IL FASCINO DEI VIAGGI DI CARTA

IL FASCINO DEI VIAGGI DI CARTA

Ci sono periodi in cui si insinua un senso di mancanza, il desiderio di esperienze nuove, l’attrazione per luoghi mai visti che hanno assunto una valenza di meta personale, una nostalgia interiore a cui non sappiamo dare un nome preciso: è il senso del viaggio, trascolorato dai tempi moderni nella versione più povera del turismo. Che ha ammazzato il vero senso del viaggio, perché manca del tempo necessario per capire dove ci si trova, conoscere il luogo e assimilarlo, ma soprattutto mortifica il senso interiore della scoperta fatta con occhi ingenui per quello che ci sta davanti. La volontà di comprensione e di adattamento a un territorio che non ci è familiare.

In verità, un viaggio può avvenire anche nell’arco di un solo giorno. Tutto dipende dall’attitudine con cui lo facciamo. E non è detto che debba essere in un luogo naturale, può essere anche in un libro.

Uno degli esempi più famosi di letteratura di viaggi è l’Odissea, dove seguiamo le avventure di Ulisse di ritorno dalla guerra di Troia alla madre patria, la sua Itaca vagheggiata e continuamene persa. Sappiamo che un giorno riuscirà a tornare da Penelope e, nella metafora di Omero, questo viaggio spesso tragico, spesso maleficamente accattivante, rappresenta anche il viaggio dell’essere umano alla riscoperta di se stesso.
Forse per questo il viaggiare è un’attività molto amata, ma anche molto odiata da alcuni. Perché ci mette nella condizione di superare una prova, di verificare a che punto siamo, di escogitare alternative vitali che invece non abbiamo bisogno di inventarci quando siamo immersi nelle comodità scontate del quotidiano.

Perdere la sicurezza del quotidiano è quindi una fortuna, perché affrontare il nuovo ci catapulta nello stato originale di curiosità che prelude alla scoperta.

Ulisse e le sirene. Decorazione di un vaso ateniese, V secolo avanti Cristo, British Museum, Londra.

La letteratura di viaggio (o letteratura odeporica) si è data un gran da fare per descrivere questa insopprimibile necessità umana.
Ma esattamente cos’è la letteratura di viaggio, dal momento che abbraccia una vastità di temi eccezionale?

Una delle prime definizioni si ebbe nel Settecento, quando si cominciò a formulare una frattura tra letteratura di viaggio “reale” (true travel account) e letteratura di viaggio “di finzione” (fiction travel).
Questa semplice definizione nacque per dare un ordine al magma spaventoso di scritti di viaggio che intasarono il mercato editoriale europeo: per true travel si considerava quella categoria di letteratura nella quale ricadono tutte le testimonianze esposte sotto forma di diari, resoconti, memorie, relazioni, cioè vi è alla base dello scritto un viaggio reale.
Per fiction travel si parlava, invece, di tutti i viaggi “inventati”, di creazione e fantasia, più o meno “romanzati” in un calderone in cui Gulliver e Verne, Robinson Crusoe e la letteratura picaresca possono convivere l’uno accanto all’altro.

La moderna critica ha ridefinito il senso di questa letteratura: mentre per l’illuminista del Settecento l’idea di viaggio fisico era un viaggio reale, cioè un evento concreto e oggettivo per tempo e luogo (quello è il libro, quello è il luogo), oggi si pensa invece che questo legame tra viaggio reale e resoconto di viaggio sia in realtà da ribaltare in quanto troppo rigido e categorico.
In parole povere, si pensa che la riduzione scritta dell’esperienza realmente sperimentata dal viaggiatore-autore influisca e reindirizzi il testo a un qualcosa che non è il luogo/il viaggio rappresentato ma, piuttosto, a una rendicontazione personale dell’autore. Cioè il viaggio non può essere oggettivo, ma è soggettivo.

