DAI SABBA DEGLI ANNI VENTI ALLE STREGHE DELLA POP ART

DAI SABBA DEGLI ANNI VENTI ALLE STREGHE DELLA POP ART

Le avanguardie artistiche del primo Novecento si interessarono poco o niente alla strega e alla sua rappresentazione. Forse perché, nel secolo precedente, si era finalmente arrivati a una soluzione equanime che svuotava di ogni senso logico gli improbabili presupposti per cui si potesse accusare e perseguitare un innocente di pratiche stregonesche. O forse perché l’Europa, dopo secoli di terrore e di orrori, aveva bisogno di una pausa, in vista degli orrori successivi.

Jules Michelet: La strega, 1863. Milano, Daelli e C. editori.
Prima edizione italiana

 

A una nuova percezione del mondo stregonesco e della strega contribuirono anche studi sia letterari che storici. Una prima importante pubblicazione fu quella dello storico francese Jules Michelet, La strega (La Sorcière1862), in cui l’autore denunciava apertamente sia l’insensatezza dei secoli passati con uno sguardo particolare sugli stereotipi che avevano investito la donna contribuendo alla sua designazione di vittima per eccellenza, sia il mondo religioso che quello laico. Il suo studio sarebbe stato definito il primo saggio etnografico in materia, infatti Michelet costruì la sua opera sulla base di documenti e ricerche approfondite.

Così si esprime nella sua prefazione: “Sulla lunga strada della mia Histoire, nei trent’anni che le ho dedicato, questa orrenda letteratura di streghe mi è passata e ripassata spesso tra le mani. Prima ho esaurito i manuali dell’Inquisizione, le asinerie dei domenicani (Flagelli, Martelli, Formicai, Fustigazioni, Lanterne ecc., sono i titoli dei loro libri), poi ho letto i parlamentari, i giudici laici che di quei monaci prendono il posto, e pur avendoli in disprezzo, quasi li eguagliano in idiozia. Ne faccio cenno altrove. Qui osservo soltanto che, dal 1300 al 1600, la giustizia è la stessa. L’ingegno non conta”.

Charles Godfrey Leland: Aradia, o il Vangelo delle Streghe (All’Insegna di Ishtar, 1994). Prima edizione italiana

 

Un altro testo che influenzò il pubblico fu Aradia, o il Vangelo delle Streghe (Aradia, or the Gospel of the Witches, 1899), scritto da Charles Godfrey Leland, uno studioso statunitense di folclore stabilitosi in territorio fiorentino, dove compì le sue ricerche. Entrato in possesso di documentazioni che raccoglievano rituali di antica stregoneria toscana scritti in lingua italiana, il suo testo riporta la traduzione in inglese del cosiddetto Vangelo, un testo di stregoneria, e le conclusioni a cui era pervenuto in seguito ai suoi studi. Ancora oggi è in corso una diatriba tra studiosi circa l’originalità del manoscritto o alcune sue parti.

Resta il fatto che Aradia fu un testo importante nell’ambito della tradizione Wicca gardneriana, religione misterica affiorata nella prima metà del Novecento e considerata un moderno prolungamento dell’antico paganesimo esistente in Europa prima del processo di cristianizzazione.

È singolare come una traduzione italiana, di un testo che parli dell’Italia e in particolare della stregoneria toscana, sia apparsa per la prima volta solo nel 1994.

Margaret A. Murray: Le Streghe nell’Europa occidentale (Garzanti, 1978)

 

Altra fondamentale importanza hanno avuto le pubblicazioni di Margaret A. Murray, egittologa e antropologa inglese, date alle stampe per tutta la prima metà del Novecento.
Nei suoi studi Murray rileva l’ipotesi di un’antica religione pagana precristiana, riuscita a mantenersi viva nel tempo entro una minoranza che vi aderiva in segreto e nel silenzio, da dopo l’avvento del cristianesimo come religione di stato, e che sarebbe poi sfociata nella caccia alle streghe tristemente famosa. Antica religione che ai tempi della persecuzione fu bollata come stregoneria. 

