COPERTINE DI DISCHI COME OPERE D’ARTE

COPERTINE DI DISCHI COME OPERE D’ARTE

Le copertine dei dischi in vinile possono essere considerate un genere artistico a se stante. È opinione comune che molte siano veri e propri capolavori. Abbiamo già parlato QUI delle copertine illustrate da fumettisti, stavolta tratteremo quelle realizzate da noti maestri della fotografia.

Cavalli selvaggi

Patty Smith e Robert Mapplethorpe si incontrarono nell’estate del 1967, la lunga summer of love che vide esplodere il fenomeno hippie in tutto il mondo. Restarono assieme per anni, legati da un rapporto strano che non era né amore, né sesso, né amicizia, pur essendo nello stesso tempo tutte e tre le cose.

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Ognuno artista per se stesso e fonte di ispirazione per l’altro. Anni di estrema creatività e di scoperte continue. Dopo un periodo di messa a fuoco dei reciproci obiettivi, Robert decise di dedicarsi alle Polaroid e Patti iniziò a scrivere versi. Lui la fotografava spesso. Già artista nel profondo, riusciva a cogliere i tratti essenziali del carattere della compagna in maniera del tutto naturale. Nacque così una serie affascinante di ritratti che ancora oggi costituiscono un canone della fotografia. Tra questi la celeberrima foto di Patty con la camicia bianca scelta per la copertina di Horses (1975).

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“L’unica cosa che promisi a Robert fu che avrei indossato una camicia senza macchie. Andai all’Esercito della Salvezza sulla Bowery e comprai una pila di camice bianche. Alcune erano troppo grandi; quella che mi piacque aveva delle iniziali sotto il taschino. Mi ricordò una fotografia scattata da Brassaï nella quale Jean Genet indossa una camicia bianca monogrammata con le maniche avvoltolate”.
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“Sulla mia c’era ricamato RV – immaginai che la camicia fosse appartenuta a Roger Vadim, che aveva curato la regia di Barbarella. Tagliai via i polsini per indossarla sotto la giacca nera, che adornai con la spilla a forma di cavallo che mi aveva regalato Allen Lanier”.

Presenze / assenze

Luigi Ghirri è un gigante della fotografia moderna. Uno dei pochissimi italiani le cui opere fanno parte della collezione permanente del Moma di New York. Artista di naturale vocazione internazionale eppure allo stesso tempo profondamente padano, ha dedicato la sua arte alla rappresentazione del paesaggio della terra natale: l’Emilia Romagna. Come Ghirri stesso ha scritto, nel paesaggio padano “non vi è nessun elemento spettacolare o inconsueto a cui aggrapparsi”. È il vuoto stesso a ergersi a protagonista assoluto di una rappresentazione dove le cose brillano soprattutto per la loro assenza.

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Ne derivano fotografie che, pur non mostrando se non molto raramente la presenza umana, ne appaiono in realtà totalmente impregnate.
Nel 1990 questo artista così profondamente emiliano si mise al servizio di un gruppo di musicisti altrettanto emiliani: i Cccp. In quell’anno Luigi Ghirri realizzò la cover di quello che sarà l’ultimo disco dei Cccp intitolato Epica, Etica, Etnica, Pathos (1990).
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Come location di registrazione fu scelta una vecchia casa colonica nella campagna emiliana, Villa Pirondini, dove il gruppo abitò per tre mesi. Inizialmente, la richiesta da parte del gruppo prevedeva alcuni ritratti dei membri stessi, ma in un momento successivo Ghirri e i Cccp scelsero una soluzione diversa. Decisero di costruire per sottrazione un racconto di assenze. La copertina definitiva spiccava per l’assenza della presenza umana, ma tutto in quella foto evocava una serie di presenze con una forza capace di andare oltre il visibile.

Bambole punk

Cindy Sherman è una di quei due o tre artisti che con il loro lavoro hanno portato la fotografia all’interno del dorato recinto dell’arte. Oggi le opere di grande formato della Sherman vengono battute all’asta a cifre che vanno oltre i tre milioni di dollari. Eppure lei è rimasta la delicata ragazza dall’animo punk degli esordi. Quando incontrò la rock band di Minneapolis Babes in Toyland scoprì di condividere con la batterista Lori Barbero una passione sfrenata per le bambole. Entrambe provavano insieme paura e attrazione per esse e amavano collezionarle.

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Ai tempi le Babes in Toyland, che con Spanking Machine (Restless, 1990) si erano già elevate ben al di sopra della mischia, stavano preparando il loro capolavoro: Fontanelle (1992). Le ragazze riuscirono a creare un disco maestoso, selvaggio ed epocale. Probabilmente irripetibile. Come la copertina della Sherman, di una violenza a stento trattenuta e sempre sul punto di esplodere nei toni scuri, nelle luci malate e nelle forme ossessive. In una parola: punk.

