramses III. Una invasione improvvisa e violenta di predoni sconvolge il delta del Nilo. Vengono saccheggiati templi, villaggi e città, e poi, veloci come sono arrivati, i pirati scompaiono riprendendo il mare con le loro navi cariche di immensi tesori. L’iscrizione di Medinet Habu, il tempio funerario di Ramesse III, li menziona come nazioni o popoli stranieri del mare e celebra la vittoria del faraone su queste genti. Ma la battaglia non vi è mai stata. L’invasione era a scopo di rapina, non di conquista territoriale e gli stranieri del mare si sono dileguati prima che un esercito fosse apprestato.

Bassorilievo di Medinet Habu, che illustra la inesistente vittoria di Ramses III sui Popoli del mare.


Ugarit
, città costiera distrutta attorno a 1180 a.e.c. mentre vi regnava Hammurabi (da non confondere con l’omonimo grande re di Babilonia vissuto secoli prima). Qui vengono alle luce le tavolette con quattro lettere indirizzate ad Hammurabi dal re di Cipro Eshuwara. Dalla lettura si deduce che il re di Cipro avverte Ugarit di numerose navi straniere nelle acque cipriote, mentre, da tavolette precedenti, si evince che Hammurabi aveva richiesto ai ciprioti ulteriori informazioni in merito all’avvistamento di venti imbarcazioni nemiche, di cui si chiedeva la localizzazione.

In una lettera proveniente da Cipro, conservata negli archivi di Ugarit, si legge: «Al tempo di mio padre furono avvistate le prime navi dei nemici: ogni città fu bruciata e malvagità furono condotte in tutto il mio paese. Non sa forse mio padre che tutte le mie truppe e i miei carri si trovano nella terra di Hatti [Ittiti] e che tutte le mie navi si trovano nella terra dei Lukka? Così il paese è abbandonato a sé. Mio padre possa sapere che sette navi nemiche sono giunte sin qui e che hanno inflitto gravi danni».

Una lettera in cuneiforme su tavoletta di argilla


Grecia 1180 a.e.c.
A Pylos, nella Grecia continentale, alcune tavolette in lineare B usato dai micenei (gli achei di Omero), riportano notizie di devastazioni e saccheggi provocati da bande di guerrieri a bordo di navi che razziarono le coste delle isole greche.

Il fatto che varie civiltà, tra cui l’ittita (nell’attuale Turchia centrale), la micenea e il regno dei mitanni (tra Turchia e Siria) ebbero un crollo attorno al 1175-1180 a.e.c., conferma l’ipotesi che la causa di queste distruzioni siano state scorrerie piratesche che probabilmente partivano da un unico luogo e dirette da un unico progetto.

Londra 2012 e.c. È appena mancato, all’età di 86 anni, James Melaart, il famoso archeologo inglese che portò alla luce uno dei più importanti ed estesi insediamenti neolitici: Çatalhöyük in Turchia. Dopo anni di scavi, Melaart fu espulso dal paese per un  presunto coinvolgimento in un traffico illegale di oggetti antichi.

La sua carriera ne fu inevitabilmente compromessa e, dopo il 1966, si dedicò all’insegnamento.

Il sito neolitico di Çatalhöyük in Turchia

James Melaart

Al figlio toccò l’arduo compito di mettere ordine nei documenti paterni, compito che eseguì in modo egregio e che portò a una scoperta sensazionale.

Tra le migliaia di appunti, relazioni e lettere, scoprì molti fogli ingialliti coperti da strani segni. Parevano geroglifici, ma di un tipo molto raro e poco studiato. Questi fogli erano stati compilati da un noto archeologo, grecista e accademico francese, George Perrot, deceduto nel 1914. Come siano venuti in possesso di Melaart resta un mistero, in quanto egli nacque nel 1925 e quindi non poté conoscere personalmente Perrot. In ogni caso Melaart non li degnò dell’attenzione che avrebbero meritato, così la mappa del tesoro rimase nascosta.

Georges Perrot


1878 e.c. Turchia
, villaggio di Beyköy. Tutti gli uomini del villaggio stanno lavorando allo scavo delle fondamenta per la loro nuova moschea. Improvvisamente viene alla luce una lastra di pietra arenaria lunga 10 metri e alta 35 cm, che riporta la più lunga scritta geroglifica nota dell’età del bronzo. La notizia raggiunge George Perrot, che fortunatamente si trova in Turchia per sovraintendere ad altri scavi. Raggiunge velocemente Beyköy e copia l’iscrizione, prima che la stele sia utilizzata dagli abitanti del villaggio come sacra pietra di fondazione della loro moschea.

