I TASCABILI NERI DA DIABOLIK A… HITLER?

I TASCABILI NERI DA DIABOLIK A… HITLER?

Con il successo dei tascabili nati con Diabolik e proseguiti con gli erotici, qualcuno pensò di dedicarne uno al peggiore dei criminali: Adolf Hitler!

Angela Giussani lancia il primo tascabile “nero” nel 1962: Diabolik, pubblicato dalla sua casa editrice Astorina. Due anni dopo Max Bunker (Luciano Secchi) e Magnus (Roberto Raviola) per l’Editoriale Corno rincarano la dose, in fatto efferatezze e lingerie, con Kriminal e Satanik. Sempre Bunker e Magnus nel 1966 creano Gesebel, il primo tascabile erotico vero e proprio. Però i due si fermano lì, anzi indietreggiano di fronte alle denunce dei moralisti.
Nello stesso anno Renzo Barbieri è il primo editore di fumetti esplicitamente erotici, con la Editrice 66, presentando i tascabili di Isabella e Goldrake. Dopo avere rischiato il fallimento a causa degli scarsi mezzi economici, Barbieri insieme a Giorgio Cavedon fonda la casa editrice Erregi e il numero dei titoli aumenta rapidamente. All’inizio degli anni settanta i due soci si separano: Renzo Barbieri diventa editore della Edifumetto e Giorgio Cavedon della Ediperiodici.
I diritti dei loro fumetti vengono venduti in Francia e in altri Paesi europei, ma non in Spagna, dove lo impedisce la dittatura del cattolicissimo Francisco Franco.

Facciamo un salto ancora più indietro, fino al 1936, quando, dopo la fine della monarchia, alle elezioni spagnole vinse il Fronte popolare formato da vari partiti di sinistra, soprattutto socialisti e comunisti.
Inebriati dalla vittoria, i gruppi più estremisti, soprattutto i numerosi anarchici che pure non avevano partecipato alle elezioni, si diedero a gravi violenze verso religiosi e imprenditori.
Se in Italia dopo il “biennio rosso”, durante il quale i comunisti cercarono di fare la rivoluzione come in Russia, si impose il partito fascista di Benito Mussolini ottenendo la maggioranza relativa alle elezioni, in Spagna intervenne l’esercito: i militari capeggiati dal generale Francisco Franco, sostenitori della monarchia pur in mancanza di un re, dichiararono guerra alla repubblica di sinistra.

A dare indirettamente una mano a Franco furono i comunisti, in minoranza rispetto agli altri partiti di sinistra, ma sostenuti dall’Unione Sovietica. I sovietici avevano sempre fatto piazza pulita dei concorrenti di estrema sinistra, sin da quando Lenin mandò Lev Trotsky a fucilare in massa i marinai libertari e anarchici di Kronstadt. Così, più che combattere Franco, i comunisti si scagliarono, con successo, sui disorganizzati anarchici.
Mentre oggi davanti a una guerra civile come quella spagnola i movimenti giovanili occidentali si limiterebbero a organizzare qualche girotondo a favore della pace, all’epoca molti volontari italiani (spinti anche dal governo fascista) andarono a combattere per Franco, mentre altri giovani da tutto il mondo combatterono per i repubblicani. Tra questi ultimi c’era il giornalista George Orwell, che vedendo i metodi usati dai comunisti contro gli anarchici tornò in patria per scrivere libri di denuncia del totalitarismo come il favolistico “La fattoria degli animali” e il distopico “1984”.

In realtà Francisco Franco, essendo un clerical-reazionario come Hergé, l’autore di Tintin (ne abbiamo parlato qui), disprezzava la dittatura laica di Adolf Hitler (benché questi lo avesse aiutato nella guerra civile, sia pure molto meno di Mussolini e facendosi pagare). D’altra parte pure a Hitler ripugnava quel clericale monarchico e così i due non arrivarono mai a una alleanza militare. Questa mancata compromissione con il nazismo permise a Franco di far durare la propria dittatura dal 1939, anno in cui sconfisse i repubblicani, fino alla sua morte, avvenuta nel 1975.

