L’ANTICO MACABRO HALLOWEEN DELLA CORSICA

Corsica

I costumi e le leggende della Corsica mettono in scena dei personaggi spaventosi quali gli acciaccadori, i mazzeri, i murtulaghji e i signadori. Hanno tutti a che fare con la morte, generalmente annunciandola o provocandola.

Tra le figure più agghiaccianti troviamo gli spettri della Squadra d’Arozza  (o d’Aroda) che si aggirano nei luoghi appartati, spesso nei pressi del cimitero, nel periodo del solstizio d’inverno. Si presume che il nome provenga da Erode, il re che aveva ordinato il massacro di bambini innocenti. A quei bambini fa pensare il fatto che i fantasmi che compongono la Squadra portano dei ceri offerti con insistenza ai passanti sperduti nella notte: se questi cedono e accettano il dono, il cero si trasforma nel braccio di un bambino di cui non si potranno sbarazzare, se non in un successivo incontro mettendo un cero nelle mani dell’unico spettro che ne è sprovvisto.

Un contadino della Corsica vittima della Squadra d’Arozza

Antoine-Lucien Ortoli ci racconta in La Tradition: revue générale de contes, légendes, chants, usages, traditions et arts populaires (Emile Chevalier editore, maggio 1887) dell’incontro di un mal capitato con la Squadra.

Ma la più imponente e la più terribile delle apparizioni è quella della Squadra d’Arozza, o Confraternita dei Morti.
La Squadra si mostra soltanto nelle occasioni solenni, per gente per cui valga la pena di scomodarsi, per dei padri e delle madri la cui morte è una disgrazia irreparabile per coloro che restano.
A mezzanotte il tamburo batte il richiamo nel cimitero e i morti si radunano: sono in un numero infinito.
Coperti con lunghi manti neri, i cappucci ripiegati sul viso, si avviano lentamente, gravemente, rispettando le distanze come in una processione. Nella parte anteriore del cappuccio ci sono due buchi attraverso i quali si vedono i loro occhi spenti.
Un tamburo precede la Squadra e batte delle marce funebri.
Alla sua apparizione i cani corrono a nascondersi senza osare abbaiare.
Una volta arrivata sulla piazza di colui che sta per morire l’orrenda confraternita si dispone in cerchio, sistema al centro una forma di bara e compie tutte le cerimonie che i vivi fanno di giorno. E quando i funerali sono finiti, porta via la bara cantando, come si usa fare per colui che si sta per mettere sotto terra: quello o quella a cui la squadra ha reso questi onori non vivrà più di ventiquattro ore.
Imbattersi nella Squadra è un presagio funesto. Colui che ha questa sfortuna ha un bel essere armato: se spara, la polvere non prende fuoco, se fugge o si lascia accerchiare, è perduto. Se accetta quel che i morti gli offrono con insistenza, guai! Perché i fantasmi spariscono all’istante lasciandogli delle ossa o un cadavere di cui non si potrà liberare.
Era un giovedì sera, in una notte oscura di fine autunno. Un contadino che aveva fatto tardi allungava il passo verso casa. La notte era oscura, il cielo tempestoso. Eccolo sulla collina da cui poteva scorgere il proprio villaggio, ma doveva costeggiare il cimitero, e aveva paura.
Ma facendosi ripetuti segni della croce e recitando alcune preghiere per coloro che dormivano in quei luoghi si fece forza e passò.
Alcuni passi dopo, si fermò, agghiacciato. Una lunga scia di luce procedeva nella sua direzione. In preda al terrore si appoggiò contro un muro, si mise tra i denti il manico di un coltello dirigendo la punta verso la squadra e attese.
Nel frattempo la processione andava avanti, presto un mormorio confuso colpì le sue orecchie e sentì pronunciare il suo nome.
Più morto che vivo, sconvolto, il viso bagnato da un sudore freddo, non si accorse che il muro a cui si era addossato era crollato e offriva una breccia nella quale una parte della squadra s’introdusse e l’accerchiò. Allora il capo della squadra s’avvicinò, gli presentò un oggetto accuratamente avvolto, e con un gesto imperioso gli ordinò di accettare. Il contadino accettò. Nello stesso momento la squadra svanì come un’ombra vana, e rieccolo immerso nell’oscurità… Le risate maligne che si perdevano in lontananza nel buio gli diedero la conferma che quest’incontro gli sarebbe stato fatale.
Riprendendo un po’ di coraggio, chiuse il coltello, e volse il passo verso casa, tutto intorpidito, soffocato da un odore cadaverico. Era dall’oggetto che aveva avuto la disgrazia di accettare e di cui non riusciva a sbarazzarsi che proveniva quell’odore.
Arrivato all’uscio, volle vedere, prima di entrare, il dono fatale che gli era stato fatto: tolse il velo che lo avvolgeva e vide un corpo bianco come il marmo, freddo come il ghiaccio… Orrore! Mio figlio! I suoi occhi si velarono, gli girò la testa, barcollò e cadde per non rialzarsi più.