Le Streghe nell’Europa occidentale (Witch Cult in Western, 1921) fu il primo testo in cui introdusse la sua tesi, a cui seguì un altro libro che la rese famosa anche presso il grande pubblico, cioè Il dio delle streghe, The God of the Witches, pubblicato nel 1931.

Oggi, gli studiosi contemporanei sono molto critici verso le conclusioni dell’antropologa inglese, in particolare sull’esistenza di un movimento stregonesco clandestino operativo, ma la maggioranza concorda sull’effettiva esistenza di credenze e rituali pagani ancora in auge nell’età pre-moderna, che conflagrò nel sangue in seguito alle risposte ecclesiastiche cattoliche e protestanti.

Albrecht Dürer: La strega a rovescio sul caprone (1500-1505)

 

È in quest’ottica, sulla base di quanto detto sopra, che dovremo avvicinarci alla strega del Novecento.

Le rappresentazioni delle streghe orrifiche, laide e minacciose del Dürer o la bella strega dalle sembianze di innocente fanciulla (che però in sé nasconde il seme della malvagità diabolica, e tanti sono i particolari che lo sottintendono) di Sortilegio d’amore del Maestro del Reno, fanno parte del passato.

Maestro del Basso Reno: Sortilegio d’amore (circa 1480)

 

Tralascio, quindi, i pittori che si imposero a cavallo del secolo, il cui immaginario si nutriva ancora per certi versi dell’iconografia e dell’idea “classica” di strega (seppure una strega più tranquillizzante delle sue sorelle antecedenti), come per esempio Louis-Maurice Bouet de Monvel, in Lezione prima del Sabba (The Lesson Before the Sabbath, 1880).

Louis-Maurice Bouet de Monvel: The Lesson Before the Sabbath, 1880.

 

Oppure il preraffaelita John William Waterhouse che dipinse spesso il magico. È del 1911 Circe o la maga (Circe or The sorceress).

John William Waterhouse: Circe or The sorceress, 1911.

 

O ancora Giacomo Grosso che, nel 1895, con Il supremo convegno esposto alla prima Biennale di Venezia fece sudar freddo il sindaco che già si vedeva scomunicato quando il Patriarca (il futuro papa Pio X) ebbe condannato il dipinto a mostra non ancora aperta

Il quadro fu esposto in una saletta nascosta, lo scandalo ci fu, tutti accorsero a vederlo, Grosso intascò il premio popolare di 1000 lire e, a mostra conclusa, fu acquistato per 15000 lire (!) dalla società statunitense Venice Art Company che voleva portarlo in tour negli Stati Uniti.
Purtroppo andò perduto in seguito a un incendio avvenuto durante la mostra itinerante.

Del quadro rimangono copie. Raffigura donne nude all’interno di una chiesa, intente a festeggiare intorno alla bara di don Giovanni, leggendario seduttore, in un tripudio di sensuale omaggio. L’impianto estetico e l’elemento orgiastico in cui Eros e Thanatos, Amore e Morte, si sovrappongono ricordano molto bene l’idea del sabba, la cui idea dissacrante è accentuata dall’ambientazione entro cui si svolge la scena.

Giacomo Grosso: Il supremo convegno, 1895. Illustrazione di Caronte (Arturo Cavalleri) proveniente da Il Fischietto, n. 37, maggio 1895.

 

In pieno primo Novecento, fu soprattutto l’astrattista Paul Klee, di padre tedesco e madre svizzera, a fare la parte del leone nel riprodurre il nuovo immaginario fantastico dello stregonesco, a più riprese e in varie epoche, e a costituire quell’elemento legante che dall’Ottocento ci portava alla nuova ottica di strega che si produsse dopo.

Da una iniziale visione giocosa dei lavori degli anni Venti, come in questa Scena stregonesca del 1921…

Paul Klee, Witch scene , 1921

 

… i suoi lavori cominciarono man mano a incupirsi in seguito all’affermarsi del nazismo.