Ricordo che quando Franco, alcuni mesi prima di morire, aveva condannato alla garrotta tre membri dell’Eta, noi del movimento degli studenti facemmo la guerriglia urbana per le strade di Milano (ero in prima superiore) mentre un gruppo incendiava con le molotov i locali della compagnia aerea spagnola Iberia.
Sicché, diversamente da voi fighetti, posso vantarmi di avere combattuto il franchismo.

Francisco Franco aveva preso con sé il principe Juan Carlos in vista della sua salita al trono, senza però farlo partecipare al governo per non comprometterlo, ben sapendo che il re avrebbe portato la Spagna alla democrazia. Infatti, nella seconda metà degli anni settanta la Spagna divenne un paese democratico.
Di conseguenza si allentò la censura sulla stampa, permettendo anche ai tascabili porno della Ediperiodici e della Edifumetto di essere tradotti in spagnolo con successo. La censura divenne ben presto così liberale che i due editori italiani se ne lamentarono, perché divennero improponibili le loro prime annate con disegni ancora sessualmente poco espliciti.

In questo quadro, per cavalcare l’onda del successo ottenuto dai fumetti erotici italiani, una casa editrice spagnola, la Mercomic, decise di produrre in proprio alcuni tascabili, cominciando con un “personaggio nero” di sicura presa: Adolf Hitler.


Si tratta di una miniserie di sei numeri uscita nel 1977. Non sono riuscito a risalire agli autori: posso solo dire che il disegnatore ricorda parecchio Lorenzo Lepori, il quale negli anni ottanta diverrà una colonna portante della Ediperiodici. Però non credo sia lui, perché nel 1977 Lepori era l’art director della casa editrice di Max Capa: lo incontravo spesso in redazione, dato che vi collaboravo.

La storia inizia dalla fine della guerra, quando l’Armata rossa cannoneggia su una Berlino ormai rasa al suolo dai bombardamenti aerei anglo-americani.

Nell’angusto bunker sotto la cancelleria del Reich, Adolf Hitler assiste al disfacimento della potenza tedesca e all’abbandono dei suoi vecchi sostenitori.

Certo che come personaggio porno Hitler non regge, ma si sarebbe potuto sfruttare meglio la sua fidanzata Eva Braun, che non era malaccio (soprattutto secondo le convenzioni cinematografiche dell’epoca, o di dieci-venti anni prima).

Fin qui la ricostruzione storica del fumetto è stata meticolosa, diversamente dai tascabili italiani dove tutto è tirato via con grandi svarioni. Eppure il discorso che Hitler fa al proprio segretario Martin Borman comincia a portarci sulla strada della fantasia: sembra esserci un piano per fare sopravvivere il dittatore alla catastrofe. Il che va contro tutte le testimonianze in nostro possesso. Hitler aveva deciso di suicidarsi per non fare l’ingloriosa fine di Mussolini o, peggio, essere portato in giro come una scimmia dai russi vincitori.


Borman si mette d’accordo con un ragazzotto, un certo Beetz, per organizzare il piano di Hitler (siamo ancora nella ricostruzione fantasiosa).

Tra parentesi, ancora oggi non sappiamo di preciso che fine abbia fatto Martin Borman: si pensa sia rimasto ucciso durante i bombardamenti.

Dopo avere passato in rassegna le ultime reclute, cioè dei ragazzini in divisa, e fatto fucilare uno di coloro che l’hanno tradito per vigliaccheria, Hitler fa distruggere i documenti del regime.

Mentre Beetz mette in azione il piano di Borman, nel bunker Adolf Hitler sposa Eva Braun durante una mesta cerimonia.

Hitler uccide con il cianuro la neomoglie, ma invece di avvelenarsi a sua volta e spararsi al contempo un colpo di pistola in bocca (come farà nella realtà), apre un passaggio segreto preparandosi alla fuga organizzata dal fido Borman e messa in atto da Beetz.

Finisce qui il primo dei sei tascabili.

Nelle ultime pagine alcune tavole del prossimo numero.


Nella controcopertina si spiega che la serie è ispirata alla teoria, a me sconosciuta, dello “psicoanalista” Hans Dieter Müller.
Secondo la quale Hitler si sarebbe salvato per poi finire nelle mani dei russi.