Storia di due sopravvissuti alla Squadra

Ecco un altro testo sull’argomento, questa volta di J.B. Frédéric Ortoli in Les contes populaires de l’île de Corse, Maisonneuve et Cie, 1883.

Questa confraternita è composta da un numero quasi infinito di membri. Quando esce, in genere a notte tarda, ognuno indossa l’abito del penitente, col manto e il cappuccio nero, e porta in mano un cero acceso.
Ma è solo per le persone importanti e le occasioni solenni che la Squadra si mette in movimento. Solo allora compierà tutte le cerimonie che i vivi faranno durante il giorno.
Colui che aveva preso la parola aggiunse:
Io e il mio compare Saverio abbiamo incontrato la Squadra d’Arozza nel sentiero di San Martino, la notte in cui morì Jacques Marie Ortoli. Era una notte di novembre, tra le undici e mezzanotte.
Non appena la vedemmo sbucare dal cimitero e dirigersi verso di noi, mi misi a tremare con tutte le mie membra.
Saverio mi fece coraggio e mi disse di addossarmi a un muro per non correre il rischio di farmi circondare. Mi disse inoltre di non accettare nessun oggetto dai morti.
Nel mentre avevamo preso i nostri coltelli e messo il manico tra i denti, presentando la lama alla Squadra, che stava per passarci davanti.
Tremanti, aspettammo.
La processione fu lunga. Gli spettri cercavano di avvicinarsi al muro per passare dietro di noi e circondarci ma vi eravamo fortemente addossati e gli mostravamo la punta dei nostri coltelli.
Allora, la testa bassa, ritornavano al centro del sentiero.
Alcuni morti lasciavano i ranghi per venire a offrirci degli oggetti che non potevamo riconoscere perché avvolti in un pezzo di sudario.
Rimanemmo insensibili alle loro offerte.
Altri ci presentarono il cero acceso che tenevano in mano; rifiutammo ancora e quando diventavano troppo incalzanti li guardavamo in faccia, stringendo i denti e mostrando bene la punta dei nostri coltelli.
Alla fine ci lasciarono stare. Buon per noi perché avevano solo dei cadaveri di bambini da offrirci e i ceri che reggevano altro non erano che delle ossa.
Questo incontro non fu per noi che un cattivo presagio: decidemmo allora di tornare nelle nostre case.
Non dormimmo fino al canto del gallo; se ci fossimo lasciati sorprendere dal sonno alcuni dei morti che avevamo incontrati ci avrebbero teso un’imboscata e uccisi con un bastone.
Alla fine il gallo cantò e ogni pericolo  fu scongiurato.
Il giorno dopo Jacques Marie Ortoli morì. Era per rendergli gli onori funebri che la Squadra d’Arozza era uscita.

Questi racconti popolari non sono sfuggiti agli studiosi delle tradizioni popolari corse. La stessa Dorothy Carrington, autrice di The dream Hunters of Corsica (I cacciatori in sogno della Corsica), e Rocco Multedo, autore di Le Mazzerisme. Un chamanisme Corse (Il mazzerismo. Uno sciamanismo corso) ne trattano ampiamente nelle loro opere. Sembra, però, che un argomento così affascinante non potesse, e non doveva, rimanere confinato nell’isola.  Il n°91 di Dampyr, I Cacciatori del Sogno, ci fa assistere a sua volta a un tragico incontro con la Squadra d’Arozza. Per una sinossi dettagliata cliccare qui.

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