I FIATINI, I PRIMI FUMETTI SPIEGATI DA GEC

I FIATINI, I PRIMI FUMETTI SPIEGATI DA GEC

Gec era la firma e l’acronimo con cui l’illustratore, disegnatore, vignettista e saggista Gianeri Enrico Cagliari firmava i propri lavori.
Nato a Firenze nel 1900 da genitori di origine sarda, nel corso della sua lunga vita, conclusasi nel 1984, finì con il trasferirsi stabilmente a Torino, che divenne la sua città di adozione. Tant’è che lasciò alla città la sua ricchissima ed eclettica collezione di libri, disegni e giornali umoristici (molto del materiale raccolto era stato oggetto di censura diventando di difficile reperimento), oggi conservati presso l’Archivio storico torinese, e considerata tra le più importanti raccolte italiane sull’argomento.

Gec fu un disegnatore di punta in ambito umoristico-satirico e detiene il primato di avere scritto, tra l’altro, la prima monografia italiana dedicata al cinema internazionale d’animazione: Storia del cartone animato (Milano, Omnia, 1960).

“Periodici illustrati di satira, umorismo, caricatura e varia umanità, 1840-1980” (Archivio storico città di Torino, 1970). L’illustrazione di copertina è una autocaricatura di Gec

La “Storia del cartone animato” di Gec (Milano, Omnia, 1960)

“Storia del cartone animato” (Milano, Omnia, 1960). Sovraccoperta

 

L’Europa ha una antica tradizione di caricatura. Che fosse chiamata comica tabella, capriccio, grottesco o satira disegnata, sempre caricatura era, termine che lo storico dell’arte Ernst Gombrich (“Caricature”) ha individuato per la prima volta negli scritti del pittore rinascimentale Annibale Carracci, designandolo come padre di questo neologismo.

 

Incisione in acquaforte di Giuseppe Maria Mitelli: “Chi l’intende, chi non la intende, chi non la vuole intendere” (post 1650 – ante 1718). Qualche dubbio sull’accostamento di testo e disegno?

 

In Italia la caricatura, dopo un intervallo di stanca dovuto forse al fatto che gli italiani ritenevano l’esercizio della satira più un passatempo che non un’arte vera e propria, rinacque potente, acuminata e polemica all’inizio dell’Ottocento, con i moti carbonari e poi per tutta la durata del Risorgimento.

 

Vignetta di testa del primo numero di “Il Pasquino”, 27 gennaio 1856, Anno I, Numero 1. La testata fu disegnata dal caricaturista Casimiro Teja

Nell’immagine successiva, sempre di Teja, le due didascalie sottostanti dicono:

– Fatevi su uno stemma come quello della contessa C…
– Ma la contessa C…. è….
– Contessa! Io sono la femme d’un cavaliere.
– Aujourd’oui noi sommes tutte uguali.

– Oh! Pensa a farti cavaliere, perché possiamo anche noi far dipingere la croce sulla carrozza.

Casimiro Teja: La nuova aristocrazia borghese – Colpi di spillo di Teja (1856)

 

L’avvento dei primi giornali illustrati incrementò il fenomeno, dando vita a numerose testate umoristico-satiriche spesso perseguitate, multate, processate, costrette a chiudere, a riaprire sotto altro nome. Quando non si presentava il caso di redattori costretti a espatriare per le loro idee socialiste. Giornali illustrati che si valevano dei migliori artisti dell’epoca.

Terminato il periodo risorgimentale, la caricatura “moderna” aveva ormai preso piede. Numerosi altri giornali nacquero, altri artisti si sostituirono alla generazione precedente. La satira caricaturale cominciò a entrare anche in giornali e riviste che non facevano dell’umoristico il loro obiettivo principale, ma si proponevano come organi di informazione.

 

“La vita è dura ma è comica: 1890-1915, un quarto di secolo di caricatura mondiale”  di Gec (Milano, Garzanti, 1940). Prima edizione

(In questo volume, La vita è dura ma è comica, sono presentati venticinque anni di caricatura mondiale, dal 1890 al 1915, dove, nell’arco di 520 disegni in bianco e nero e a colori, vengono toccati i più svariati argomenti: dalla moda al costume, dalla guerra alla politica. Ci sono il processo Dreyfus, i nuovi mezzi di locomozione come l’auto e l’aeroplano, la colonizzazione italiana della Libia e dell’Eritrea).