In realtà, quando i russi arrivarono al bunker trovarono i corpi semicarbonizzati di Adolf Hitler ed Eva Braun.
Per essere sicuri che fosse il cadavere del dittatore tedesco cercarono il suo dentista, ma trovarono solo l’assistente, alla quale chiesero la cartella clinica di Hitler. La donna non poteva procurarla, ma disegnò a memoria l’arcata dentale del dittatore, che corrispondeva esattamente con quella del cadavere.
Dal corpo di Hitler furono prelevati dei campioni da spedire a Mosca, il resto venne sotterrato in una località segreta di Berlino insieme al cadavere di Eva Braun.

(Chi è interessato a queste tematiche può visitare il gruppo IMMAGINARIO NAZI*ANTINAZI).

 

Contatto E-mail: info@giornale.pop

13 commenti

  1. Beh, c’è la Storia (quella, appunto, con S maiuscola), c’è storia del costume, ci sono ricordi autobiografici (“Sicché, diversamente da voi fighetti, posso vantarmi di avere combattuto il franchismo.” Mi fai morire, Sauro 😀 ), e c’è fumetto. Cosa si può volere di più in un afoso pomeriggio estivo? Io sono ben soddisfatto: grazie!

  2. Mah, che pensare di questo caldo che ottenebra la mente?
    Pur ottenebrato come sono mi ricordo però bene quando nel 1944 tirai un grosso sasso che colpì un soldato tedesco che passava dall’altro lato della casa, opposta a quella di mio nonno Arturo: eravamo tuti alloggiati, noi componenti di tre famiglie, in quella casa di Via Focherini 1, in quel di Carpi, Modena.Le gesta di Sauro impallidiscono di fronte a quello che acccadeva nel 1944 nella pianura padana e sulle colline della dorsale apenninica!
    E Hitler, pazzo criminale e megalomane che combinava nella realtà?
    Beh, ad esempio Adolf Hitler visitò Parigi il 23 giugno 1940. Arrivò all’aeroporto del Bourget alle 5 del mattino accompagnato dal suo architetto preferito, Albert Speer, e dal suo scultore prediletto, Arno Brecker, abile artista che piegò la sua iniziale vocazione a un realismo idealizzato al senso di megalomania insito nell’ideale del super uomo nazista. Visitò l’Opéra ( da Hitler definita di “Stile barocco”, il che lascia me stupefatto), ammirò l’Arco di Trionfo, guardò la Tour Eiffel dalla terrazza del Trocadèro e non vi poté salire a causa di un “incidente” capitato ai sistema degli ascensori, attraversò Piazza della Concordia e dette un’occhiata alla Chiesa del Sacro Cuore sulla collina di Montmartre. Il tutto durò due ore e mezza. Visita frettolosa e mattiniera per timore di attentati, ma tanto bastò a Hitler per confidarsi con l’architetto Albert Speer che l’accompagnava, per esprimere la sua ammirazione per l’aspetto urbanistico /architettonico di Parigi, aggiungendo anche che aveva pensato di distruggere la capitale francese a causa del suo primato di “bellezza”, ma che poi di fronte alla certezza che Berlino sarebbe diventata con il tempo e con l’aiuto di Speer ancor più grande e bella, aveva accantonato il suo progetto.
    Albert Speer nella biografia della sua vita basata sulle interviste della giornalista Gitta Sereny e in una successiva autobiografia più breve ma sinceramente meno attendibile, confessa il suo sbalordimento per la frase di Hitler che senza emozione e batter ciglio, quel mattino del 27 Giugno 1940 espresse il proposito, poi non messo in opera, di aver progettato la distruzione di Parigi perché più bella di Berlino!!

    • Ok, tu eri la bestia nera dei nazisti e io dei falangisti.

      E se Hitler ammirava Parigi probabilmente Franco adorava Roma, visto che il papa gli concesse la massima onorificenza vaticana.

  3. Il giovane Sauro partecipò alle manifestazioni e ai disordini italiani contro Francisco Franco?! Grande! Stima a palla! Ci vorrebbe gente così oggi!