Ne è un esempio La notte di Valpurga del 1935, che prende il titolo da un’antichissima festa pagana celebrata tra il 30 aprile e il primo di maggio, in cui si erano fusi gli antichi culti primaverili germanici e quelli celtici del Beltane, la festa gaelica in onore della nuova primavera.

Qui il significato della strega, dello stregonesco, assume un connotato metaforico per indicare il male non in ciò che è raffigurato, ma il contesto politico sociale che si stava per realizzare in quel momento.
Per inciso, alle ragioni di dolore legate al momento storico che il pittore presagiva arrivare si soprapposero anche le prime avvisaglie di una malattia che lo avrebbe condotto alla morte.
In questo dipinto, lontano dalle vivaci composizioni colorate dei quadri precedenti, cala una notte cieca e senza stelle in cui sono protagoniste figure mostruose antropomorfe di colore azzurro.

Paul Klee: La notte di Valpurga, 1935.

 

Con il suo dipinto La chiamata della notte (L’appel de la nuit), nel 1938 il belga Paul Delvaux ci racconta il conflitto di una giovane donna scaraventata in uno strano paesaggio desolato, lacerata dal dubbio se debba perseguire erotismo o castità.

E torna a formare quel gruppo di tre che tanto ci ricorda l’iconografia classica in cui le streghe compaiono in terzetto, forse nel ricordo incosciente e tramandato nel tempo di quanto andava dicendo anche Plinio il Vecchio, quando raccontava che le streghe romane erano depositarie di tre tipi di magia: magia del gesto, della parola, e dei pocula (cioè sostanze organiche provenienti anche dal corpo umano, e soprattutto il corpo femminile).
Anche le Parche della mitologia romana erano tre: decidevano del destino degli uomini. E nell’arte e nella letteratura furono descritte come vecchie scontrose o fanciulle oscure.

Paul Delvaux: La chiamata della notte, 1938.

 

Il pittore scozzese Alan Davie, vicino al surrealismo di Joan Mirò e partecipe dell’immediatezza spontanea della pittura zen, nonché simpatizzante delle teorie dello psicoanalista Carl Gustave Jung, riprese più volte il motivo magico.

È degli anni Cinquanta, precisamente del 1956, il suo Donne stregate dalla luna N. 2, (Woman Bewitched by the Moon No. 2), un dipinto a olio ascrivibile all’espressionismo astratto. E infatti Davie di questo suo dipinto disse che the figurative reference was not done consciously, it just came out that way”, il riferimento figurativo non fu dipinto consciamente, semplicemente uscì in quel modo”.

La potenza del suo immaginario esce dall’interno, dall’interiore verso l’esternocome si esprime l’espressionismo – e ci racconta con colori violenti la sua immagine di strega: un groviglio di corpi e figure zoomorfe, in cui non manca un senso di mostruoso e alieno, che sentiamo urlare e ridere in una frenesia orgiastica creata dalla dinamica plasticità dei soggetti ritratti.

Alan Davie: Donne stregate dalla luna N. 2, 1956

 

Sono conturbanti e sorprendenti le immagini stregonesche del nostro pittore torinese Enrico Colombotto Rosso, eclettico artista in cui confluiscono più stili, e aderente alla corrente artistica torinese Surfanta (Surrealismo Fantastico) volta ad esprimersi con surreale fantasia.

Nel Teatro dei matti, una pubblicazione artistica uscita alla fine degli anni Cinquanta, Colombotto Rosso descrive una sua rivisitazione del Sabba. Non è stato possibile reperire alcuna immagine, se ne parla comunque nelle riviste Il Delatore, n. 4 estate 1960 e Il caffè, n. 5 ottobre 1962.
Mentre ho potuto riportare una sua Medea, raffigurata sulla copertina di Pianeta, n. 34, 1970 e un’immagine di alcuni suoi schizzi fantastici che raccontano la storia di Medea dal punto di vista del pittore.