 

Enrico Gianeri, (Gec), uomo che ha attraversato diversi tempi storico-politici, si inserisce nel novero degli artisti subito dopo la Prima guerra mondiale, iniziando a scrivere per alcuni giornali sardi e un paio di testate romane. Il suo debutto come caricaturista politico avverrà nel 1919, in seguito alla fondazione della rivista satirica La Freccia, giornale locale di Cagliari. Da questo momento comincia la sua carriera di illustratore per numerosi periodici. Finisce per stabilirsi a Torino dove, di lì a poco, prenderà giovanissimo la direzione di Il Pasquino, il più importante dei periodici satirici italiani, allargando al contempo la collaborazione anche a periodici stranieri.
A causa della censura fascista, Il Pasquino viene chiuso nel 1930. Gec comincia a pubblicare nascondendosi dietro alcuni pseudonimi e intrattiene una collaborazione ufficiale, seppur ridotta, con il Corriere dei Piccoli e un altro rotocalco illustrato.
In seguito all’arresto avvenuto nel 1943 poco prima dell’armistizio, a un periodo di reclusioni e poi ancora a un anno in cui si dà alla macchia fino all’aprile del 1945, può riprendere a pieno ritmo solo nel dopoguerra tornando, fra l’altro, alla direzione di Il Pasquino, negli anni in cui il giornale farà il suo centenario.
Dopo gli anni Cinquanta, la prolificissima produzione di Gec sarà per lo più rivolta ai saggi e alla storia della caricatura e dell’illustrazione, ambito in cui si rivela un teoretico brillante. Sue, per esempio, sono le pubblicazioni Storia della caricatura europea (Firenze, Vallecchi, 1967) e Professione Umorista, Storia della caricatura italiana (Torino, Visual, 1977) in collaborazione con Emilio Isca. Ma non mancherà di scrivere anche dell’amato territorio culturale e folcloristico torinese.
Così disse Enrico Gianeri a proposito della caricatura: “La caricatura è quasi sempre più un’arma difensiva, che offensiva. Difensiva dell’uomo e delle sue conquiste, dell’uomo e delle sue libertà. È l’arma degli oppressi, è il riso degli schiavi che demolisce i padroni…” (Gec: “Il cesare di cartapesta” – Torino, Grandi Edizioni Vega, 1945).

Lo stile di Gec è essenziale, diretto, pungente, acido, coglie in pochi tratti l’incongruenza che provoca il riso o il lato umoristico. Vediamolo attraverso le copertine delle sue opere maggiori e in alcune illustrazioni, che via via si modificheranno adattandosi ai tempi. Per poi passare al punto chiave di questo articolo: il fumetto.

Gec: “Il 1927 nella caricatura di tutto il mondo” (Torino, Giulio Del Signore, 1928)

Anellide / Gec: “Anellide, Sparagrosso racconta. Allegre novelle di caccia illustrate da Gec” (Edizioni “La Caccia e la Pesca”, ma M. Artale, Torino, 1935)

Sparagrosso racconta è una raccolta di novelle umoristiche a soggetto venatorio (caccia), illustrate da Gec. Con lo pseudonimo Anellide, invece, si firmava Giovanni Luigi Delleani.

Gec: “L’intesa cordiale. L’Inghilterra nella caricatura francese” (Milano, Garzanti, 1940)

Gec: “D’Annunzio nella caricatura mondiale” (Milano, Garzanti, 1941)

Gec: “La donna, la moda e l’amore in tre secoli di caricatura” (Milano, Garzanti, 1942)

Gec: “Tocchi e toghe. Gli avvocati nella caricatura” (Torino, Grandi Edizioni Vega, 1944)

Gec: “Il Cesare di cartapesta. Mussolini nella caricatura mondiale” – (Milano, Garzanti, 1946)

Gec: “Il Cesare di cartapesta. Mussolini nella caricatura mondiale” – (Milano, Garzanti, 1946) – Sovraccoperta

Il Cesare di cartapesta uscì per la prima volta nel 1945 e poi, a pochi mesi di distanza, nel 1946. Raccoglie una serie di caricature contro il regime fascista che erano state pubblicate dalla stampa clandestina italiana e dalla stampa estera.
Scrive Enrico Gianeri nella prefazione del volume: “Ho realizzato questo volume nei dieci mesi che ho vissuto alla macchia, ricercato e braccato dalla polizia nazifascista, in seguito ad un mandato di cattura, ad una condanna a 10 anni di reclusione in contumacia e ad una taglia di 400 mila lire che mi pendeva sulla testa, era la quarta volta che mi si voleva arrestare nel giro di pochi mesi e siccome ritenevo che tre arresti fossero stati sufficienti, al quarto preferii eclissarmi”.

