A TITO FARACI BASTA IL RITMO

A TITO FARACI BASTA IL RITMO

Il problema di alcuni sceneggiatori è la mancanza di ritmo.
Come la musica, una storia è scandita di punti alti e di punti bassi: chi non li percepisce a “orecchio” non può essere un bravo sceneggiatore. Un autore dotato di ritmo sa rendere interessante anche una storia che non dice niente. Uno privo di ritmo, invece, annoia pure se scrive una storia con un intreccio e dei contenuti profondi.

Uno degli autori italiani sicuramente dotato di ritmo è Tito Faraci, ma solo se ammettiamo che la miniserie a colori di Cico uscita nel 2017 l’ha fatta scrivere a qualche “negro”, perché è noiosissima.
Comunque, essendo a colori, Cico non venderà in ogni caso. Peggio ancora se fosse stata in un formato più grande, come gli albi del nuovo corso di Morgan Lost. Sullo stravolgimento del format consoliditato del fumetto italiano, cioè quello di Bonelli, ho scritto qui. Peccato che a farne le spese siano serie originali come Mercurio Loi: in bianco e nero venderebbe molto di più (ormai è troppo tardi per cambiare).

Un buon esempio di storia che dice poco o niente e allo stesso tempo scorrevole, perché ricca di ritmo, è quella di Tex scritta da Tito Fraci che tempo fa ho esaminato nel mio vecchio blog e che ripropongo più avanti.

A proposito, che ne è di Tex Willer dopo le storie iniziali scritte da Gian Luigi Bonelli (1908-2001) e disegnate da Galep (Aurelio Galleppini, 1917-1994)? Sui personaggi che hanno influenzato fortemente Tex ne ho scritto qui.

Di sicuro Tex Willer non è più il bullo rissoso di una volta, quando chiamava gli afroamericani “pezzi di carbone” trattandoli con paterna condiscendenza (alcuni dialoghi probabilmente sono stati addolciti nelle ristampe) e prendeva a pugni praticamente chiunque osasse respirare senza il suo esplicito consenso. Il che dispiace anche un po’, perché il Tex di Gian Luigi Bonelli aveva comunque un senso, una vitalità che lo rendeva interessante. Buono anche il Tex del figlio Sergio, più razionale a partire dal contesto generale (mentre il contesto di Zagor, determinato dal disegnatore-sceneggiatore Galliano Ferri, è geograficamente e storicamente troppo assurdo per cercare di metterlo a posto, come dico qui).

Gli autori che scrivono Tex al giorno d’oggi sono influenzati dai fumetti argentini presentati in Italia da “Lanciostory” e “Skorpio”, nei quali probabilmente si sono fatti le ossa, rendendolo sempre più melanconico e di sinistra. Dal vitalista “fascio” di G. L. Bonelli al Tex pensieroso e “compagno” attuale il passo non è breve.
Tra parentesi, quando dico che Tex nasce dai personaggi degli anni trenta mi viene sempre risposto che non può essere perché è un amico degli indiani. Ma il fascismo non è nato razzista, non pochi dei suoi fondatori erano ebrei, lo diventa solo nel 1938 quando si allea con Hitler. Ancora oggi molti neofascisti ammirano la spiritualità dei pellirosse o dei giapponesi e disprezzano il materialismo americano. Invece nei confronti degli africani l’estrema destra non ha mai nutrito molta simpatia, forse per motivi coloniali, ma neppure odio: i giornali italiani degli anni trenta condannano il trattamento dei neri nel Sud degli Stati Uniti. Forse ad alcuni apparirà incredibile, ma i (pochi) immigrati africani non venivano perseguitati nemmeno nella Germania nazista (come dico qui). Questo non significa, certo, che i nazisti non fossero tra i peggiori criminali della storia.

Tito Faraci è forse il migliore sceneggiatore italiano, anche se elabora solo vagamente la trama delle storie del pistolero più amato dagli italiani.

Rileggiamo insieme l’episodio che si dipana tra il numero 629 (“L’inseguimento”) e 630 (“Lotta senza respiro”) di Tex.
Testi di Tito Faraci e disegni di Corrado Mastantuono.

Tex Willer e Tiger Jack (non vi pare strano il nome “tigre” affibbiato a un pellerossa, anche se il termine per gli americani significava pure giaguaro?) stanno andando in un trading post che viene rapinato proprio in quel momento.