Nella versione tragica di Euripide, Medea compie numerosi delitti, oltre a uccidere il fratello per amore di un mortale, e infine i figli stessi. E lo fa per non sottomettersi all’ingiustizia e all’umiliazione di un meschino destino disegnato da uomini per la loro autoaffermazione, finendo col distruggere anche ciò che di più caro ha.
Non dimentichiamo, inoltre, che nella versione più antica, pre-euripidea, i figli di Medea sono lapidati dal popolo di Corinto che si rivalgono nei confronti della maga Medea credendola l’artefice della peste che colpisce la città: ancora il dramma della donna tradita, ma senza che avvenga la discesa nell’abiezione.

Nella china (?) più sotto, l’antica figura mitologica greca di potente maga dotata di poteri divini è ritratta mentre uccide i figli. Il pittore riconferma il mito euripideo, torna a raccontare una femminilità devastatrice e l’ingiustizia che l’ha originata e a cui l’eroina strega non si sottopone. Ci sta dicendo che, ancora oggi, le fondamenta su cui si basa l’antico crudele mito persistono come allora. Che l’archetipo è ancora vivo, che non si è risolto.

Medea, vista da Enrico Colombotto Rosso (dalla copertina di Pianeta, n. 34, 1970).

Dalla serie di schizzi in “Colombotto Rosso tra le spire di Medea (Pianeta, n. 34, 1970): “Medea uccide i figli”. Quest’omicida per vocazione e per volontà è condannata a distruggere continuamene il suo passato.

 

Un altro nostro artista che dedicò molta della sua arte al mondo esoterico, magico e stregonesco fu Lorenzo Alessandri, pittore e incisore surrealista nonché fondatore del movimento Surfanta.

Nel seguente olio su masonite del 1976, Tutti nudi ballavamo intorno, viene raffigurato un sabba intorno a una vergine.
Alessandri indagò profondamente nel cuore e nelle passioni umane, nelle sue manifestazioni malefiche o diaboliche.
È da rilevare che il pittore considerava l’Inferno come luogo di tormento interiore, rivolgeva alla possessione una valenza di squilibrio mentale, dava valore al satanismo nel suo aspetto storico e lo considerava un fenomeno di opposizione al potere costituito.

Lorenzo Alessandri: Tutti nudi ballavamo intorno, 1976.

 

In un’opera del 1987, Figaluce alla prima notte, Alessandri dipinge una scena di iniziazione alla stregoneria. 

La bella strega è svuotata di quella cruda e lasciva malignità con cui veniva di solito rappresentata nei secoli antecedenti. Piuttosto, sembra si muova in un mondo che arriva dall’immaginario popolare fiabesco.
Ai suoi piedi una bambola abbandonata: più che un rito di iniziazione alla stregoneria come ci si aspetterebbe, pare quasi un addio alla perduta infanzia e l’entrata nel mondo degli adulti.

Lorenzo Alessandri: Figaluce alla prima notte, 1987

 

In generale, nel nuovo secolo e subito dopo la Seconda guerra, va quindi affermandosi un’immagine della strega e della stregoneria legate a motivazioni simboliche che spaziano dalla dimensione politica, come la nuova caccia alle streghe negli Stati Uniti dove la vittima stavolta sono i comunisti, a quella sociale dove stregoneria è intesa come punto di rottura delle convenzioni o come denuncia. O alla dimensione erotica, con valenze di liberazione sessuale.

Appena antecedente alla liberazione sessuale degli anni Sessanta, c’è la nascita della religione wicca di cui accennavo più sopra, che influenzò artisti come lo scozzese Fergus Hall, le cui immagini oniriche dei suoi tarocchi Il Tarocco delle Streghe (Tarot of the Witches), di impianto naïf e fiabesco, assumono una connotazione esoterica.
Il secondo arcano maggiore, The High Priestess, che è anche l’immagine riportata sull’involucro della prima edizione del 1973, ci presenta la Papessa nelle vesti di una strega detentrice di poteri sapienziali, come compete al segno. Alla sua destra non manca il gatto, figura simbolica che da sempre accompagna l’immagine della strega classica. Alla scopa si è sostituito lo scettro.