Si suppone che Perrot abbia riportato in Francia la copia dell’iscrizione per sottoporla agli studiosi di lingue orientali antiche, ma probabilmente non trovò nessuno in grado di decifrarla. Qualcuno degli studiosi la inviò successivamente a Melaart, esperto in archeologia turca, che purtroppo la seppellì soltanto sotto le sue innumerevoli scartoffie.

Svizzera 2012- 2017 e.c.  L’iscrizione viene consegnata al dottor Eberhard Zangger, geologo e archeologo svizzero. A livello internazionale è conosciuto per la sua tesi sulla presenza di un’area culturale luvia nell’Asia Minore occidentale nel II millennio a.C. ed è il presidente della fondazione di studi luvi.

Eberhard Zangger

Zangger forma rapidamente un team di ricercatori ed esperti linguisti svizzeri e olandesi, e dopo 5 anni di studi e ricerche può presentare al mondo i sorprendenti risultati.

Innanzi tutto la lastra è in luvio, lingua che appartiene alla famiglia dell’indoeuropeo, scritta mediante un insieme di segni classificato come geroglifici anatolici. È un peculiare sistema di scrittura attestato nell’Anatolia centrale nel II millennio a.e.c. costituito da circa cinquecento segni. Utilizzato principalmente nelle iscrizioni monumentali, ma anche su sigilli, riguarda la scrittura detta luvio geroglifico, mentre nelle pratiche di tutti i giorni si usava la scrittura sillabica cuneiforme.

Siamo ai confini del regno degli Ittiti, che parlavano il primo idioma indoeuropeo a essere attestato per iscritto. In India l’indoeuropeo diede origine al sanscrito e in Europa al greco e al latino e a quasi tutte le lingue europee moderne.

La decifrazione è stata possibile perché le iscrizioni in lingua ittita, che utilizzavano i segni del cuneiforme, erano già state ampliamente decrittate, e la struttura dell’ittita era sufficientemente conosciuta per passare alla traduzione del luvio geroglifico.

Dopo cinque anni di studi, nell’ottobre del 2017 i ricercatori poterono offrire la completa traduzione della stele ritrovata a Beyköy. La lastra deve ancora trovarsi sotto il pavimento della moschea del villaggio. Anche se finora nessun permesso è stato accordato dal governo turco per eseguire gli scavi necessari.

Moschea di Beyköy


Ecco il contenuto della stele.
Il re luvio, Kupanta-Kurunta, re di uno stato anatolico dell’età del Bronzo conosciuto come Mira, narra come pochi anni prima i regni di quelle zone si accordarono per depredare civiltà molto più ricche e avanzate, partendo con una flotta dalle coste meridionali della Turchia, prospicienti l’isola di Cipro. Con orgoglio e fierezza vengono descritte le razzie e le incursioni piratesche, che ai partecipanti assicurarono un enorme bottino.
L’orgoglio per un’azione ben riuscita e congeniata traspare dal testo, forse anche un poco di rammarico per le passate glorie, ma sicuramente una felicità senza pari per tutte le ricchezze che i pirati poterono suddividersi. Non fa menzione di litigi e contese che la spartizione di un così grande bottino avrà senz’altro causato, né di libagioni a base di birra egiziana o di vino cretese, ma non ci vuole molto ad immaginare i pirati ebbri di alcol e di oro che festeggiano la riuscita delle loro spedizioni.

La stele fu fatta erigere nel 1190 a.e.c. e dobbiamo essere grati al re di Mira per aver fatto incidere questa impareggiabile storia, che lo elegge come un fine storicista e uno dei capi pirati più efferati e spietati, che portò al collasso con le sue incursioni le raffinate civiltà mediterranee dell’età del bronzo intorno al Mediterraneo orientale, salvo quella egizia.

L’iscrizione in luvio ricopiata da Georges Perrot – particolare


Golfo di
İskenderun verso il 1180 a.e.c. I luvi sono ormai parte integrante di una coalizione marittima di popoli del vicino oriente, che si sono confederati per rapide spedizioni di saccheggio verso le ricche città costiere del Mediterraneo orientale. I giuramenti sono stati fatti, gli impegni presi, qualche rito sacrificale di certo celebrato, mentre le navi aspettano alla fonda di solcare il mare a caccia di tesori.