Gec: “Il piccolo re. Vittorio Emanuele nella caricatura mondiale” (Torino, Fiorini editore, 1946)

Il piccolo re è una raccolta di caricature di Gec e altri disegnatori che hanno per tema la presa in giro di Vittorio Emanuele III e della sua connivenza con il regime.

Gec: “Cavour nella caricatura nell’Ottocento” (Torino, Edizioni Teca, 1957)

Gec: “De Gaulle. Ieri, oggi… domani” (Torino, Edizioni Teca, 1958)

Gec: “Gianduja nella storia e nella satira” (Torino, Famija Turineisa editrice, 1962)

Gec: “Mi… e la luna”

Tavola originale di Gec a corredo del suo articolo: “… mi e la luna, per Carnevale di Torino” (Torino, Famija Turineisa, 1957). Numero unico edito a cura del Comitato del Carnevale di Torino 1957 (Fonte iconografica: “Gianduja da burattino a simbolo del Piemonte”, Catalogo della mostra a cura di Alfonso Cipolla e Giovanni Moretti. Torino, Consiglio regionale del Piemonte, Biblioteca della Regione Piemonte, 2010).

Gec:: “Giandôja ant la luña”

Tavola originale di Gec per “Carnevale di Torino 1960”: “Giandôja ant la luña” (Torino, Famija Turineisa, 1960). Supplemento al n. 2 del “Caval ‘d Brons”, febbraio 1960 (Fonte iconografica: “Gianduja da burattino a simbolo del Piemonte”, Catalogo della mostra a cura di Alfonso Cipolla e Giovanni Moretti. Torino, Consiglio regionale del Piemonte, Biblioteca della Regione Piemonte, 2010).

Gec: bozzetto originale per la copertina di “Fischia il sasso – fischia il sesso”, quarant’anni di scostume nella caricatura” (Milano, Edizioni Bertoldo, 1964). Disegno a tempera (cm 33×24). L’immagine proviene da un’asta

 

Abbiamo visto, quindi, che Gec non era certo l’ultimo per poter dire qualcosa sull’illustrazione e, ora vedremo, anche… sui fumetti.

Le stagioni era una rivista trimestrale pubblicata dall’Istituto Bancario San Paolo di Torino, che uscì una decina d’anni, dal 1961 al 1972.
Nel numero Le stagioni, Autunno, 1964 (Anno IV, Numero 4) ho trovato un articolo di Gec dal titolo L’età dei fumetti.
Lo riporto di seguito per intero, per altro mi risulta inedito in Rete.
Il testo è stato mantenuto integralmente, non cambia di una virgola rispetto all’originale. Ho sostituito invece le illustrazioni originali, tratte dal Labirinto di Saul Steinberg, con altre di carattere strettamente fumettistico.

Al di là delle informazioni che l’autore dà all’interno del piccolo saggio, è interessante notare la percezione a metà degli anni sessanta rispetto all’argomento “fumetto” (percezione che proviene, però, da un addetto ai lavori).
Infine il linguaggio di Gec (la lingua italiana negli ultimi cinquant’anni è cambiata e quello che può sembrare “vecchio” del suo linguaggio era proprio un modo di pensare) dimostra di essere moderno e al pari coi tempi. La sua prosa è sciolta, frizzante e ironica, priva di quella verbosità e degli aulicismi che molto spesso si incontravano allora.

L’ETÀ DEI FUMETTI
di Enrico Gianeri (Gec)