Questo mazzo è anche ricordato per essere apparso nel film Vivi e lascia morire, interpretato da Roger Moore nelle vesti di James Bond, che li usa per sedurre la bella Solitaire. Tant’è che, in occasione del film, ne fu pubblicata una serie con il logo 007 sul retro di ogni carta.

Fergus Hall: Tarot of the Witches (La Papessa)

 

Anche i Tarocchi di Barbara Walker, pubblicati nel 1986, ci presentano l’immagine di una strega nuova. Nella rappresentazione che ne fa in un arcano minore, il Sette di Spade, vediamo una strega raccolta in se stessa e immobile. L’immancabile gatto, stavolta, è accucciato alla sua sinistra. 

Per capire il senso dell’arcano minore e il ruolo che la pittrice dà alla protagonista dell’arcano, occorre sapere che nei Tarocchi i Sette rappresentano l’azione nel mondo e su noi stessi. In particolare il Sette di Spade simbolizza come massima azione lo “svuotare tutto”: perché si verifichi l’azione, cioè, occorre “smettere di credere che la realtà sia ciò che si pensa di essa e cercare una nuova visione obiettiva”, come interpreta Alejandro Jodorowsky nel suo libro La via dei Tarocchi.

Abbiamo dunque una strega contemplativa.

Barbara Walker: B. W. Tarots (Muller, 1986), Seven of Swords

 

Reputato l’artista contemporaneo più prestigioso in ambito polacco, Zdzisław Beksiński seppe ritrarre il macabro e l’orrifico come pochi.
Dapprima fotografo e scultore, abbandonò le due arti per dedicarsi alla pittura negli anni Sessanta.
Non diede mai un titolo alle sue opere. Disse: “Ciò che conta è quello che appare nella tua anima, non quello che i tuoi occhi vedono e che puoi definire”

Le sue figure femminili sono tutte streghe, sono un archetipo del Femminile visto da ogni angolazione.
Lascio a ognuno, come nelle parole dell’artista, decidere che cosa appaia nella propria anima, vedendo le sue opere.

Zdzisław Beksiński

Zdzisław Beksiński

Zdzisław Beksiński

Zdzisław Beksiński

Zdzisław Beksiński

Zdzisław Beksiński

Zdzisław Beksiński

Zdzisław Beksiński

Zdzisław Beksiński

Zdzisław Beksiński

 

Nell’ambito delle arti visive, merita senz’altro uno spazio il fotografo australiano John Charles Thornton, famoso per le sue fotografie artistiche di impronta erotico-surreale.

La connotazione della strega classica non esiste più. Le sue moderne figure femminili si muovono entro panoramiche a volte perfino grottesche, oppure scavando nel fondo di tipologie di donne/streghe, individuandone la caratteristica saliente.

Di seguito alcuni suoi scatti fatti tra gli anni Settanta e Ottanta.

Johnny Thornton: Yehar, circa 1973

Johnny Thornton: I have that condor feeling, circa 1975

Johnny Thornton: The vergin bride then enter the devil, circa 1974

Johnny Thornton: The S&M crow, circa 1974

Johnny Thornton: Ready for stuffing, circa 1974

Johnny Thornton: I love suspender, circa 1975

Johnny Thornton: Gold wings, circa 1983

Johnny Thornton: Looking into the light, circa 1985

 

Molto belle sono le illustrazioni tratte da acquerelli del valente pittore e disegnatore Joseph A. Smith, oggi docente di arti grafiche e illustrazione al Pratt Institute di New York. Tra i moltissimi suoi libri illustrati, sia per bambini che per adulti, a noi interessa un saggio pubblicato dalla femminista Erica Jong nel 1981, Streghe (Witches), interamente illustrato da Smith.