Tex entra nell’edificio e ammazza un paio di brutti ceffi, tanto per gradire.

Il terzo si infratta, ma viene arrestato da Tex: non lo fredda per pietà? No, con Vince Stanton vuole giocare al gatto e al topo fino all’ultima pagina della storia.

Alcuni giorni dopo, Tex viene assalito da un puma.
Pensavo che questi felini non aggredissero l’uomo, tantomeno a cavallo, ma si fa di tutto per tenere il ritmo.

I due si dirigono verso il penitenziario dove è stato rinchiuso il delinquente del trading post.

Ahi! Sento odore di pestaggio in assenza di avvocato…
Invece no, Vince Stanton evade stordendo due guardie e un tizio che incontra per strada. Sarà un pericoloso criminale, però ha un cuore grande così.

Tex e Tiger intercettano Vince nella notte, ma a sua volta un lupacchiotto intercetta loro (questo animale non attacca in branco?). Basta lo sguardo carismatico del Tigre per farlo scappare con la coda tra le zampe. Interessante questo superpotere del muso rosso.

Mentre i due pards (si dice così?) inseguono il buon Vince per farsi condurre dalla sua pericolosa banda, viene messa altra carne sul fuoco: un branco di pellirosse assetati di sangue.

Nell’economia della storia non c’entrano niente, ma tant’è.

Gli indiani ammazzano entrambi i coniugi, anche se il capo avrebbe voluto ripassarsi la biondina.

Intanto Vince sfugge fortuitamente dall’inseguimento di Tex.

Veramente bravo ‘sto Mastantuono. Del resto chi disegna fumetti umoristici non ha bisogno di ricalcare le foto.

Per raggiungere Vince, Tex deve guadare il fiume. Quivi, un tronco galleggiante gli viene addoso di prepotenza: rifletti, testone, se anche la natura inanimata ti aggredisce deve proprio esserci qualcosa che non va in te.

O meglio, è Faraci che tiene sempre il ritmo. Poni che Tex entri in un villaggio: un bimbo gli farà sicuramente la pipì in testa dal tetto di una casa, tanto per movimentare la scena.

Così, ad minchiam, gli indiani visti prima fanno prigioniero Vince dal bel faccino.

Diamo il via al tradizionale massacro di musi rossi, con la scusa di fare scappare Vince senza fargli capire che è stato aiutato (?!).

E ora, da dove escono questi loschi figuri?
Sterminati gli indiani (cosa sempre sana e giusta) subentrano i briganti!

Nuovo albo, nuovo giro di morti ammazzati (da Tex).
Questo numero 630 è stato scansito da schifo: un bel puah! in faccia ai pirati del web ai quali l’ho piratato a mia volta.

Anche i briganti odiano gli animali, come si evince dal trattamento riservato a questo umile crotalo che si stava limitando a scuotere i sonagli per avvertire lor signori della propria presenza.

Il simpatico Vince, che furfanteggia senza ammazzare i buoni neppure per sbaglio, trova un osso duro nella persona del grande vecchio della banda.

Mentre Vince accompagna i bastardi al tesoro ottenuto da una rapina precedente, fatta senza avvertirli, alcuni della banda scorgono Tex e Jack.

Meno fessi degli indiani, i biancuzzi capiscono al volo quando arriva il momento di telare.

Stavolta Vince Stanton viene aiutato a fuggire da Dio in persona, che interviene con un fulmine ben diretto (va bene il ritmo, ma forse cominciamo a esagerare…).

Tex e il suo pard baruffano di nuovo con la banda.

Errore di sceneggiatura: una legge non scritta vieta di uccidere due serpenti a sonagli nello stesso episodio.

Alla “Il buono, il brutto e il cattivo”, alcuni banditi (non capisco più se della stessa banda o di una concorrente) costringono il povero Vince a disotterrare il tesoro da una tomba.

Per gustarvi meglio la versione a fumetti della famosa scena cinematografica, mentre continuate a leggere mettete in sottofondo Ennio Morricone:

No! Questo trucchetto fanciullesco nooooo!

Ti pareva che quel becchino di Tex non fiutasse il sangue.

Chissà come fa Tex a schivare sempre il piombo di chi gli spara prendendo bene la mira, mentre lui la mira non la prende affatto: va di culo e centra sempre il bersaglio.