L’anima della letteratura di viaggio è l’insieme delle impressioni del viaggiatore, delle sue descrizioni e delle memorie: il problema che si è sempre presentato nel darne una definizione è a causa della differenza che sta tra il descrivere il vissuto e il narrare il percepito.
Questo scarto è importante perché è il nodo che tiene insieme una tipologia letteraria che si è espressa e si esprime sotto molteplici forme (articolo giornalistico, romanzo, schizzi eccetera) e con scopi diversi (pubblicistico, filosofico, di entertainment eccetera).
Come ogni processo artistico, un racconto di viaggio non può riferire tutto, perché la memoria seleziona e l’immaginazione reinventa.
E allora dove sta la differenza tra true travel e fiction travel?
Si dice che la differenziazione corra sul piano della scientificità.

D’altronde perfino l’immagine fotografica non può essere un assunto di oggettività, e anche un reportage non gode di una visione globale perché sarà sempre il frutto di una discriminazione personale, per quanto possa tendere all’obiettività.
E infatti il viaggiare non ha mai perso l’importanza che ha, perché ogni luogo, per quanto descritto, non rispecchierà mai la nostra descrizione personale che sperimenteremmo, invece, se fossimo presenti.

Bagheria, Sicilia. Il fotografo francese Henri Cartier-Bresson (a sinistra) e il fotografo italiano Ferdinando Scianna. © Henri Cartier-Bresson

Castello sui Pirenei di René Magritte

Maurits Cornelis Escher: Relatività, 1953. Litografia.

Prima delle grandi scoperte geografiche del Cinquecento e del Seicento e per tutto il medioevo raramente si faceva una netta differenziazione tra spazio fisico e spazio umano, tra geografia e antropologia, tra realtà e mito.

Solo dal Seicento nasce la differenziazione tra le due sfere: quella letteraria, che prenderà coscienza del potenziale metaforico insito nell’idea del viaggio, viene divisa bene da quella scientifica. È una presa di coscienza che porta il mondo occidentale da una visione lineare, continua e omogenea di spazio/tempo, a una percezione discontinua, spezzata, con aspetti anche contraddittori dovuta alla presenza minacciosa di altre culture.
La frattura tra scienza e mito non si realizza rapidamente. Quello di Os Lusíadas, ispirato alle imprese di Vasco da Gama, è infatti un poema epico. I romanzi filosofici, sociali e utopici tra Cinquecento e Seicento, costruiti come appunti di viaggio, hanno un approccio utilitaristico, come Utopia di Tommaso Moro, La città del sole di Campanella, La nuova Atlantide di Bacone, La Storia comica degli Stati Imperi della Luna di Cyrano de Bergerac.

Testo latino del Milione di Marco Polo, pubblicato a Basilea nel 1532 con il titolo di De regionibus Orientalibus libri III e ripubblicato nel 1671 sempre con lo stesso titolo.

Una edizione dei settecenteschi Viaggi di Gulliver del 1905, pubblicata dalla casa editrice G. Scotti, con disegni dell’illustratore Yambo (pseudonimo di Enrico Novelli).

È con il Settecento che, grazie allo spirito enciclopedico, si cominciano a leggere i resoconti delle spedizioni di Louis Antoine de Bougainville, di James Cook, di Jean-François de La Pérouse, cioè nasce il romanzo-viaggio illuminista, una narrazione che raccoglie le caratteristiche del romanzo d’avventura, filosofico, psicologico, scegliendo l’appunto di viaggio come strumento stilistico.

Tra il Settecento e l’Ottocento nasce il genere dei bozzetti di viaggio letterario.
L’autore, cioè il viaggiatore, si colloca in coordinate reali pur conservando tratti epici e romanzeschi.
Si pubblicano rivisitazioni di spazi reali e familiari anche in chiave parodica: Viaggio sentimentale attraverso la  Francia e l’Italia di Laurence Sterne, Viaggio intorno alla mia camera di Xavier de Maistre, oppure opere in chiave pubblicistica come il Viaggio da Pietroburgo a Mosca di Aleksandr Nikolaevič Radiščev.

