ARTE MECCANICA E PRECURSORI – FOTOSTORIA

ARTE MECCANICA E PRECURSORI – FOTOSTORIA

Con questo articolo inizia una storia della fotografia, una fotostoria attraverso le immagini dei maestri che contribuirono a farla diventare l’arte che oggi tutti conosciamo.
Prepariamoci a molto bianco e nero, disarmante per la sua realtà oggettiva e, allo stesso tempo, per l’assoluta irrealtà che comunica sulle basi del senso comune. Noi tutti, per esempio, vediamo l’erba verde, ma una fotografia in b/n non la mostra con questo colore. Per questo considero la fotografia in b/n una “irrealtà oggettiva”.

La parola fotografia deriva dal greco antico, è composta dai termini φῶς (phôs), luce, e γραφή (graphè), scrittura o disegno, cioè scrittura eseguita con la luce.
Al di là dei processi fisici con cui l’essere umano si è industriato per riprodurre l’immagine su un supporto, quello che appare lampante, oltre il suo desiderio di riprodurre la realtà attraverso immagini, è l’istinto di ottenere questo risultato “automaticamente”.

La fotografia come arte meccanica è, in realtà, il logico punto di arrivo di un lungo percorso che, dalla mente umana, passa allo strumento meccanico e giunge alla macchine e successivamente all’apparato. (Flusser, 1984).

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Camera obscura

Tutto trae origine dalla camera obscura, nota nell’antichità come luogo dall’interno del quale osservare i fenomeni naturali (ne danno testimonianza il cinese Mo Ti Had e Aristotele), e nota prima del Rinascimento agli ottici arabi, a Roger Bacon, a Vitellione e Peckam, poi descritta da Leonardo Da Vinci e, infine, divenuta camera ottica dotata di lente, nota a Daniele Barbaro e Giovanni Battista Della Porta.

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Camera ottica

Nel Seicento, individuata come strumento utile per disegnare la prospettiva, prese la forma di una struttura trasportabile.
Nel Settecento le sue dimensioni vennero a ridursi ulteriormente: fu ampiamente utilizzata dai vedutisti, Canaletto in testa; dagli studiosi di arte e prospettiva (per esempio Francesco Algarotti); talvolta fu osteggiata (Charles-Antoine Jombert).

Caratteristiche della veduta. Il contributo tecnico della camera ottica

Caratteristiche della veduta. Il contributo tecnico della camera ottica

Una camera ottica del Settecento

Una camera ottica del Settecento

Alla camera ottica si affiancò anche altra strumentazione che portò a quell’esito finale che è poi la macchina fotografica: per esempio, le machines à dessiner, il vetro di Leonardo, il velo e il reticolo di Leon Battista Alberti, le macchine di Albrecht Dürer, o altre macchine messe a punto tra il Seicento e il Settecento, come gli specchi, la camera lucida, o le tecniche della silhouette o del physionotrace.

La machine à dessiner

Alla lunga tradizione europea delle camerae obscurae e delle macchine per disegnare si affianca anche lo studio dei materiali sensibili alla luce che, a sua volta, ha una lunga storia che parte dall’antichità (Vitruvio, Plinio) e si intensifica tra il Cinquecento e il Settecento (Fabricius, Schultze); ed è evidente come i due filoni di ricerca, il primo nell’ambito della fisica, il secondo in quello della chimica, andranno a confluire nell’invenzione della fotografia.

Nascita ufficiale della fotografia

Parigi, 19 agosto 1839. Un’ora dopo aver dato l’annuncio al pubblico del procedimento fotografico inventato da Louis Daguerre, i clienti cominciano ad affollare i negozi di ottica per ordinare i nuovi apparecchi fotografici.
Nel 1847, otto anni dopo, nella sola Parigi vengono venduti oltre duemila apparecchi e più di mezzo milione di lastre.
Entro il 1853, circa diecimila dagherrotipisti statunitensi arrivano a scattare ben tre milioni di fotografie.
I londinesi affittano un atelier a vetrate per scattare, fornito di una camera oscura per sviluppare e, in concomitanza, l’università della capitale britannica ospita nell’ateneo un corso di fotografia.
Sono nati un nuovo hobby e una nuova professione.