  4. Beh, secondo Albert Speer, grandissimo bugiardo e manipolatore di uomini, che riuscì a infinocchiare tutti al processo di Norimberga dove sedeva sul banco degli accusati, Adolf Hitler era invidioso della bellezza della città di Parigi, per questo aveva già progettato la sua distruzione.
    Ma possiamo dare credito a quanto scritto dal pupillo di HItler, Albert Speer, nelle sue memorie??
    Del resto tutte le autobiografie sono sospette, compresa quella mia che vi propino a pezzi e bocconi.
    Sauro sulle barricate? possibile. Nei decenni 1960 e 70 molti giovani studenti rischiarono grosso fronteggiando in prima persona la corruzione del mondo di allora, le ingiustizie sociali, i previlegi di pochi e la povertà di molti.

  5. Speer era un grande organizzatore e come tale ministro degli armamenti insuperabile, era pure un furbone che ha scampato la forca a Norimberga pur meritandola ampiamente.

    A volte non capiva le battute di Hitler, come quando gli ha detto che voleva distruggere Parigi perché troppo bella: voleva solo spronarlo, per fargli costruire una Berlino ancora più bella.

  6. sconfitto, Hitler fece effettivamente minare Parigi e ritirandosi dalla Francia diede ordine di distruggerla; perché le bombe sotto i ponti e la torre non esplosero è tuttora un mistero, anche a dispetto di un film di qualche anno fa sull’argomento;
    propongo un tema ai complottisti storici o ai fantastorici: gli occupanti francesi di Berlino.volevano distruggere la Siegessäule, la colonna che celebra tre vittorie militari germaniche tra cui una contro la Francia; ma furono dissuasi – fu forse in risposta civile alla anonima rinuncia della distruzione di Parigi?

    • C’è sempre qualcuno che ha qualcosa da guadagnare dicendo: “Hitler voleva distruggere la città, ma io l’ho impedito”.

      Hitler combatteva gli Alleati che stavano avanzando, e minare i ponti in questi casi è d’obbligo.

  7. Io mi voglio riferire all’unica visita fatta da Hitler a Parigi durante la guerra, Riporto qui un articolo apparso sul “Corriere della sera2 di autore a me sconosciuto al qale chido venia.
    Hitler a Parigi, 1940

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    Ancora oggi,alcune foto scattate quel mattino mettono i brividi. Per quello che avrebbe potuto essere, e fortunatamente non è stato.

    Il 23 giugno 1940 Hitler fece una visita lampo nella Parigi appena conquistata dalle sue truppe, accompagnato dal suo architetto preferito – e più tardi ministro degli armamenti – Albert Speer, e Arno Breker, il suo scultore preferito.
    Giova ricordare che Hitler si reputava un artista e architetto mancato, ed era seriamente interessato a tutti gli argomenti relativi all’urbanistica e all’architettura.

    Credo che la cosa migliore sia affidarsi alle memorie di Speer,pur con la consapopevolezza del fatto che Speer rigirava sempre le carte a suo favore; vi assicuro che vale la pena leggere fino in fondo alla pagina (ne ho sfrondato alcuni brani): “La corsa in macchina attraverso la profonda banlieue ci portò direttamente all’Opéra dell’architetto Garnier, l’edificio neobarocco che Hitler prediligeva e che aveva voluto vedere per primo. Le luci splendevano come in una serata di gala. Ci accompagnava per il teatro vuoto un custode dei palchi, dai capelli bianchi. Quando, finita la visita, stavamo per uscire, Hitler sussurrò qualcosa all’orecchio dell’aiutante Brückner, il quale tolse dal portafoglio una banconota da cinquanta marchi e la porse all’uomo. Con ferma cortesia l’uomo rifiutò. Hitler ritentò, incaricando questa volta Breker, ma il custode persistette nel rifiuto. Non aveva fatto che il suo dovere, disse a Breker.
    “Usciti, percorremmo gli Champs Elysées fino al Trocadero, poi andammo alla Tour Eiffel, dove Hitler ci impose una nuova sosta. Giunti finalmente agli Invalides, il Führer si fermò a lungo davanti al sarcofago di Napoleone. Poi volle vedere il Pantheon, le cui proporzioni lo impressionarono. La meta finale fu il Sacré Coeur di Montmartre. Qui egli sostò di nuovo a lungo, mentre i numerosi fedeli che entravano e uscivano non mostravano, pur riconoscendolo, di interessarsi a lui.
    “Dato un ultimo sguardo a Parigi, tornammo velocemente all’aeroporto. Erano le nove del mattino, e la visita era terminata. (continua dopo la foto)
    Adolf_Hitler_in_Paris_1940
    Hitler con Albert Speer (a sinistra nella foto) e Arno Breker (a destra). Non salirono fino in cima alla Tour Eiffel perché le cabine erano fuori uso e Hitler non volle salire a piedi. Alquanto stranamente, dopo qualche ora che il gruppo di tedeschi se ne era andato le cabine ripresero a funzionare regolarmente.