Agli inizi dell’Ottocento, la letteratura romantica provoca un radicale mutamento nella visione letteraria del viaggio, esaltando il mondo interiore dello scrittore a discapito della chiave pubblicistica.
Il racconto di viaggio diventa un viaggio letterario e intimo.
In realtà si arriva all’epilogo, perché la vera età dell’oro del racconto di viaggio comincia nel XVI secolo e si spinge fino al XIX.
Quattro secoli di scoperte geografiche e di sistematiche esplorazioni portano a modificare lo spirito del viaggio: il viaggio, cioè lo spostamento fisico, non è più un processo di trasformazione spirituale del viaggiatore ma comincia ad acquistare valenze di puro divertimento o studio. La relazione di viaggio, cioè, si propone come arte del raccontare i viaggi (Emilio Salgari), o tende al rigore con scopi scientifici ed etnografici. E infatti si è in piena epoca coloniale: ai navigatori si sostituiscono gli esploratori.
Comincia a delinearsi la forma del reportage.

Una edizione genovese di Al polo nord di Emilio Salgari, A. Donath editore. La copertina è di Giuseppe Gamba.

Nel primo Novecento si definiscono più dettagliatamente i compiti della letteratura odeporica, del saggio etno-antropologico, della relazione geografica e del reportage giornalistico.
E con la fine del Novecento il processo è concluso: la rivoluzione tecnologica fornisce al pubblico strumenti di accesso prima di allora inimmaginabili, i media veicolano la meraviglia che nel passato era suscitata unicamente dall’abilità narrativa.

E quindi la letteratura di viaggio è finita?

Se è vero che la mappa non è il territorio, possiamo scatenare tutte le sensazioni che vogliamo guardando un video o uno schermo che ci mostra realtà lontane dalle nostre, ma l’essere lì, in quel momento e in quella realtà per davvero, non veicolati da una macchina, è tutta un’altra storia. Ancora da raccontare.

5 suggerimenti per 5 splendidi viaggi di carta

Ruszard Kapuscinki: In viaggio con Erodoto

Il celebre giornalista Ryszard Kapuscinki in questo libro parla dei suoi inizi professionali e dei primi reportages in India, in Cina, in Africa, negli anni Cinquanta.
Ne parla con franchezza disarmante e stupefacente umiltà. La sua mancanza di mezzi (lavora per una scalcagnata agenzia polacca), in un certo qual modo, farà la sua fortuna.
Il sogno del giovane Kapuscinski è quello di “varcare una frontiera”, una qualsiasi frontiera, e le mutate condizioni politiche gli daranno l’occasione di essere spedito per il suo primo viaggio in India, un paese del quale non sa perfettamente nulla. Il suo compagno e mentore di viaggio, di ogni viaggio che farà poi in seguito, sarà sempre Erodoto con le sue Storie, lette su un’edizione polacca regalatagli dalla capo redattrice, Irena Tarlowska, prima della sua prima partenza.
È nelle Storie di Erodoto che risiede il segreto di Kapuscinski, quel segreto che i colleghi più avveduti e onesti gli invidiano, quel segreto che lo fa stare nel momento e nel luogo meno appariscente e certo meno comodo e lussuoso, dove però ci sono le origini di ogni cosa e dove si consuma il vero dramma umano.
Non certo l’albergo dove si riuniscono i colleghi riccamente attrezzati, semplicemente in attesa di eventi, spesso riportati di seconda mano.

Guido Piovene: Viaggio in Italia

Negli anni Cinquanta, la Rai affidò a Guido Piovene l’incarico di girare per l’Italia e raccontarla.
Via via che Piovene s’inoltrava nel viaggio, la Rai mandava in onda quello che scriveva. Nel libro sono raccolti tutti i suoi resoconti di viaggio, mancano le registrazioni dirette perché furono perdute.