Rosso relativo

Lo hanno chiamato il fotografo dei fotografi. Il padre della fotografia a colori. Il più grande di tutti. William Eggleston non ci ha mai fatto caso. Quando il gruppo di power pop dei Big Stars scelse la foto “The red ceiling” per la copertina del loro secondo album in studio Radio City (1974) nessuno poteva pensare a quello che sarebbe accaduto in seguito. Nel 1974 né la foto, scattata in un ristorante di Memphis, né il fotografo erano ancora famosi.

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Alex Chilton, il leader della band, aveva scelto il fotografo per la sola ragione che da anni erano vicini di casa. La scelta della foto denotava comunque un gusto non comune. Di li a poco quella foto avrebbe fatto il giro del mondo diventando l’immagine più famosa di Eggleston e una dell’intera storia della fotografia. Oggi la troviamo nella collezione permanente del MoMa e del Getty Museum. Il senso di minaccia imminente che la rende cosi affascinante non appartiene ovviamente in nessun modo alla musica dei Big Stars.

Il colpo di coda degli Scorpioni

Non sono molte le band che arrivano al più grande successo della loro carriera con il nono album in studio come fecero gli Scorpions, quando Love at First Sting (1984) arrivò nei negozi di dischi.

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Per quasi venti anni, gli Scorpions avevano atteso che venisse il loro tempo e quando ultimarono la ballata perfetta, Still Loving You, seppero in cuor loro che il momento era giunto. Durante questo momento magico una forte polemica stava prendendo corpo.

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La causa era l’immagine scelta per la copertina, opera del famoso fotografo di moda tedesco Helmut Newton, che aveva offeso la sensibilità americana perché ritenuta troppo audace. L’immagine originale, effettivamente pervasa da erotismo, venne sostituita da un altro scatto di Newton con i membri degli Scorpions nella stessa posa di una delle sue foto più iconiche: “They comes”.
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L’esilio dorato degli Stones

I diciotto brani che compongono Exile on Main St. (1972), l’ultimo capolavoro dei Rolling Stones, furono scritti in un intervallo di tempo piuttosto lungo che va dal 1968 al 1972. In mezzo, i cinque si separarono dal loro produttore per evitare di dovergli riconoscere i diritti sui nuovi pezzi e si trasferirono in Francia per evitare l’elevatissima pressione fiscale britannica, spesero tempo e denaro per effettuare sovra-incisioni a iosa e si trovarono a combattere con le ripetute assenze dei vari membri della band, in particolare di Keith Richards, che in quel periodo stava precipitando nel vortice dell’eroina.

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Qualunque musicista avrebbe forse mollato, invece, contro ogni difficoltà e con quella grandezza innata che solo alcuni possiedono, i Rolling Stones produssero l’ennesima pietra miliare della loro carriera. Una volta che l’album fu completato, Charlie Watts, il batterista degli Stones, chiese al grande artista Man Ray di realizzarne la copertina. La copertina dell’album precedente, Sticky Fingers, del resto era stata realizzata da Andy Warhol.
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Il lavoro di Ray, le facce dei cinque stones riportate sui cinque cerchi neri di un grande dado, non piacque a nessuno. Venne quindi interpellato il grande fotografo svizzero-americano Robert Frank che approntò l’iconico foto-collage che tutti conosciamo.

Madame e monsieur

Per la copertina del suo primo album americano, Love On The Beat (1984), Serge Gainsbourg, l’indimenticabile autore di Je t’aime moi non plus, aveva pensato al fotografo, pittore e regista William Klein, un americano che viveva a Parigi. Entrambi erano nati nel 1928, a pochi giorni di distanza. Entrambi erano figli di immigrati ebrei: uno a Parigi, l’altro a New York. Entrambi avevano iniziato la loro carriera artistica con la pittura: Klein con più felicità e talento di Gainsbourg.
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Si erano conosciuti nel 1967 sul set di Mister Freedom, film per il quale Gainsbourg aveva composto la musica. Nel 1984 Gainsbourg propose a Klein di ritrarlo truccato da donna: “Sarai bellissimo!”, gli rispose il fotografo. Il musicista aveva in mente una famosa foto di moda di Klein degli anni cinquanta che raffigurava una bellissima ragazza avvolta dal fumo di sigaretta. “Voglio essere così”, disse l’artista francese.
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Non fu per niente facile. Le orecchie furono bloccate con del nastro adesivo perché troppo prominenti. Le labbra e le occhiaie ritoccate da un professionista. Ma alla fine Serge era davvero bellissimo.

1 commento

  1. articolo molto interessante, complimenti.

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