Una volta, li chiamavamo, con termine più esatto, “nuvolette” o “fiatini”. L’unico “fumetto” ammesso dal vocabolario era allora il liquore toscano, parente stretto del mistrà, e battezzato così perché, versato nell’acqua, assume un aspetto fumoso o perché, strabevuto, dà il fumo alla testa. Comunque, fumetti fiatini o nuvolette non sono – come generalmente si crede – una invenzione dei nostri tempi esagitati. Sin dai giorni lontanissimi, dalla polverosa epoca dei graffiti, della popart inconscia, i disegnatori avevano preso l’abitudine di far partire dalla bocca dei loro sgorbi, o dei loro capolavori, nuvolette con entro parole. Come il “Rufus sum!” di Pompei. I fumetti imperversarono nella caricatura del Sei e Settecento: le tavole di Gillray, di Rowlandson, George Crickshank e Woodward abbondavano straripavano zampillavano di parole che bisognava leggere di dritto, di rovescio, di sbieco, parole che schizzavan fuori dalla bocca di “Boni”, Napoleone, o della Meravigliosa in top-less ante litteram, di Giorgio di Inghilterra o del lubrico Mayeux. Ma l’invenzione della litografia, e quindi della didascalia a piedi del disegno, e soprattutto quella del cliché in zinco, uccisero il fumetto. Uccisero? Non è esatto. Il fumetto ha una vita in più dei mici; lo rintontirono soltanto, scaraventarono in coma, misero in letargo. Letargo da cui oggi si è risvegliato talmente baldanzoso spavaldo prepotente, che la nostra epoca rischia di passare ai posteri come l’Età del Fumetto.

Ci sono al mondo oggi milioni di persone di ogni razza e di ogni lingua, di ogni religione o fede politica, che spasimano per le sorti di Jane la cui scomparsa scatenò in Inghilterra una mezza rivoluzione, tanto che l’editore fu costretto a rianimarla sotto la tenda ad ossigeno; milioni di persone che si appassionano per la ciccia di Tessa Mansard, la ragazza che si ingolla, divora, ingurgita pasticcini e gelati per ingrassare e difendersi così dal Pericolo-Uomo; come un secolo fa, milioni di bisnonni spasimavano per i travagli semimentalromantici del giovane Werther o di Jacopo Ortis. Una volta, si imparava a sillabare sulla Bibbia o su I paladini di Francia, mio nonno pretendeva di aver imparato a leggere su Pinocchio, molti contemporanei hanno spiccato il volo verso la cultura dal trampolino di Capitan Cocoritò che “indignato dice ohibò!” o di Zio Bomba il quale “esclama pien di brio: – Che ne pensi dello zio?”. El Cordobes, che da famelico ladro di galline è diventato l’arcimiliardario re dei toreri spagnoli, sostiene di aver imparato a scrivere – beato lui! – sul libretto degli assegni…

Richard Felton Outcault: Yellow Kid

Come al chewing-gum e la pastefagioli in scatola, i fumetti sono stati importati in Europa dall’America la quale li riscoperse, li modernizzò e industrializzò una settantina d’anni fa, esattamente nel 1896. Allora gli Stati Uniti avevano i primi brividi della febbre del “cartoonismo”, genitore poi del cartone animato. Il disegnatore Richard Felton Outcault aveva inventato per il “World” del famoso Joseph Pulitzer, creatore del premio giornalistico, il personaggio di Yellow Kid, monello giallo, così battezzato perché indossava una vistosa camicia color cromo – fu il primo cartoon stampato a colori – o perché era un cinesino. Yellow con la sua bocca sdentata e le orecchie a cavolfiore, posava a paladino di una annacquatissima campagna antirazzista ed esibiva le didascalie sulla camicia. Il possente William Hearst riuscì a soffiare a suon di dollari – per l’ “American Humourist”, supplemento domenicale del suo “New York Journal” – Outcault al concorrente Pulitzer il quale dovette ricorrere al caricaturista George Luks perché continuasse le avventure di Yellow. Il cinesino era però un eroe scomodo: rissoso attaccabrighe vespìno si azzuffava con negretti e bianchi razzisti sinché scatenò lo sdegno dei soliti puritani benpensanti per il “cattivo esempio che dava alla gioventù candida e innocente” e il “World” fu costretto a far morire di morte prematura il monello troppo vivace. Luks, con poche varianti, si limitò a lavare il viso a Yellow trasformandolo in Buster Brown, il quale fu – anni dopo – fu esportato da noi come Mimmo, affiancato dalla sorella Mammola e dal cagnetto Medoro. Personaggi tutti autentici poiché corrispondevano ai figli e al bòtolo di Luks: Dick, Marie, Jane e Tige.

