I FASCISTI ODIAVANO I FUMETTI?

I FASCISTI ODIAVANO I FUMETTI?

Si dice che i fascisti fossero ferocemente ostili ai fumetti fino ad arrivare, negli ultimi anni del regime, a togliergli le nuvolette. Le cose, in realtà, sono più complesse.

Intanto, a togliergli le nuvolette da subito era stato lo stesso giornale che aveva presentato i fumetti in Italia: il liberale Corriere della Sera. Nel 1908, quindi molto prima dell’epoca fascista, il quotidiano milanese aveva iniziato a pubblicare il Corriere dei Piccoli con i fumetti americani dotati di rime baciate al posto delle nuvolette.

Il primo numero del Corriere dei Piccoli, con in copertina Buster Brown di Richard Felton Outcault (creatore anche di Yellow Kid): le nuvolette sono state sostituite dalle didascalie con le rime baciate

Proprio durante il fascismo un editore fascistissimo pubblicò i primi fumetti veri e propri, cioè con le nuvolette: il settimanale L’Avventuroso venne lanciato nel 1934 da Nerbini.

A seguito del grande successo dell’Avventuroso uscirono un settimanale a fumetti dopo l’altro, facendo disperare i pedagogisti che trovavano nelle nuvolette (chissà perché) un veicolo per agitare i nervi dei poveri fanciulli. La caccia alle streghe del fumetto, che negli Stati Uniti si scatenerà nella prima metà degli anni cinquanta, ebbe inizio nell’Italia degli anni trenta.

In piena epoca fascista uscì il settimanale L’Avventuroso, con Flash Gordon in prima pagina: le nuvolette dei dialoghi erano rimaste

Il fascismo era un movimento populista di origine socialista diventato poi nazionalista, ma che non ebbe mai una elaborazione teorica definitiva. Il fascismo era quello che pensava Mussolini in un dato momento. Se, per esempio, all’inizio il fascismo non era razzista, tanto che tra i suoi fondatori c’erano diversi ebrei, quando Mussolini decise di allearsi con Hitler lo divenne.

Quindi per sapere cosa fossero i fumetti per il fascismo, occorrerebbe capire cosa ne pensasse Mussolini in proposito. Nei molti discorsi pubblici e privati di Mussolini, arrivati fino a noi, non parla mai di fumetti. Invece, soprattutto dai diari dell’amante Clara Petacci, apprendiamo che a Mussolini facevano schifo i film italiani, mentre gli piacevano quelli americani. Dei quali, però, non sopportava la rappresentazione della criminalità. Come Hitler, apprezzava molto i cartoni animati di Topolino (qui scriviamo di quando Walt Disney venne ricevuto segretamente in casa Mussolini). Sappiamo che i suoi figli erano avidi lettori di fumetti.

Mussolini non voleva che i film italiani facessero esplicitamente propaganda al fascismo perché sapeva bene che, in quel caso, pochi spettatori sarebbero andati a vederli. La propaganda veniva fatta nei cinegiornali che li precedevano. L’arte, secondo Mussolini, non doveva essere troppo ideologizzata. Per lo stesso motivo, se pure avesse pensato un attimo ai fumetti, non avrebbe cercato di usarli per inculcare in maniera diretta i valori fascisti. La propaganda ai bambini bisognava farla nelle iniziative parascoutistiche dei piccoli balilla, ancora una volta fuori da un discorso artistico (per quanto poco i fumetti rimandassero all’arte nell’opinione pubblica del tempo).

All’inizio ciò che fregò i fumetti fu, soprattutto, la sudditanza del fascismo nei confronti degli “esperti”. Al Ministero della cultura popolare (Minculpop), sotto il quale ricadevano il cinema e il fumetto, i fascisti si limitavano a dare consigli abbastanza blandi agli editori. I responsabili fascisti consultavano gli esperti del settore, cioè i pedagogisti, avallando, nei limiti del possibile, le loro richieste: meno esterofilia, meno violenza e niente nuvolette. Però gli interventi effettivi erano solo in una certa italianizzazione dei personaggi americani, consuetudine peraltro precedente al fascismo.

Dal 1938 le pressioni sul fumetto aumentarono a causa dell’alleanza con Hitler, che richiedeva un distacco netto dalle democrazie occidentali. Le cose precipitarono durante la guerra, quando arrivano i divieti per i fumetti stranieri, per le storie con i gangster e la richiesta di abolire le nuvolette.

In conclusione, più che i fascisti il fumetto infastidiva i pedagogisti. In seguito vennero contrastati soprattutto i fumetti americani a causa dell’alleanza con Hitler e poi dell’entrata nella Seconda guerra mondiale. Anche in questa fase, comunque, si facevano sentire le vecchie richieste dei pedagogisti come l’eliminazione delle nuvolette.

Qui sotto una interessante intervista a cura di Franco De Giacomo e Vittorio Alessandrelli, pubblicata dal n. 120 di Eureka del 1974, a Gherardo Casini (1903-1994), direttore generale del Minculpop e, dopo la guerra, editore.

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