    “Quella sera mi volle di nuovo con sé dove alloggiava. Sedeva, solo, davanti al tavolo, e quando entrai mi disse subito, senza preamboli: ‘Prepari un ordine del Führer, che disponga la piena ripresa dei lavori di Berlino. Non era bella Parigi? Ma Berlino deve diventare molto più bella. Mi sono chiesto spesso se non dovremmo distruggere Parigi’ proseguì con calma agghiacciante, come se si trattasse della cosa più naturale di questo mondo. ‘Ma, quando Berlino sarà finita, Parigi non sembrerà che un’ombra. Perché distruggerla, allora?’ E mi congedò.
    “Pur essendo abituato alle osservazioni impulsive di Hitler, mi spaventai di quella manifestazione così disinvolta, incosciente, del suo vandalismo. Già davanti alla distruzione di Varsavia aveva reagito in modo del tutto simile. E già allora aveva espresso l’intenzione di impedire che quella città fosse ricostruita, affinché il popolo polacco non riavesse mai più il suo centro politico e culturale. Varsavia, però, era stata distrutta dalla guerra, ora, invece, Hitler sembrava accettare con tutta tranquillità l’idea di distruggere volutamente, dolosamente, e in fondo senza alcun motivo, quella città che egli stesso aveva chiamato ‘la più bella d’Europa’, con tutto il suo contenuto di intestimabili tesori artistici.” (da: Albert Speer “Memorie del Terzo Reich” Oscar Storia Mondadori)

    Non credo vi sia altro da aggiungere. Faccio solo un commento personale: mi ha colpita l’atteggiamento fiero dei parigini, così come descritto da Speer. Mi chiedo se oggi non cercherebbero invece di farsi un selfie con Hitler. E non parlo dei parigini soltanto, ovvio. Abbiamo visto tutti chi si faceva un selfie con la salma di Giovanni Paolo II o con lo sfondo della Concordia semiaffondata.

    Concludo con l’interessante quesito (retorico) di un famoso storico britannico, che ebbe a dire: “Chiedo spesso ai miei studenti: se in questo momento entrasse in aula Hitler, vi alzereste in piedi?” intendendo con ciò, non certo una dimostrazione di rispetto per l’uomo, ma per la Storia che egli rappresenta, anche se in modo negativo. Domanda provocatoria ma non banale.

    11 marzo 2018

  8. a proposito di dignità, segnalo la famosa registrazione di Beethoven eseguito da Gieseking nel 1944 – in alcuni passaggi si sentono i colpi di mortaio o.di bombardamento; stavano distruggendo una delle più belle città del mondo, i suoi cittadini suonavano e ascoltavano Beethoven; l’unica risposta possibile;
    ciò che Hitler fantasticò, gli Alleati fecero: Berlino, Dresda, Monaco, Kassel, centinaia di città prive di obiettivi militari rase al suolo;
    https://youtu.be/EY7lvuVjjX4

  9. Nella seconda guerra mondiale molti bombardamenti furono a carattere terrorisstico, con lo scopo di fiaccare il morale della popolazione. Migliaia furono le vittime, centinaia di migliaia se includiamo le due bombe atomiche americane sul Giappone. Anche i tedeschi non furono da meno. Gli italiani non borbandarono tanto le nazioni nemiche perchè non possedevano aereoplani adatti al volo notturno ad alta quota. La guerra è certamente l’espressione della ferocia insita nell’uomo, l’animale più pericoloso del pianeta. Trema al pensiero di una possibile terza guerra mondiale, che forse sarebbe anche l’ultima….

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