Louis Daguerre

Louis Daguerre

L’invenzione che segnò l’inizio di questa nuova occupazione fu il dagherrotipo: una lastra di rame ricoperta di uno strato di ioduro d’argento sensibile alla luce, che veniva esposta per mezzo dell’apparecchio fotografico e poi sviluppata con vapori di mercurio. Ciò che maggiormente sbalordì il pubblico ottocentesco furono la qualità della nitidezza e la precisione del dettaglio dell’immagine riprodotta, in un periodo storico in cui la riproduzione esatta della realtà rappresentava il canone massimo dell’arte figurativa.
Tra i primi a procurarsi la possibilità di fotografare, non a caso, ci furono molti pittori: chi per eseguire studi preliminari per i loro quadri, altri con l’intento di guadagnare più di quanto non potessero fare dipingendo; infatti una delle applicazioni più redditizie della fotografia fu, inizialmente, il ritratto, ambitissimo e relativamente poco costoso rispetto alla commissione di un’opera pittorica.

fotocamera per dagherrotipia, I

fotocamera per dagherrotipia, I

fotocamera per dagherrotipia. II

fotocamera per dagherrotipia. II

Un dagherrotipo

Un dagherrotipo

Nel giro di una decina d’anni, però, il dagherrotipo venne soppiantato da un nuovo procedimento che permetteva di fissare le immagini su carta invece che su lastra di rame: fu William Henry Fox Talbot a elaborare questo sistema – che prese il nome di calotipia – basato sul procedimento di positivo/negativo che fu poi quello che durò fino all’avvento della fotografia digitale. L’immagine del calotipo non risultava nitida come quella del dagherrotipo ma era la morbidezza dei contorni che la rese affascinante, quasi un prematuro equivalente della pittura impressionista.

William Henry Fox Talbot

William Henry Fox Talbot

un calotipo

un calotipo

Nel 1851, Frederick Scott Archer inventò il collodio (umido), un liquido viscoso che, steso sul vetro, lo ricopriva di uno strato di prodotti chimici fotosensibili. Le lastre venivano esposte ancora umide e sviluppate subito, perché la loro sensibilità alla luce si deteriorava asciugando.

Frederick Scott Archer

Frederick Scott Archer

Stampa all'albumina ottenuta da due lastre al collodio

Stampa all’albumina ottenuta da due lastre al collodio

Invenzioni di questo tipo si susseguirono di anno in anno. La fotografia era ancora un’arte sperimentale e chiunque se ne occupasse doveva impadronirsi da solo di tutte le fasi del procedimento.
Tra gli innovatori, cominciarono ad emergere veri e propri artisti che, nell’arco di una ventina d’anni, esplorarono con fantasia tutte le possibilità estetiche del mezzo fotografico, così come cercarono di sfruttarne il potenziale tecnico; tant’è che, nell’arco di questo primo periodo, fu toccato praticamente tutto il repertorio classico: il paesaggio, la natura morta, la documentazione, il ritratto.
Per esempio, nonostante gli apparecchi primitivi e i procedimenti scomodi, i paesaggi di Gustave Le Gray e dei fratelli Bisson, possiedono una carica espressiva pari a quella di fotografie eseguite molto più tardi. E i superbi ritratti di Southworth e Hawes appaiono ancora oggi pieni di vigore e sensibilità.