James Swinnerton: Little Jimmy

I fumetti però vivevano ancora la loro infanzia. Balbettavano poche esclamazioni in un linguaggio strano irto di Squich!, Zip!, Slap!, Zum!, Scream!, Slain!, che divenne poi il gergo cifrato di diverse generazioni di ragazzini. Fu Rudolf Dirks ad eliminare drasticamente, nel 1897, qualsiasi genere di didascalie sotto i disegni, sostituendole con i “fiatini” che James Swinnerton perfezionò, nel 1905, col suo “Jommy”. Due anni dopo, l’austriaco Bud Fisher inventava i personaggi di Mutt e Jeff che costituirono la grande trovata delle strips. Così si chiamavano le strisce caricaturali in bianco e nero, mentre quelle a colori si chiamavano comics. Mutt era un omino filiforme e Jeff un fusto muscoloso e attaccabrighe; il contrasto tra i due fu la formula base delle prime coppie comiche cinematografiche, che raggiunsero la perfezione con Crik e Crok e Gianni e Pinotto. Il fertilissimo George Mac-Manus diede poi vita al celeberrimo frignoso filosofeggiante, zuccherosamente alla Digest, Snookmus. Per noi Cirillino vojo antola! Arrivarono quindi Happy Hooligan, ribattezzato da noi Fortunello sfortunato, di Frederic Burr, e Iggs e Maggie – Arcibaldo e Petronilla – di T. E. Powers, primo tentativo satirico feroce di polemica antimatriarcale in America. Iggs era un ometto indifeso tra gli artigli di un donnone atletico e acido. La morale puritana esigeva che Maggie facesse rotare continuamente il matterello e scrollasse il povero Iggs; ma questi non aveva il minimo diritto di reagire in quanto la donna non si deve battere neppure con una orchidea. Ma fu il popolarissimo All Kapp (Al Capp – NdR), con i suoi celebri Li’l Abner e Daisy Mae, a sparare a zero contro le megere manesche, sanguisughe, divoratrici di alimony, infagottate in abiti iperbolici. Hemingway lo considerò “degno del premio Nobel”! Quando, nel 1952, All Kapp fece sposare, dopo 17 anni di fidanzamento prolungato, i suoi due eroi, tutta l’America si commosse come per un grande evento nazionale e il disegnatore fu sepolto sotto le migliaia di lettere di augurio per Li’l e Daisy.

Autobiografia a fumetti di Al Capp, 1946

Nel 1909, il geniale – e dimenticato – Silvio Spaventa Filippi diede vita al “Corriere dei Piccoli” nel quale – per un accordo col “New York Herald” – apparvero quasi tutti questi ormai storici personaggi a fianco dei nostri Bilbolbul, Cirillo Schizzo o Bonaventura. Siccome però si pensava che il fumetto non venisse accolto volentieri in Europa, il disegnatore e poeta Antonio Rubino, scomparso nel luglio scorso a San Remo e decano degli inventori di personaggi per il “Corrierino”, fu incaricato di trasformare in facili versi i “fiatini” oltreoceanici. Ricordo che, molti anni fa, ad una mia obiezione, Rubino rispose: “Che vuoi, il fiatino non è nel carattere italiano. I nostri ragazzi non lo accetterebbero mai. Sono romantici, sentimentali, preferiscono i versetti: “Mimmo, Mammola e Medoro – Sono intenti a un gran lavoro”, “Più ripensa a quel che vide – E più Tom schiamazza e ride”, “Fortunello, figliol pio – Alla mamma dice addio”. Ma poco dopo, il primo fumetto in Italia fiorì proprio sulle innocenti labbra dei tre nipotini di Fortunello che dicevano: “Addio, zio Fortunello!…” Errore di valutazione. Lo stesso Rubino, anni dopo, reggeva in Piazza Duse le redini del mondadoriano “Topolino”, il periodico che diffuse e popolarizzò il fumetto in Italia nonostante la tenace opposizione e l’ostracismo del fascismo a quell’ “americanismo demogiudeo-plutocratico”.