Gli altri popoli che aderirono a quell’accordo piratesco provengono dalle aree che comprendono le regioni dell’odierna Turchia orientale sino al lago di Van a nord-est, i dintorni dell’attuale città irachena di Mossul a est, i regni siriani di Aleppo a sud, le tribù che controllavano lo sbocco sul mare davanti all’isola di Cipro (forse i Lukka), cioè il golfo di Alessandretta, e le genti dell’antica Ikonion a ovest, ora città turca di Konia.
Come si vede devono essere state radunate centinaia, forse migliaia di persone, equipaggiate con molte navi, decise a procurarsi oro, argento e bronzo, metalli faticosamente estratti e depurati che valevano davvero una fortuna, sia come insegne di status, che come materia prima per la produzione di armi in bronzo.


Foto di vasi e gioielli dell’area mediterranea del II millennio a.e.c.

Le incursioni furono sicuramente più di una, visto il successo e il ricco bottino riportato nel loro porto ben protetto. Si può dire che il golfo di İskenderun fosse la base dei pirati del primo millennio a.e.c., come l’isola di Tortuga fu il rifugio dei pirati dei Caraibi nel Seicento.

Isola di Tortuga, Caraibi

Città di Alessandretta sul golfo di İskenderun


Porto di Alessandretta
2018 e.c. La città venne rifondata da Alessandro il Macedone dopo la vittoria sui persiani nella battaglia di Isso del 333 a.C., che si svolse ad appena 37 chilometri dal sito dove sorge la città, tanto da consegnarle il nome di Alessandria di Isso.

Oggi è uno dei più grandi porti della Turchia sul Mediterraneo e un importante centro industriale, sede delle acciaierie İsdemir, le più grandi della Turchia. İskenderun/Alessandretta ha una vita sociale attiva e moderna con ottimi hotel per i turisti, ristoranti e caffè che si affacciano sul lungomare. Le colline circostanti sono abbellite da vaste coltivazioni di alberi da frutta tra cui aranci, mandarini e limoni oltre ad alcuni frutti tropicali come il mango.

Navi che solcavano il Mediterraneo alla fine del II millennio a.e.c.

Aspetto di scorgere il brigantino con i venti barili di rum, ma nulla appare all’orizzonte. Forse si è incagliato in una secca, forse è all’ancora nel porto di Cnosso, forse è stato fermato a Famagosta, oppure non è mai partito… Ma preferisco pensare che il mio corsaro abbia trovato un’antica mappa del tesoro e stia veleggiando verso il sole dei Caraibi!

 

7 commenti

  1. “e.c.” non si addice alla nostra cultura, ma sai non bisogna offendere… certe persone inesistenti.

    • Veramente la vecchia datazione offendeva me, che non sono credente.

  2. E.c non mi piace. Non fa parte della cultura che tutti conosciamo. Non plssiamo alzarci la mattina e modificare i “nomi delle cose”. Credenti e non credenti sui libri di storia abbiamo trovato altre sigle. Che poi, per chi non crede, dire cristo o dire mario è la stessa cosa, per cui non capisco questo accanimento inutile. Allora a me non piace la parola ippopotamo e farò documentari televisivi su quello stesso animale chiamandolo “grifondoro”. Siamo saggi per favore

  3. Il fisico Carlo Rovelli nei suoi libri (Adelphi) utilizza lo stesso tipo di datazione. Poco a poco ci sará la sostituzione del piú corretto metodo.

    • Grazie del tuo appoggio. Cosa vi è di più unificante di un’Era Comune?

  4. Su un articolo che butta luce su uno dei misteri più interessanti della storia antica. Quello che scuote le menti è la dicitura a.e.c.? Gio Bhumi articolo interessante. Hai i riferimenti di studi ufficiali sull’argomento? Specie sulle traduzioni e se vi sono notizie sui shardana.

    • Non sono ancora riuscita a trovare la traduzione letterale del testo con i geroglifici del luvio a fronte. Vi saranno certamente le pubblicazioni della fondazione svizzera di studi luvi, ma non sono disponibile nel web, ma non smetto di cercare. Per quanto riguarda gli Shardana, i testi egizi li indicano come ŠRDN, come sai nei geroglifici non ci sono indicazioni delle vocali. Qualcuno ipotizza che fossero i Sardi, ma le ultime indagini li indicano come Sherdana, una popolazione siriana, di più purtroppo non so dire.
      Anch’io ho notato che ciò che più ha colpito i lettori sia stata la nuova datazione. Penso che ci vorrà un po’ di tempo affinchè tutti i testi di studio la adottino e che diventi prassi “comune”. Grazie del feedback.

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