Qui l’immagine della strega torna ad essere la strega classica come atto di denuncia.

Per tutte coloro che sono morte, di Erica Jong

Per tutte coloro che sono morte denudate, rasate, rapate.
Per tutte coloro che hanno invocato invano la grande Dea
solo per aver la lingua strappata alla radice.
Per tutte coloro che sono state trafitte, torturate, spezzate sulla ruota
per i peccati dei loro Inquisitori.
Per tutte coloro la cui bellezza suscitò il furore dei torturatori;
per tutte coloro cui la bruttezza fu condanna.
Per tutte coloro che non eran belle né brutte, ma solo donne orgogliose.
Per tutte le abili dita spezzate dalla morsa.
Per tutte le braccia morbide strappate dall’alveolo.
Per tutti i seni in boccio dilaniati da pinze incandescenti.
per tutte le levatrici uccise per il peccato
di aver fatto nascere l’uomo in un mondo imperfetto.
Per tutte quelle streghe, mie sorelle,
che respiravano più liberamente avvolte dalle fiamme,
sapendo, mentre abbandonavano le spoglie femminili,
e la carne bruciata cadeva come frutta nelle fiamme,
che solo la morte le avrebbe mondate del peccato
per cui morivano il peccato di esser nata donna,
che è più della somma delle parti di un corpo femminile

Jos A. Smith: Erica Jong, Witches, Harry N. Abrams, 1981.

Una illustrazione di Jos A. Smith, proveniente da Witches, di Erica Jong (I).

Una illustrazione di Jos A. Smith, proveniente da Witches, di Erica Jong (II).

Una illustrazione di Jos A. Smith, proveniente da Witches, di Erica Jong (III).

 

Nella presente, manchevole rassegna di opere in cui gli artisti mostrano una nuova percezione dell’idea di strega, naturalmente non può mancare Hans Ruedi Giger, il pittore, scultore e designer svizzero d’ispirazione surrealista e simbolica che diede vita allo Xenoformo, il parassitoide extraterrestre a tutti noto più semplicemente con il nome di Alien, comparso per la prima volta nel film Alien del 1979, diretto da Ridley Scott.

Le sue opere, in una mescolanza di orrifico, magico e misterioso, spesso dotate di una sensualità morbosa e al limite del perverso, hanno influenzato più arti, dalla musica rock al cinema horror e sci-fi, dal mondo dei tattoo all’alta moda, oltre a contribuire allo sviluppo dell’estetica ciberpunk.

Giger si occupò in più riprese della dimensione magica e occulta e le sue icone stregonesche, mutuate da una personale interpretazione del Necronomicon di Howard Phillips Lovecraft e legate al mondo cibernetico in un contesto fantascientifico, sono forse tra le più stupefacenti pubblicate negli ultimi decenni.

Le sue streghe sono androidi, alieni, parti di macchine sessuali.

H. R. Giger: cover di “Walpurgis” del gruppo The Shivers, 1969.

H. R. Giger: dal Necronomicon, 1977.

H. R. Giger: dal Necronomicon, The Spell I, 1977.

H. R. Giger: dal Necronomicon, The Spell IV, 1977.

H. R. Giger: Hexentanz, La danza delle streghe, 1981.

H. R. Giger: Lilith, 1984.

 

Erotiche e sensuali sono le streghe vampiresche del disegnatore e fumettista John Bolton

John Bolton

John Bolton

John Bolton

John Bolton

 

… ma anche profondamente combattute interiormente nel loro desiderio di maternità insoddisfatta come succede alla brutta ma buona guaritrice Madre Virtù che, dopo una vita dedicata a guarire bambini, vorrebbe anche lei soddisfare il suo insopprimibile desiderio di generare in prima persona. Desiderio per cui patteggerà con il Male e il cui frutto, una bambina di nome Shame, inizierà una lotta proseguita a sua volta dalla sua bambina per riscattare il mondo intero messo in pericolo dalla misteriosa forza malefica attivata dalla madre/nonna, in un’alternanza generazionale.