Antonio Rubino, Corriere dei Piccoli, 1909

Il boom dei fumetti in Italia è legato a “Topolino”, giornale che fu lanciato in un primo tempo dall’editore Nerbini a Firenze. Il disegnatore Giove Toppi “lucidava” le vignette di Disney e scriveva in italiano i fumetti tradotti dall’americano. Vennero poi di rincalzo l’ “Avventuroso” e l’ “Audace”. Il nostro Cossio, col suo Dick Fulmine, fu il primo italiano a creare un fumetto. In America, all’era dei ragazzini frignanti e delle mogli rissose e dei monelli scatenati, era succeduta la Cats Age, l’era dei gatti e topi fumettosi, grazie a George Herriman che inventò per “Life” il popolare Crazy Cat, il quale fu l’Umberto Biancamano dei Mio-Miao. (Herriman fu talmente popolare che quando si spense, nel 1944, il suo editore, in segno di omaggio e contrariamente alla tradizione yankee, diede una polpetta avvelenata a Crazy perché seguisse nella tomba il suo creatore). E grazie anche a Walt Disney, il fortunato creatore di Mickey Mouse, il topo Michele, che graficamente fu inventato da Ub Iwerks, e che si trasformò presto in una potente industria cinematografica, editoriale, giornalistica. Tommy Cat e Jerry Mouse, di Bill Hanna e Joe Barbera, i più moderni topo e gatto, hanno ricevuto per ben quattro volte l’ambitissimo premio dell’Accademia di Scienze e Arti d’America, una specie di Oscar fumetto. Il gatto sapiente Cook e il piagnucoloso calabrache Rufus hanno fatto la fortuna del “Daily Mail” e il loro autore, Trog (Wally Fawkes), è stato paragonato nientemeno che a Swift e a Cervantes per la vena umoristico-moralistica con cui fustiga i difetti della società britannica contemporanea.

Topolino, con il numero 137 dell’11 agosto 1935, diventa Mondadori, l’editore che subentra a Nerbini. La testata è disegnata da Giove Toppi

Arrivarono poi gli eroi dell’audacia, dell’iperbole, dell’impossibile, della fantascienza: Tarzan 1924, Mandrake 1934, Buckzer Rogers, Gordon Flash, Superman. Il fumetto è diventato oggi una delle formule più efficaci di propaganda. Dai balbettii di Yellow Kid è arrivato al surrealismo ed al freudismo dei personaggi di Julius Feiffer; dai bernoccoli di Fortunello è passato alle public-relations, alla polemica politica, alla pubblicità commerciale, alla propaganda bancaria, alla politica finanziaria. Il “Daily Mirror” pubblica ogni mercoledì una rubrica economica a fumetti, coi fumetti in America si sono propagandate la prima e seconda Guerra mondiale (Gordon fu mobilitato in funzione antinazista) e i prestiti nazionali. Coi fumetti si spiegano ai ragazzi i pericoli del cancro e i misteri dell’astronautica, l’energia atomica e la politica internazionale. Il senatore Fred Dickinson ha fatto romanzare in fumetti la sua vita per rastrellare voti; in fumetti è stata esaltata l’esistenza di Kennedy e coi fumetti – particolarmente per mezzo di Buz Sawyer che ha scatenato persino incidenti diplomatici – le destre americane hanno sferrato una violenta campagna antisovietica. Si voglia o no, il fumetto è diventato uno dei più moderni mezzi di espressione ed una industria fiorente. I fumetti italiani vengono esportati in tutto il mondo e si convertono in valute pregiate. I giornali specializzati tirati a milioni di copie sono letti da piccini e da grandi e questi pretendono di trovarvi un ottimo tranquillante, un distensivo per i nervi logori. “Sono scemi, ma fanno ridere!”

Flash Gordon di Alex Raymond

Ormai i disegni si alternano con le fotografie (è del 1947 il fotofumetto che ha rivelato persino dive cinematografiche), ma i gatti e i topi e soprattutto gli eroi dello Western battono ancora oggi qualsiasi altro genere di fumetto. Siamo arrivati persino ad una letteratura specializzata ed alla fumettizzazione dei capolavori. La cultura contemporanea non si fa più sui libri, ma grazie ai fumetti. Come ieri si faceva grazie alle riduzioni cinematografiche. C’è gente che pretende di “conoscere” i Promessi Sposi, Guerra e Pace, I Miserabili o Anna Karenina perché li ha letti fumettati, come altri pretendono di conoscerli perché li hanno “visti al cine”. Meglio questo che nulla? Mah! Quasi tutti i quotidiani e i periodici si sono dovuti piegare al nuovo credo ed hanno accolto i fumetti. Bisogna vivere coi propri tempi.

Pierre Daninos narra di quel supersnob che sulle rocce di Hydra passeggiava tenendo in mano, bene in vista, una copia della Critica della ragion pura di Emmanuelle Kant e una copia di “Tintin”. Per chi ancora non lo sapesse, “Tintin” è il più celebre, il più diffuso, il più redditizio, il più conteso dei fumetti di oggi.

Enrico Gianeri (Gec)

Crane Roy: Buz Sawyer, 1945

 

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