L’impatto di questa innovazione emergente, nel grande pubblico provocò stupore, curiosità, entusiasmo; tra gli intellettuali e gli artisti punti di vista spesso ostili o interrogativi, come Edgar Allan Poe che dubitava della possibilità della fotografia di riprodurre con fedeltà il reale visibile, e ne ribadiva una funzione di ancella rispetto all’arte e alla scienza; o come Charles Baudelaire che si scagliò contro la fotografia sottolineandone l’incapacità a divenire una forma d’arte, a causa della sua origine industriale.
Così, infatti, Baudelaire si espresse in Salon de 1859, “Revue française”, 10-20 giugno,1-20 luglio 1859, nella sua famosa invettiva: “Essendo l’industria fotografica il rifugio di tutti i pittori mancati, troppo poco dotati o troppo pigri per completare i loro studi, questo universale esagerato entusiasmo ha non soltanto il carattere della cecità e dell’imbecillità, ma anche il tono d’una vendetta. (…) ciò significa che l’industria, facendo irruzione nell’arte, ne diviene la più mortale nemica e che la confusione delle finzioni impedisce che alcuna sia ben soddisfatta. (…) Se si permette alla fotografia di sostituire l’arte in qualcuna delle sue funzioni, essa l’avrà ben presto soppiantata o corrotta completamente, grazie alla naturale alleanza che troverà nella scempiaggine della moltitudine. Bisogna dunque che essa ritorni al suo vero compito, che è d’esser la serva delle scienze e delle arti, ma la più umile serva, come la stampa e la stenografia, che non hanno né creato né sostituito la letteratura. Che arricchisca essa rapidamente l’album del viaggiatore e restituisca ai suoi occhi la precisione che potrebbe mancare alla sua memoria. che essa abbellisca la biblioteca del naturalista, ingrandisca gli animali microscopici, rafforzi con qualche informazione le ipotesi dell’astronomo: (…) Che salvi dall’oblio le rovine cadenti, i libri, le stampe e i manoscritti che il tempo divora (…), essa sarà ringraziata e applaudita. Ma se le si permette di invadere il dominio dell’impalpabile e dell’immaginario, soprattutto ciò che vale perché l’uomo vi ha aggiunto qualcosa della sua anima, allora sventurati noi!”

Sappiamo che non andò così.
Fin da subito la fotografia viene colta sì, nel suo aspetto “commerciale” o di supporto, ma anche come ricerca artistica, una ricerca che cominciò a svilupparsi presso dilettanti colti come, per esempio, Julia Margaret Cameron e Lewis Carroll, l’autore di “Alice nel paese delle meraviglie”.

 

Fotostoria, indice degli articoli:
ARTE MECCANICA E PRECURSORI
LA JOINT VENTURE SOUTHWORTH & HAWES [FOTOSTORIA 1840-1860, 1]
STELZNER, IL PRECURSORE DEI REPORTER
[FOTOSTORIA 1840-1860, 2]
TALBOT, L’INVENTORE DELLA MODERNA FOTOGRAFIA [FOTOSTORIA 1840-1860, 3]
DAVID OCTAVIUS HILL & ROBERT ADAMSON [FOTOSTORIA 1840-1860, 4]
HIPPOLYTE BAYARD, L’ INVENTORE [FOTOSTORIA 1840-1860, 5]

CHARLES NÈGRE, FOTOGRAFO PITTORICO [FOTOSTORIA 1840-1860, 6]

GUSTAVE LE GRAY, L’ESILIO DI UN MAESTRO [FOTOSTORIA 1840-1860, 7]

DELAMOTTE E IL PALAZZO DI CRISTALLO [FOTOSTORIA 1840-1860, 8]

LE ATMOSFERE NOIR DI THOMAS KEITH, FOTOSTORIA 9, 1840-1860

L’UOMO MISTERIOSO DI MAXIME DU CAMP, FOTOSTORIA 10, 1840-1860

LA GRANDE IMPRESA DI FRANCIS FRITH, FOTOSTORIA 11, 1840-1860

I FRATELLI BISSON, TALENTI DIVERSI PER UN UNICO OBIETTIVO – FOTOSTORIA 12, 1840-1860

ROGER FENTON , FOTOGRAFO DI GUERRA – FOTOSTORIA 13, 1840-1860

16 commenti

  1. Interessantissimo, continua mi raccomando

    • Grazie, Gian Luigi. Vedrò di fare del mio meglio ahaaaha. Sono già stanca all’idea (scherzo), siamo solo alla metà dell’Ottocento e dovremo arrivare agli anni Sessanta.
      Dico anni Sessanta perché poi è quasi storia di oggi. È vero che Internet ci metterà ancora un po’ ad approdare sensibilmente nella vita di tutti quanti, e così la fotografia digitale, ma comincia ad essere un mondo riconoscibile per quello che è oggi.
      Ciao. A presto.

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