Questo in Shame, un romanzo grafico fiabesco illustrato da Bolton sui testi di Lovern Kindzierski, pubblicato nel 2011.

Shame: Lovern Kindzierski (ai testi) e John Bolton (disegni), 2011 – I

Shame: Lovern Kindzierski (ai testi) e John Bolton (disegni), 2011 – II

 

Concludo con due esponenti della pop art.

Un paio di opere di Robert Williams, pittore dalla vena surrealistica e psichedelica e fra le maggiori figure di spicco nella controcultura statunitense…

Robert Williams: Thenti Madonna’s Affirmation of the Status Quo, 1986.

Robert Williams: Mortal Hunger, 1999.

 

… e qualcuna di Todd Shorr, un altro esponente di spicco dalla vena surrealistica, in cui si fondono elementi cartooneschi e una grande abilità tecnica nel riprodurre i Maestri del passato.

Nelle immagini più sotto, manca Il calderone della superstizione (Chowder of Superstition, 1996), forse l’opera più significativa per quanto riguarda il nostro argomento, ma irreperibile in Rete. Si può vedere nel testo parzialmente in lettura di Todd Shorr, Secret Mystic Rites, cliccando qui (n. 84): passato e presente si fondono dietro l’eretico sorriso delle zucche di Halloween. Chi era strega strega è rimasta, nonostante la persecuzione, e torna a una resurrezione simbolica in cui l’eroina cavalca il cavallo della Morte, a sottolineare il fatto che il potere dell’archetipo Femminile non può essere ucciso.

Todd Shorr, Secret mystic rites in the sacred temple of fraternity.

Todd Shorr, The evolving man.

Todd Shorr.

Todd Shorr, Beatnik Queen.

 

Come abbiamo potuto vedere, sia quando l’attenzione dell’artista si rivolgeva al passato individuando nel soggetto raffigurato proprio chi voleva raffigurare, come per la strega “classica”, sia che si rivolga ai tempi odierni nell’accezione di una strega-simbolo per mostrare una alterità, cioè qualcosa al di fuori del canone, ancora oggi mostra un archetipo del Femminile che muove passioni furiose e, in taluni casi, addirittura perverse quando non pornografiche.

Oggi il conflitto, perlomeno in ambito occidentale (abbiamo visto artisti muoversi in Europa e negli Stati Uniti), sembra essere molto interiore e ancorato a una lotta selvaggia per riconoscere l’alterità in se stessi (il volto oscuro), accettarla, ringraziarla perché senza il volto oscuro non potrebbe esistere quello chiaro, e poi avere il coraggio di tornare in superficie. Quanto questo viaggio interiore possa risultare sconvolgente, apocalittico, tenebroso, lussurioso, desolante, mortifero, magico, creativo e fonte di sapienza e conoscenza, è una questione evolutiva personale.

Tutte le altre streghe, le vittime sacrificali alla vecchia maniera che ancora oggi esistono, spesso nemmeno viste anche quando sono davanti ai nostri occhi, le illustra bene René Girard, antropologo e filosofo, quando dice che la vittima rituale non deve essere colpevole, altrimenti si innesca il circolo delle rappresaglie, perché “Il sacrificio rituale è fondato su una duplice sostituzione; la prima, quella che non si scorge mai, è la sostituzione di tutti i membri della comunità ad uno solo; essa poggia sul meccanismo della vittima espiatoria. La seconda, la sola propriamente rituale, si sovrappone alla prima; sostituisce alla vittima originaria una vittima appartenente ad una categoria sacrificabile”.

Cioè la vittima deve essere innocente, perché serve per velare, celare il vero conflitto esistente tra gli antagonisti e quietarlo. Che poi la vittima sia consenziente o meno, sembrerebbe che gli antagonisti la ritengano cosa che non li riguardi. Perlomeno fino al momento in cui non sono inghiottiti dalla stessa Strega che hanno creato.

Andy Warhol: The Witch, La strega, 1981.

 

 

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