Nell’Italia della ricostruzione, lo scrittore incontrava personaggi eminenti e li intervistava, gente del popolo e chiedeva, intellettuali e discuteva. Visitava luoghi rurali e città scegliendo di parlare di ogni aspetto singolare della regione, dei suoi vezzi, dando grande risalto all’economia emergente e chiedendo appuntamenti a chi, in quel momento, tirava le fila della rinascita economica.

Ne nacque un bellissimo reportage giornalistico, una sorta di singolare e verace spaccato socio-politico-economico-religioso-culturale dell’Italia del dopoguerra, delle sue risorse, dei suoi pregi e dei difetti che, questi ultimi, Piovene non risparmia di raccontare. Ed è dall’analisi dei suoi racconti che si comprendono tanti perché del dopo, perché che ancora sopravvivono oggi.

Il viaggio fu compiuto tra il maggio del 1953 e l’ottobre del 1956. Il libro fu pubblicato nel 1957, ma già durante il viaggio lo stesso Piovene si accorgeva che, partito dal nord e spostatosi man mano verso il sud e le isole, la situazione alle sue spalle cambiava velocemente. Negli anni che vennero dopo, quando furono pubblicate altre edizioni, scelse di lasciare il libro così come era stato scritto perché, disse, c’erano due soluzioni: o rifare il viaggio (e reputò la cosa “chimerica”), o lasciare il libro “immutato”.

André Gide: Viaggio al Congo

Il romanzo, scritto in forma di diario, racconta il lungo viaggio di André Gide e del suo compagno Marc Allegret nel Congo francese dal 1925 al 1926.
Al ritorno Gide presentò un rapporto al ministro delle Colonie Léon Perrier, come documento della missione ufficiale che gli era stata affidata.

La pubblicazione dell’opera letteraria che ne seguì, Viaggio al Congo, fece molto scalpore e suscitò infinite polemiche perché Gide non risparmiò di raccontare al pubblico le azioni violente imposte dai francesi alla popolazione locale e, soprattutto, le nefandezze che le grosse Compagnie in concessione perpetravano localmente e sistematicamente riducendo alla fame e alla miseria interi villaggi, o decimandoli in caso di rivolta.

Oliver Sacks: Diario di Oaxaca

Nel 2002,  Oliver Sacks pubblicò un libro che non era un saggio scientifico e nemmeno una storia clinica, ma il diario di un viaggio che poco tempo prima aveva compiuto a Oaxaca, in Messico, alla ricerca di piante rare.

Appassionato botanico e studioso di felci, Sacks appartenne per molti anni alla American Fern Society, una società costituita da un folto gruppo eterogeneo di naturalisti e botanici per lo più dilettanti, ma estremamente ferrati in materia, tant’è che Oliver Sacks afferma nel libro: “Nell’attività pratica, nella scienza sperimentale, sono ancora i non professionisti ad apportare il contributo maggiore, come avveniva già nel passato“.

L’umiltà dell’approccio alle cose, alla gente, al cibo, a una cultura superba che ovunque resiste, e l’ingenuità disarmante che si nota nel momento in cui l’autore si fa consapevole di questo popolo nuovo per lui, ci fa amare subito il narratore.

Spesso Sacks si ritira in disparte per qualche attimo dal simpaticissimo gruppo col quale ha intrapreso il viaggio e annota sul suo taccuino ogni cosa. Ne esce un bellissimo diario in cui non parla solo di felci, piante e uccelli, ma anche della storia e della cultura del paese. In particolare sono molto toccanti le sue riflessioni sugli zapotechi, mentre il gruppo visita rovine e antichi luoghi sacri. C’è un punto in cui, con sorpresa, scrive: “Per questa gente, a.C. non significa avanti Cristo, ma avanti Cortés, la linea imprescindibile che divide l’era precolombiana, prima della Conquista, da ciò che accadde dopo“.

E poi… Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta di Robert M. Pirsig, di cui ne ho parlato qui.

 

 

 

 

 

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