IL CIELO SOPRA LA DALMAZIA: LA JUGOSLAVIA E LA SECONDA GUERRA MONDIALE

IL CIELO SOPRA LA DALMAZIA: LA JUGOSLAVIA E LA SECONDA GUERRA MONDIALE

Il cielo sopra la Dalmazia è un romanzo storico ambientato nei Balcani durante la seconda guerra mondiale. Il suo autore, Dražan Gunjača, è diventato avvocato a Pola (in Croazia) dopo aver servito per una decina d’anni nell’ex marina militare iugoslava.
Nel 2003 escono in Italia, grazie all’editore Fara, due sue opere: il dramma Roulette balcanica e il romanzo I congedi balcanici, parte centrale di una trilogia omonima di cui il primo ed il terzo volume non sono stati ancora tradotti. Sia il dramma sia il romanzo – vincitori di numerosi premi letterari italiani e internazionali – sono un’apparentemente ingenua ma lucida narrazione della follia nazionalista esplosa nei Balcani, con amici e parenti che improvvisamente si trovano divisi da confini di natura etnica e, senza capire bene perché, cominciano ad odiarsi e a spararsi addosso.

Dopo altre opere in cui forse Gunjača si è eccessivamente abbandonato al gusto per la digressione, soprattutto tramite dialoghi apparentemente interminabili (proprio nella natura dialogica stava la forza del dramma Roulette balcanica, come nel psicologico ed inconcludente Sette giorni di solitudine pubblicato in Italia dalle Edizioni dell’Istituto italiano di cultura di Napoli nel 2009), ecco uscire in questi giorni il primo di una nuova serie di romanzi.
Il cielo sopra la Dalmazia, appunto, pubblicato in Italia da BastogiLibri. Il nuovo libro narra le vicende iugoslave tra il 1938 e il 1949 e la serie dovrebbe osservare la storia della Jugoslavia fino alla sua dissoluzione all’inizio degli anni ’90 del secolo scorso.

La storia della tragedia iugoslava attraverso la guerra mondiale è narrata dalla prospettiva di due fratelli gemelli, Mate e Jakov, nativi di Signo (in croato Sinj) nell’entroterra dalmata, non distante da Spalato. La loro famiglia vive stentatamente cercando per lo più invano di ricavare sostentamento da una terra pietrosa ed inclemente. Ma né loro né i familiari sono riconducibili allo stereotipo del rozzo ed incolto contadino.
Al contrario i due gemelli hanno successo negli studi che, con raccomandazioni e stratagemmi, riescono entrambi a seguire.
A spronarli la strana figura di Tone, eremita a metà strada tra il veggente, il filosofo ed il matto di paese. Proprio le qualità di veggente di Tone gli mostrano come il dramma della Jugoslavia nell’inferno della seconda guerra mondiale sia scritto nel sangue della famiglia e degli affetti dei due fratelli.
Divisi dal servizio militare, durante il quale li troverà la guerra e l’invasione da parte delle truppe tedesche e italiane, il caso e le amicizie li porteranno su fronti opposti degli schieramenti. Da una parte Tone coi partigiani comunisti che hanno l’obiettivo della liberazione dall’invasione nazifascista e della creazione di una grande nazione balcanica libera da teste coronate, dall’altra Jakov con la milizia territoriale che affianca ustascia e occupanti con l’obiettivo di ripristinare le nazionalità etniche presenti nei Balcani.
Si ritroveranno drammaticamente per la prima volta dall’inizio della guerra durante l’assedio portato alle truppe partigiane da parte dei nazifascisti sul monte Kozara. Il loro destino a quel punto si fonderà tragicamente riflettendo quello della Jugoslavia, che faticosamente si riprenderà dall’invasione e riuscirà a scacciare gli occupanti e i loro alleati locali per instaurare un regime comunista che unirà sì la nazione ma che per farlo perderà prima l’appoggio degli aiuti alleati (con cui gli altri Paesi europei si risollevarono dall’abisso di miseria provocato dalla guerra) e poi anche quello dell’URSS staliniano, convinto che la via al comunismo di Tito non potesse prescindere, come invece avveniva, dalle direttive del Partito comunista sovietico.

Gunjača non rinuncia al gusto per la digressione, ma qui, esplorando di volta in volta le vicende dei fratelli, dei loro parenti e amici, non rischia mai di diventare fine a sé stesso, restando sempre ancorato allo sviluppo storico, alla descrizione minuziosa della realtà geografica e sociale della Jugoslavia in guerra.
Anzi, Il cielo sopra la Dalmazia riporta alla mente uno dei più bei romanzi del Novecento italiano: Il mio Carso di Scipio Slataper. Per quanto l’opera slataperiana descriva in modo asciutto e lirico la dimensione di un italiano nel Carso austroungarico precedente all’annessione italiana conseguente alla prima guerra mondiale, la realtà sociale non subisce particolari modificazioni o innovazioni rispetto a quella di oltre 25 anni dopo, presentata in Il cielo sopra la Dalmazia.
Si tratta di una realtà rurale e povera, apparentemente immodificabile, oggetto delle mire dell’imperialismo italiano che vede durante il fascismo i Balcani, l’Albania e la Grecia come “naturale” terreno d’espansione e “italianizzazione”.
Proprio per questo è estremamente interessante un personaggio introdotto da Gunjača, al culmine drammatico della narrazione durante l’assedio del monte Kozara e nel frangente della riunificazione dei due protagonisti: Giovanni, un medico italiano e dalmata. Giovanni vive sulla propria pelle – e nella propria sorte di non accettazione da parte di nessuno dei popoli in guerra – la contraddizione della doppia origine a cui egli però non può rinunciare.

Il cielo sopra la Dalmazia non è solo un romanzo storico avvincente ed emozionante, che ci presenta una vicenda umana per la quale non si può non parteggiare. Non è solo una presentazione romanzata di un periodo importante per la storia iugoslava che in qualche modo si riaggancia alla follia etnica che ha sconvolto i Balcani alla fine del Novecento e che quel periodo riecheggia molto di più di quanto non appaia a prima vista.
È anche un’occasione, per il lettore italiano, di prendere consapevolezza di una realtà troppo spesso rimossa nella storia nazionale. Quella del fascismo imperialista presente in parti dell’Europa a noi attigue non come liberatore, ma come invasore e odiato sostenitore di governi fantoccio che hanno contribuito a generare le tensioni etniche sfociate in massacri e fosse comuni.
Demistificando certo vittimismo auto-assolutorio che porta anche oggi, ad esempio con certa retorica collegata al Giorno del ricordo, ad immaginare gli italiani innocenti vittime della barbarie comunista iugoslava e non odiato invasore finalmente ricacciato dal suolo patrio. E occorre comprendere (senza necessariamente giustificarli) come gli eccidi di italiani siano la conseguenza degli eccidi di slavi avvenuti durante la guerra, sia da parte degli occupanti nazifascisti sia da quella dei loro zelanti alleati locali.

Sito ufficiale di Dražan Gunjača

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1 commento

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