Uh-oh! Temo che la nostra scampagnata nel campo di sterminio non sia ancora conclusa.

Un morto ammazzato…

Due.

Tre.

Quattro.

Cinque.

Sei.

Sette.

Otto.

Nove.

Dieci.

Undici.

Dodici.

Tredici e quattordici.

Quindici morti ammazzati…

Amen.

‘Fanculo Tex.

Subito dopo gli ultimi 15 morti ammazzati arriva il finale fiacco, con la terza o quarta cattura di quel simpatico bastardo di Vince. Ma si sarebbe potuto continuare il giochetto all’infinito…

In questa storia di Tito Faraci non c’è una vera trama: in un film porno scopano e basta, mentre qui sparano per uccidere.
Eppure c’è il ritmo, chi legge non rimane deluso anche se avverte un senso di vuoto.

Sì, se ci fosse stata qualche idea sarebbe stato meglio.

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4 commenti

  1. Ha spesso anche idee. Ricordo più di una notte a vegliare Crepascolino febbricitante in compagnia delle storie della serie Quando Paperinik Ha Mangiato Pesante. Il ritmo è comunque essenziale. Credo che TF pialli tutti quei serpenti a due gambe o senza nelle storie di Tex perchè non può farlo quando racconta di come Paperino somatizzi una indigestione con il sogno del suo alter ego in maschera in un mondo in cui i Beagle Boys sono ricchissimi e buoni e non riescono a disfarsi del denaro regalandolo ad Uncle Scrooge…

  2. condivido assolutamente l’analisi di questa storia, tuttavia ( secondo me) sei un pò troppo severo su Tito Faraci nel “senso assoluto” 🙂 . è vero che Faraci ha esordito con una storia piena di clichè e basata unicamente sul ritmo, vero anche che c’ha messo parecchio a “prendere le misure” con Tex, è stata un’evoluzione lenta ( paragonata al folgorante esordio di Pasqule Ruju che riesce ad entrare in sintonia da subito con qualunque personaggio di cui si trova a scriverne una storia ) ma c’è stata. “L’uomo di Baltimora” è il capolavoro del Faraci texiano che non stona paragonato al primo Boselli (in particolare le sottosaghe disegnate da Marcello).Sicuramente è vero che abbiamo letto storie molto “semplicione” (con tex in solitaria) prima di poter leggere un Faraci maturo ( maturo per tex ovviamente, perchè era già uno dei migliori sceneggiatori italiani) .Chissà, probabilmente Faraci doveva servire proprio a questo all’inizio, un punto di congiunzione tra il tex “retrò” (metà Bonelli e metà Nizzi dell’ultimo periodo) e quello “epico-corale” a cui ci ha abituati Boselli. Credo che oggi sia ampiamente maturato e a suo agio e possiamo godere dell’interpretazione di ben tre sceneggiatori fissi ( Boselli, Faraci e Ruju) e di un saltuario pezzo da 90 ( Manfredi) , seppure non il mio preferito.

  3. P.S: Ovviamente concordo che su questo albo ha fatto un regresso. è una storia che più manierista non si può 😛

  4. “Amico degli indiani”? Non ne sarei tanto sicuro: ama i “suoi” indiani che, piuttosto scemotti, hanno bisogno di un bianco per farsi ben governare. Fatta eccezione per la storia “Una campana per Lucero”, chi può dire di aver mai visto in Tex un indiano “colto” secondo i canoni “occidentali”? Dove sono i grandi capi indiani di cui la storia, obtorto collo, riconosce l’esistenza? In Tex hanno SEMPRE bisogno di Aquila della notte che, per sovrappiù, quando gli capita, ammazza a tonnellate i loro guerrieri.
    Per quanto riguarda gli autori, Tito Faraci compreso, credo che l’unico degno del tempo speso per leggerlo sia Gianfranco Manfredi, su cui pure cade la maledizione del personaggio, che consiste in questo: i brillanti autori del Nostro che, se lasciati liberi, riescono ad essere efficaci e divertenti (v. Nizzi con Leo Pulp) quando si imbattono nel Ranger scadono in storie scontate e vuote e, soprattutto nella parte introduttiva (come accade nel pur valido texone Manfredi-Gomez) assai improbabili (ma ti pare che si partono dalla Pampa per andare a chiedere aiuto a Tex Willer?)
    Saluti e complimenti per l’ottimo blog

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