GHOST IN THE SHELL: SCARLETT JOHANSSON FA ARRABBIARE I GIAPPONESI

GHOST IN THE SHELL: SCARLETT JOHANSSON FA ARRABBIARE I GIAPPONESI

La scelta di Scarlett Johansson come interprete della protagonista di Ghost in the Shell ha scatenato numerose accuse di whitewashing, l’abitudine delle case cinematografiche di far interpretare a un attore “bianco”  il ruolo di un personaggio di un’altra etnia per rendere il prodotto più appetibile al pubblico occidentale.

Nel manga originale la protagonista, Motoko Kusanagi, è asiatica. E anche se nel materiale promozionale di Ghost in the Shell il personaggio interpretato dalla Johansson viene chiamato semplicemente “The Major”, sembra che la Paramount abbia effettuato alcuni test in fase di pre-produzione per modificare l’aspetto di Johansson attraverso la computer grafica rendendolo più orientale, con il risultato di suscitare ulteriori polemiche. La Paramount ha poi dichiarato che i test sono stati abbandonati e che, comunque, non hanno mai coinvolto la Johansson in prima persona. Ma la frittata era fatta.

Di contro, Sam Yoshiba, direttore della divisione commerciale della Kōdansha, la casa editrice che gestisce i diritti del manga, ha apprezzato la scelta dei produttori di Ghost in the Shell, ritenendo che Scarlett Johansson sia un’ottima scelta: “Ha un’aria cyberpunk”, ha affermato, “e noi non abbiamo mai pensato che dovesse essere per forza un’attrice giapponese a interpretare Motoko. Inoltre, questa è un’opportunità per far conoscere al mondo Ghost in the Shell, una creazione tutta giapponese”.

Del resto, secondo il produttore Steven Paul, l’ambientazione di Ghost in the Shell è internazionale, e nel film ci saranno personaggi di ogni nazionalità: giapponesi, cinesi, inglesi e americani. Alla fine anche Mamoru Oshii, regista dell’anime omonimo, ha approvato la scelta della Johansson.

Ghost in the Shell verrà distribuito il 30 marzo 2017 in Italia e il 31 marzo 2017 negli Stati Uniti, anche in 3D e IMAX 3D.

Scritto da Jonathan Herman e Jamie Moss, è l’adattamento cinematografico dell’omonimo manga del 1989 di Masamune Shirow. Fanno parte del cast, oltre a Scarlett Johansson, Pilou Asbæk, Takeshi Kitano, Juliette Binoche e Michael Pitt.

Le riprese di Ghost in the Shell sono iniziate il 1º febbraio 2016 in Nuova Zelanda a Wellington, presso gli studi cinematografici “Stone Street Studios” e si sono concluse nel giugno 2016.

Nel film, Scarlett Johansson è il Maggiore (The Major), un cyborg a capo della sezione di Sicurezza Pubblica numero 9, organizzazione antiterrorismo cibernetico gestita dalla Hanka Robotics.

La squadra si ritrova a dover affrontare un nuovo nemico, the Laughing Man, interpretato da Michael Pitt, pronto a tutto pur di sabotare la Hanka Robotics, anche a destabilizzare Il Maggiore con una rivelazione sconvolgente per lei (ma che per noi, esperti del genere post-cyberpunk, è piuttosto ovvia). E qui parte lo spoiler: se non lo volete sapere smettete di leggere!

Major è un esperimento, una umana salvata da un terribile incidente e resa un perfetto soldato cyborg, il cui scopo è fermare i criminali più pericolosi del mondo. Ma grazie alle destabilizzanti rivelazioni di The Laughing Man, Major scopre che le hanno mentito: la sua vita non è stata salvata, le è stata rubata. E a questo punto scatta la ricerca del passato, di chi le ha fatto questo e di chi le ha fatto quello: i veri cattivoni da fermare, prima che facciano la stessa cosa a tutti gli altri. Sempre se non lo hanno già fatto.

Ghost in the Shell è dunque un “fantapoliziottesco” di ambientazione cyberpunk alla William Gibson in salsa manga. Segue le vicende e i contorcimenti filosofico-religiosi e psicologici dei cyborg che pian piano prendono “coscienza” di sè, all’interno di un action che vede la Sezione 9 impegnata nella risoluzione di rocamboleschi casi di crimini informatici e tecnologici.

Nell’universo di Ghost in the Shell l’ingegneria robotica e le nanomacchine (dette anche micromachine) sono la normalità, e la gran parte degli uomini è collegata alla rete, a cui si può accedere non soltanto mediante terminali fisici, ma soprattutto attraverso impianti situati nel cervello.

I cyber-cervelli, per l’appunto, permettono non solo di connettersi al web, ma anche di utilizzare la propria memoria con la stessa elasticità di quella di un computer, cancellando eventi, sovrascrivendoli o immagazzinando libri con estrema facilità. Molti uomini sono ormai diventati cyborg, esseri in parte organici e in parte robotici. Quello che differenzia un cyborg da un robot è un cervello umano e un ghost, ovvero l’anima, qualcosa di intrinseco e inspiegabile che permette agli uomini di sentire sensazioni particolari. Il ghost è l’istinto non mediato dai calcoli.

Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e una onnipresente rete computerizzata sono il palcoscenico per la rivoluzione dell’identità umana e per il recupero dell’unicità di se stessi.

Il manga Ghost in the Shell, come il film, affronta tutte queste tematiche, sicché Kusanagi e i suoi colleghi, da bravi eroi incasinati, saranno costretti ad affrontare non solo le numerose minacce esterne, ma anche i conflitti interiori dovuti alla propria natura ibrida.

Tralasciando i dettagli della genesi del film Ghost in the Shell, che potrete leggere qui, abbiamo trovato interessante il video pubblicato dal presentatore ed ex “mithbuster” Adam Savage, in ci mostra la sua visita presso il laboratorio che ha realizzato i costumi per la produzione di Ghost in the Shell.
Gli impressionanti oggetti di scena del film sono stati realizzati dalla Weta Workshop, una società neozelandese che si è imposta nel settore con la realizzazione dei costumi de Il Signore degli Anelli, Avatar, The Amazing Spiderman 2 e altri, specializzata nella creazione di armature, armi, veicoli e anche effetti speciali.
Un’arte, quella della costumistica cinematografica, che unisce artigianato tradizionale, taglio e cucito, metallurgia e lavorazione del cuoio a tecnologie avanzate come la stampa 3D e il taglio laser.

Il fondatore e direttore creativo della Weta Workshop, Richard Taylor, descrive nel video come sono state realizzate le geishe robot che vediamo nel trailer: ciò che colpisce è l’attenzione ai dettagli, il grande lavoro di design e la funzionalità di questi costumi.
Per esempio, le rigide maschere dei robot sono progettate per essere confortevoli: possono essere tolte molto facilmente in modo da consentire agli attori di rilassarsi tra un ciak e l’altro, e addirittura sono dotate di piccoli ventilatori all’interno per un maggiore confort di chi le indossa.
Il video analizza le scelte progettuali finalizzate alla creazione di una estetica originale, non stereotipata, del futuro hi-tech con quel sapore cyberpunk e manga-jap indispensabile per un film come questo.

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